Terrazzo

Gli 80 di Gianni Pettena, l'anarchitetto

Michele Masneri

Auguri al Bartleby dell’architettura. Quando il progetto liberato dai limiti costruttivi diventa attività concettuale, land-art, comportamento, happening

Compie ottant’anni Gianni Pettena, il battitore libero dell’architettura radicale fiorentina – anche se toscano non è: nato a Bolzano, infatti, si è iscritto alla facoltà di Firenze dove furoreggiavano i tre Leonardo (Benevolo, Ricci, Savioli) studiando accanto agli altri enfant terrible dell’architettura radicale, Superstudio, Archizoom, 9999, Zziggurat e Remo Buti. Pettena però, oltre a criticare il funzionalismo modernista e a studiare e frequentare artisti contemporanei come tutti gli altri, si è distinto per una sua deliberata inefficienza o riottosità progettuale.

 

E’ stato il Bartleby dell’architettura, l’architetto che preferisce non progettare, o meglio “L’anarchitetto”, dal titolo del suo libro introvabile del 1973. “Quella di Gianni Pettena è un’attività critica che si fonda sulla centralità dell’architetto (o meglio dell’an-architetto) e non più dell’architettura, dove il progetto liberato dai limiti costruttivi diventa attività concettuale, land-art, comportamento, happening”, ha scritto Andrea Branzi.

 

Si è sempre sentito più vicino a un artista come Gordon Matta-Clark, anche per la sua forte critica alla speculazione edilizia e alla miopia dei progettisti: del tutto naturale quindi lo slittamento verso l’arte anche grazie al ponte culturale che il capoluogo toscano aveva con gli Stati Uniti, vedi le tante mostre della Galleria Schema sui minimalisti e artisti concettuali (tanto che anche Germano Celant ha pubblicato a Firenze il suo primo libro, “Precronistoria 1966-69”). Ecco allora le case di ghiaccio che più antifunzionaliste di così si muore, la concettuale riga rossa stesa tutt’intorno a Salt Like City, la serie “About Non Conscious Architecture” nei deserti rossi del sud-ovest e la mirabile Tumbleweeds Catcher, vera e propria prefigurazione del Bosco verticale milanese con quarant’anni d’anticipo. Non a caso Pettena ha insegnato a lungo per l’università di California.

 

Nel ’68 si butta in tre happening leggendari, con grandi caratteri mobili a formare scritte enormi dal sapore teneramente eversivo come “Milite ignoto” a Ferrara, “Carabinieri” a Novara e “Grazia e giustizia” a Palermo, mentre vagheggia buffi attentati con sacchetti pieni di escrementi al console americano insieme a Ettore Sottsass (che lo convince fortunatamente a desistere).

 

Come tutti quelli del radical design, l’eversione si trasforma in produzione: vedi lo spassoso Rumble sofa (1967), un incastro di morbidi macro-cuscini in tessuto a forma di parallelepipedi che segnano il perimetro del divano formando una specie di confortevolissimo ring; ma anche la casa di culto sull’isola d’Elba (1978), cabin autocostruita ampliando un rudere precedente adibito al ricovero delle reti da pesca e usando pietre dei muretti a secco abbandonati fra i campi e ciottoli di mare: “L’importante era stare lì, spenderci del tempo e capire quali sono le regole che già la natura o le preesistenze dettavano”.

 

Seguono la naturale collaborazione coi Global Tools e poi con la Domus Academy milanese dove ritrova Sottsass e Branzi, fra gli altri. Le sue numerosissime mostre e pubblicazioni lo hanno reso onnipresente – tra tutti il libro su Casa Malaparte del 1999 – sia fra le fila dei radicali che fra quelle dei loro studiosi, sempre più numerosi nel mondo tanto che il compianto Adolfo Natalini, scherzando, per anni ha immaginato di pubblicare un libretto insieme con Ugo La Pietra dal titolo: “Tutti i nodi vengono al Pettena”, vabbè.

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