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Terrazzo

I Monaco che progettarono Roma

Andrea Bentivegna

L’autobiografia dell'architetto Edoardo Monaco: i ricordi di una vita, dall'infanzia a oggi, nel libro di Quodlibet

Dopo la morte del padre, Edoardo Monaco decise di caricarsi sulle spalle la pesante eredità e portarne avanti lo studio. Rimase perciò di stucco quando la signorina Renzi lo informò che, dopo quarant’anni, intendeva lasciare il suo incarico. Iside Renzi era stata la storica segretaria dello studio d’architettura Monaco-Luccichenti e le poche parole con le quali si congedò rispecchiano il passaggio di un’epoca: “Ora si lavora solo e non mi diverto più, il mondo è troppo cambiato”.
 

Basterebbe questa frase per sottolineare la qualità migliore di Memorie in corso. Un architetto racconta, l’autobiografia di Edoardo Monaco da poco uscita per Quodlibet in cui l’autore riallaccia i ricordi di una vita. L’infanzia fu notevole. Siamo nel dopoguerra e in quegli anni il padre, Vincenzo Monaco, col socio Amedeo Luccichenti sta costruendo la nuova Roma. Partecipano ai loro progetti – fatto non banale – i più importanti artisti contemporanei e così il piccolo Edoardo cresce letteralmente spupazzato dai tanti amici di famiglia che rispondono al nome di Giuseppe Capogrossi, Nino Corpora, Sandro Franchina e altri. Gli aneddoti sono tanti e gustosi, le estati a Santa Marinella nella famosa casa progettata dal padre. I patemi scolastici ai tempi del “Visconti” risolti grazie a Libero De Libero. Le uscite in barca sul “Moana” con Julio Lafuente, grande architetto e collaboratore di vecchia data del duo Monaco-Luccichenti. Insomma, un vivido spaccato della Roma più bella, quella della Dolce Vita e delle serate da Rosati in cui si ritrovava il meglio della cultura del Novecento.
 

Alla fine degli anni ‘60, l’esaurirsi del boom e la morte di Vincenzo Monaco che segue di qualche anno quella del socio Luccichenti proiettano Edoardo, appena ventiseienne, alla guida dello studio paterno. Lui si occupa di  completarne i progetti che però sono incarichi clamorosi tipo la nuova sede della Confindustria all’Eur – quella con le terrazze decorate da Capogrossi – e l’aeroporto di Fiumicino. Edoardo non arretra, anzi rilancia e di lì a poco apre il suo studio, anche lui come il padre, con un socio, Alessandro Martini. L’attività negli anni successivi è impressionante e si concentra soprattutto nell’edilizia aeroportuale e ospedaliera con decine di progetti in tutto il mondo. Mettono a punto un innovativo sistema modulare che consente di costruire rapidamente e a costi irrisori. Nascono così l’ospedale “Grassi” di Ostia, il “Pertini” a Pietralata e il nuovo, avveniristico, padiglione dello “Spallanzani” che tutti abbiamo imparato a conoscere durante la pandemia. Nel 2001 è la volta del “fuoco d’artificio” – così lo definisce Monaco – ovvero il nuovo ospedale di Bergamo. Un’opera imponente considerata ormai un’eccellenza sanitaria a livello mondiale. Quella di Edoardo Monaco è senz’altro un’autobiografia eretica in cui l’architettura fa solo da sfondo mentre in primo piano assistiamo a incontri, aneddoti e a una galleria di personaggi incredibili. Dopo tutto una vita è soprattutto questo.
 

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