Il Berghain di Berlino (GettyImages) 

Terrazzo

Berlino o cara, tra leggenda e gentrification

Michele Masneri

Una ricognizione amorosa della capitale tedesca nel libro di Vincenzo Latronico 

Come si è passati da Isherwood ai Pinguini Tattici Nucleari? Se quel grande proclamava “I am a camera”, e loro ribattono “voglio stare fuori come al Berghain”, è chiaro che Berlino genera da almeno un secolo un city branding peculiare e pervasivo. 

 
Chi di noi non si è mai sentito dire: sai, abito a Berlino, costa pochissimo, ho una casa enorme, e poi si va sempre a ballare al Berghain, appunto; negli anni Berlino è diventato un marchio urbanistico di un altrove peculiare, una bohème europea eppure esoticamente distinta. Il mito della città bohémienne e sgarrupata passava dritta sulle nostre generazioni di boomer, di figli di chi era andato invece a fare le sue di  bohème a Londra (nel frattempo diventata impossibile, cara e poi carissima e oggi pure brexitizzata). La capitale tedesca rimaneva lì, come scrive Vincenzo Latronico nel suo ultimo libro, “La chiave di Berlino”, una ricognizione personale e amorosa sulla città appena uscito per Einaudi. Capitale piena di “vuoti”, il vuoto della storia coi suoi crateri, ma il vuoto anche come spazio abitabile da chi avesse poche lire o marchi poi divenuti euro. In quel vuoto si installa lui, come tanti altri forestieri giovani, col sogno poi realizzato di diventare scrittore.  Ogni città ha avuto i suoi vuoti, a Roma erano Monti o il Pigneto, in una città già a forma di formaggio svizzero, piena di buchi in cui infrattarsi anche immobiliarmente, mentre quei buchi nel frattempo son stati riempiti di fritti e panini gourmet (o anche non  gourmet). I vuoti mentre si innalzano di prezzo generano talvolta letteratura, parallela alla gentrification. La capitale tedesca negli anni Novanta e nei Duemila mentre scorreva la Storia ha ricreato sempre nuovi miti generazionali – ognuno di noi nato nei Settanta e Ottanta ha avuto in dono un pezzo di muro di Berlino probabilmente tarocco come le lacrime di San Gennaro, li abbiamo ancora da qualche parte in qualche cameretta –  e poi qualcuno  ci è proprio andato  a vivere, a Berlino. 

 

E lì nei vuoti e nelle pieghe della storia son nati miti urbani poi rigenerati e riconvertiti. Nel parco dell’ex aeroporto di  Tempelhof, per  esempio. “Quelle piste su cui ci si esercita al kitesurfing  o allo sci di fondo sono state originariamente tracciate sotto il nazismo, per trasformare in aeroporto il campo di volo in cui, pochi decenni prima aveva sfilato per la prima volta il dirigibile del conte von Zeppelin”, scrive Latronico. Ma all’aeroporto di Tempelhof c’è anche il sogno di pienezza delirante di Hitler che impone al suo architetto di fiducia Albert Speer di costruire il più grande arco di trionfo del mondo, ma Speer è dubbioso che un tale mammozzone possa reggere nel suolo paludoso della città,  e fa allora costruire un altrettanto enorme cilindro di calcestruzzo, detto lo “Schwerbelastungskörper”, che significa “carico pesante” – con l’idea di verificare la tenuta del suolo (e l’arco di trionfo poi non è mai stato fatto perché Hitler è caduto, ma  lo Schwerbelastungskörper è ancora lì, inamovibile, e sprofonda anno dopo anno).  

 

Cosa c’è di più bello, a vent’anni, quando si hanno molte aspirazioni e molto tempo libero, di andare a vivere in una città dove non si parla la propria lingua? Ogni urbanistica è un’avventura, ogni via una promessa. Un tempo, prima che diventasse di moda far l’università sotto casa, tornando a pranzo da mamma, andare a studiar fuori serviva anche a questo, a diventar cittadini di altre città. Adesso lo fanno solo i figli dei ricchi o certi molto volonterosi. 

 

La Berlino città aperta degli anni Duemiladieci, fondale prediletto per Latronico e per una generazione, era una città in cui “le persone che incontravamo di fronte a quei fondali erano sostanzialmente simili a noi. Erano europee ed europei, talvolta statunitensi. Volevano scrivere o fare cinema o musica o arte, e si mantenevano lavoricchiando in un bar o allestendo mostre o con qualche collaborazione di grafica o scrittura in patria, o con la borsa di studio di un dottorato lontano”.

