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Terrazzo

Milano da mangiare. In una mostra la relazione complicata tra cuochi e designer

Michele Masneri

I fratelli Castiglioni hanno inaugurato "Progetti per servire, i Castiglioni e la ristorazione", alla Fondazione Achille Castiglioni in piazza Castello che dipinge ii cambiamenti alimentari della città e le abitudini della gente dopo l'avvento delle nuove tecnologie

Tutto è disegno e tutto è brand a Milano, si sa, compresi anzi in primo luogo i ristoranti. In una scena ormai dal sapore newyorchese (ma più densa e a tratti isterica data la piccolezza della città), ogni nuova apertura è un evento che viene poi declinato in un bellissimo logo che finisce poi spammato sui social, con lettering studiatissimo che avrà la meglio forse sulle pietanze, e mode di impiattamenti  che sogneremo di utilizzare sui social (trovare posto IRL, in real life, è impossibile o troppo caro). Si diffondono nuovi usi e costumi, spesso derivativi. Ecco la coda, la coda per tutto, anche per la brioche la domenica mattina, e se punti a Fòla o Pan  stazionerai immobile per  un giro di isolato come  da Tartine a San Francisco. Poi la app per prenotare, dove l’uso elettronico da Silicon Valley si ibrida sulla nevrosi milanese e sull’inefficienza italiana. Per cui prima prenoti più ganzo sei. Col risultato che mangiare fuori è diventata la sfida tipo prendere la linea al telequiz di una volta; lo sfizio è trovare il posto, non poi andarci. Così per puro effetto emulatorio conquisterai la domenica a pranzo lo slot dalle 15  alle 16 (al bancone), poi il cibo è dimenticabile, o forse dopo tutto quel rovello parrà buonissimo. Comunque arrivi lì e il ristorante è magari vuoto – se vuoi cancellare la prenotazione elettronica, ecco la declinazione italiana, non puoi farlo online ma solo telefonando.
 

Poi, altri usi di importazione (il nome del ristorante dorato, a lettere cubitali, sulla vetrina). L’anno scorso era in voga lo “sharing” cioè piatti più piccoli ma al prezzo di uno normale, oggi sembra un po’ una moda in declino, mentre i piatti intesi come suppellettili possono recare melanzane stilizzate e ammiccanti come emoji da WhatsApp e Grindr come nei ristoranti per globetrotter griffati al Portrait (compound di hotel e boutique per magnati arabi o di Busto Arsizio, in corso Venezia). Insomma, Milano non è mai stata una capitale della cucina, ma della sala da pranzo sì. Essendo epicentro anche del “mettere i piedi sotto il tavolo”, oltre che del design, non c’è stato però in proporzione un lascito o contaminazione di locali ideati dai grandi esponenti del design come ci si aspetterebbe. Pochi gli esempi:  Gio Ponti che fece La penna d’oca, nel ‘28, tipo;  e un certo Gigiotti Zanini (che nome!) il ristorante della Triennale. E qualche altro caso. Anche grandi nomi poi in anni più recenti erano garanzia di prestigio, però poi l’arredatore rimaneva in ombra rispetto al cuoco che nel frattempo diventava più brand di lui (chi si ricorda chi ha disegnato i ristoranti di Cracco?). E infine il  cuoco-brand  diventava pure designer  (come dimenticare  le peculiari forchette-cucchiaio di Oldani?).
 

Nel Dopoguerra i  grandi – che pure ci andavano molto al ristorante, Sottsass si sa che amava la Torre di Pisa per esempio – non si cimentavano invece  altrettanto col disegno cibario. Si esprimevano più nelle cucine domestiche: dai bicchieri studiati per essere tenuti con una mano sola, mano che doveva reggere anche una sigaretta (altri tempi) di Joe Colombo, alle teiere Alessi d’acciaio che alcuni fortunati di noi hanno ancora in casa di un altro Gio, Ponti, ai più rari e radicali servizi di piatti tutti di cristallo di Cini Boeri.
 

Forse, in una città tutta disegnata fin nella metro, almeno al ristorante volevano riposarsi gli occhi. Fanno eccezione i nostri amati fratelli Castiglioni, che notoriamente fecero la birreria Splügen Bräu in corso Europa. Inaugurata nel 1960, è diventata poi celebre perché con lo stesso nome è ancora in produzione la  lampada d’acciaio tondeggiante (Flos) per essa progettata. Oggi una mostra alla Fondazione Achille Castiglioni in piazza Castello ripercorre tutta la storia. “Progetti per servire, i Castiglioni e la ristorazione”, è visitabile su prenotazione. “Per i Castiglioni il cibo era importante, non perché fossero degli amanti della tavola, dei grandi mangiatori, ma perché la tavola e i luoghi dove il cibo veniva mangiato li attiravano per le loro svariate caratteristiche”, dice Carlo Castiglioni, presidente della Fondazione. “Amavano i ristoranti dove la ritualità del cibo veniva celebrata con tutte le caratteristiche di saperi antichi e amavano gli oggetti che permettevano queste celebrazioni. Tuttavia, anche ciò che rappresentava il nuovo, il moderno li attraeva. Le birrerie, i self-service (all’americana come si diceva negli anni Sessanta) gli piacevano e moltissime volte Achille ci portava in questi luoghi”.
 

E se oggi designer e stilisti si cimentano solo con ristoranti e hotel lussuosi, di un lusso apolide e dunque  quasi interdetto ai milanesi,  all’epoca la sfida era anche giocarsela su palcoscenici popolari.  Ecco infatti la birreria, e quella fece epoca, coi soffitti “sfondati”, con le sue sedute su diversi piani, come in un teatro o stadio, con gli impianti di raffreddamento e raffrescamento a vista che oggi ci sembrano modernissimi  (ma qui eravamo 60 anni fa). Oltre alla birreria ci furono,  come sottolinea la co-curatrice Chiara Alessi, tanti altri progetti meno noti che portarono poi a produzioni di serie:  lo spillatore per la birra Spinamatic, due elementi della serie “I servi”; lo sgabello “Spluga”; e i bicchieri e l’apribottiglia poi prodotti da Alessi
 

Oltre alla celebre birreria c’era il ristorante Da Lino Buriassi in via Lecco, più tradizionale, più “bien”, con parquet e finiture rosse, e da quel progetto sono nati lo specchio, poi prodotto da Kartell, e la sedia Castiglietta,  Zanotta. Vico Magistretti invece fece una sedia per il ristorante-club house del golf di Carimate, che prese poi quel nome assai lombardo. Pezzi che oggi non sfuggirebbero alla micidiale definizione di “iconici”, che però, se glie l’avessi detto, al Castiglioni e al “Vico”, ti mandavano a quel paese, anche senza app

  • Michele Masneri
  • Michele Masneri (1974) è nato a Brescia e vive prevalentemente a Roma. Scrive di cultura, design e altro sul Foglio. I suoi ultimi libri sono “Steve Jobs non abita più qui”, una raccolta di reportage dalla Silicon Valley e dalla California nell’èra Trump (Adelphi, 2020) e il saggio-biografia “Stile Alberto”, attorno alla figura di Alberto Arbasino, per Quodlibet (2021).