 

La Berlino post riunificazione è perfetta per la flânerie, il ciondolare avveduto, del resto attività resa celebre da un berlinese come Walter Benjamin (però soprattutto a Parigi). E a Milano? A Milano, racconta Latronico,  negli stessi anni i vuoti pure c’erano, ma erano poco ospitali. La Milano che cercava la sua identità pre-Expo  “sembrava ammettere unicamente la forma di vita dell’orario d’ufficio: sopra i vent’anni, se andavi in tarda mattinata in piscina, o in un caffè a scrivere, o in biblioteca, ti sentivi un animale raro, un impostore. Ti sentivi solo, con il tuo laptop, nei bar in cui la musica era sempre troppo alta”. A Milano anche quando gli affitti costavano poco la flânerie non è mai stata incoraggiata (però mangiare e lavorare col  laptop oggi sì, a patto di ordinare il chia pudding a 8 euro servito dal barista-trapper come a San Francisco che però guadagna come a Benevento, e studia alla Naba). 

 

Gli scrittori italiani danno il meglio di sé quando vanno all’estero in altre città, come se il fondale limitato della domesticità li strozzasse. Invece all’estero il talento dell’emigrante o turista funziona, fino ai vertici del Tondelli dell’autobahn, il Moravia di New York, l’Arbasino di Londra  (e, perché no, il De Carlo di Los Angeles).  Innamorarsi delle città è spesso poi più interessante che innamorarsi degli umani, le città non tradiscono quasi mai, non c’è bad sex con le città, non ci sono “egli la penetrò con l’immane verga”. E poi si scoprono cose  utili. Per esempio il motivo per cui  Berlino da sempre è stata tappa importante  di un gran tour  dell’omosessualità, con un suo format peculiare, spiega Latronico. Secondo Isherwood, nume tutelare di questo libro, la città aveva scelto l’omosessualità come nicchia commerciale per avere un vantaggio competitivo su Parigi, ormai “monopolista del mercato delle ragazze etero”. Insomma, una gentrificazione gay. “Ma in realtà già nella Germania della seconda metà dell’Ottocento scienziati e attivisti avevano concettualizzato l’idea che l’attrazione per lo stesso sesso non fosse una “perversione”, ma una caratteristica identitaria in qualche modo innata. In quanto tale, non era “contro natura” bensí naturale per definizione, e perciò al di fuori di ogni possibilità di condanna morale. Il termine “omosessuale” – un termine descrittivo privo di connotazioni dispregiative – è nato proprio all’interno di quel dibattito (in competizione iniziale con l’alternativa mitologica “uraniano”). Da quel dibattito erano nati movimenti, case editrici, associazioni, e soprattutto i bar.

 

E siamo dunque in Cabaret (a Roma, invece, il cabaret indica soprattutto le pastarelle, e si veniva negli stessi anni perché l’omosessualità era inconcepibile in un paese di grandi maschioni, dunque mai si era avuto una legge contro il turpe vizio. Secondo Gore Vidal, poi, le marchette costavano poco). Poi, sostiene Latronico, Berlino è meglio pure di San Francisco, molto prima di Harvey Milk il movimento gay ha lì un suo eroe in area Schengen: Magnus Hirschfeld – che  nel 1919 ha fondato a Berlino l’Istituto di scienza sessuale  -  da gay ed ebreo  lotta per i diritti mentre  Hitler va al potere  (altro che i Pride del penziero unico, direbbero oggi le casalinghe di Voghera che si percepiscono vittime del pol. corr., e che sono informatissime però sui prezzi immobiliari di San Francisco  e Berlino, peggio pure di Isola e City Life).   

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  • Michele Masneri
  • Michele Masneri (1974) è nato a Brescia e vive prevalentemente a Roma. Scrive di cultura, design e altro sul Foglio. I suoi ultimi libri sono “Steve Jobs non abita più qui”, una raccolta di reportage dalla Silicon Valley e dalla California nell’èra Trump (Adelphi, 2020) e il saggio-biografia “Stile Alberto”, attorno alla figura di Alberto Arbasino, per Quodlibet (2021).