Ma quale palestra!

Michele Masneri

I veri vincitori morali del lockdown ginnico sono i personal trainer influencer, gli equivalenti dei virologi

I più astuti avevano fatto incetta ancora a marzo, nei giorni pre lockdown: trx e kettlebell da Decathlon, quando l’umanità stava per chiudersi a riccio nella fase 1. Anche chi scrive, preso da chissà quale presentimento, sfidava il traffico verso il centro commerciale Porta di Roma (già il più grande d’Europa, accanto alla magnifica chiesa dei mormoni che pare Gotham City), per comprare trx, palle da pilates, fasce elastiche che poi sarebbero diventate preziosissime. Nei giorni successivi, amici anche normalmente sedentari annunciavano: mi sono aggiudicato un tapis roulant su Amazon. Appena in tempo: il sito Decathlon andava esaurito. Il mio trx da 14,99 pure. Che soddisfazione.

 

Secondo il New York Times, gli acquisti e le ricerche online di attrezzi ginnici sono saliti del 500 per cento da marzo ad aprile, venendo subito dopo beni primari come latte, fazzolettini, igienizzante e carta igienica. Secondo GQ, c’è stata soprattutto “la grande crisi della kettlebell”, cioè la scarsità di quelle micidiali sfere di ferro che sembrano palle di cannone medievale, con un maniglione attaccato, comparse pochi anni orsono e impostesi velocemente nell’agone sportivo (le mode in palestra sono veloci almeno quanto al ristorante). Sono ormai introvabili, tanto che alcune palestre le affittano. La grande crisi della kettlebell, scrive il Nyt, è dovuta anche al fatto che le fonderie in grado di creare queste palle di cannone ginniche sono tutte cinesi e sono chiuse; ecco dunque un altro lato oscuro della globalizzazione, non solo non si possono avere subito le mascherine, ma nemmeno le kettlebell. Secondo il quotidiano, ci sono oltre tremila fonderie in America in grado di fabbricare kettlebell, ma la loro produzione viene completamente assorbita nella componentistica per auto e nella carpenteria. “Beni di consumo come questi sono diventati dominio di produttori stranieri in grado di produrre prodotti di massa a basso prezzo”. Insomma, la crisi delle kettlebell assumerà significati simbolici (“raro come una kettlebell”). E il prossimo presidente degli Stati Uniti oltre a gestire i riot dovrà anche affrontare l’impervia problematica industriale-ginnica (ma – idea: se le producessimo all’Ilva? Con un trattato bilaterale e una Technogym anche di stato, e ponte aereo Alitalia? Si potrebbe forse risolvere la spinosa questione tarantina con una soluzione di lifestyle molto made in Italy).

 

Ma oltre all’aspetto macroeconomico c’è quello micro: è chiaro che stiamo vivendo un tragico momento di passaggio. L’uscita dal lockdown possiede allo stesso tempo il carattere del ritorno dalle vacanze e insieme dell’inizio delle vacanze. Avendo staccato per tre mesi si è flaccidi, pigri, col fiatone. E però non siamo a settembre, bensì, fatalmente, a inizio estate, quando dovremmo essere pronti per esibirci in qualche spiaggia sanificata. Alla prima prova costume (sic) si scopre però la tragica verità: si pensava che andare su e giù dalle scale del palazzo fosse come andare in palestra. Non è così. Forse lo era per l’umore, ma non per il fisico.

 

Tornarci, in palestra, però pare un incubo. Io stesso, il primo giorno utile, sono tornato, e dopo aver fatto un’ora di fila, dopo che la signorina mi ha chiesto il certificato medico nuovo (era scaduto), non ero scocciato ma anzi sollevato. 

Per fortuna il mio medico per rinnovarlo pretende l’elettrocardiogramma, e tutta questa procedura con un po’ di fortuna prenderà settimane (il mio medico mi cazzia anche, ogni volta, perché la legge non obbliga al certificato medico, eppure talune palestre lo pretendono. Dunque eccola qui la famosa burocrazia italiana. Dopo lo sblocca appalti serve lo sblocca-palestre).

 

Nel frattempo ci siamo resi conto che uscire di casa è faticosissimo, dunque è tutta una ricerca di palestre e istruttori più vicini, di quartiere. E più economici. La cifra standard, 40/50 euro l’ora, delle lezioni private, che ci pareva congrua, sembra adesso assurda, dopo che si è rimasti tre mesi senza spendere una lira, compulsando l’estratto conto che per la prima volta non scendeva mai. Ma testando nuove palestre e “studi”, ci si rende invece conto che i pochi che hanno riaperto mostrano prezzi e facce truci, aumenti, nero assoluto, lezioni di prova solo a pagamento. Imbruttiti dai mancati introiti di questi mesi, si ha paura che si sfogheranno su di noi anche fisicamente. Qualcuno si butta dunque su numeri di insegnanti di pilates a domicilio, ormai più preziosi di quelli di spacciatori affidabili. Qualcun altro fa lezione al parco (subendo i temporaloni estivi e le zanzare).

 

Ma poi ci sono i veri vincitori morali del lockdown ginnico. Gli equivalenti dei virologi, in questi mesi, sono i personal trainer-influencer. Il personal trainer era già una delle figure più interessanti dell’antropologia contemporanea, una di quelle che hanno beneficiato maggiormente del passaggio al digitale. Una volta mero “istruttore”, il personal trainer ormai vale non per diploma o esperienza ma per numero di follower. Il lockdown con le lezioni online l’ha definitivamente consacrato. Ognuno ha il suo tipo di pubblico e di narrazione: c’è quello che mette le foto della fidanzata un po’ scarnificata, che sottopone a feroci diete e allenamenti; c’è quello motivazionale per cui “è importante costruire obiettivi che possiamo realizzare giorno per giorno”. C’è quello che mette tra una lezione di tabata e una di gag (sic), le stories di pizzate a Ostia (200 mila follower). Fa le domande e i sondaggi (“sta barba la tengo o no?”), detta anche lui slogan che andrebbero benissimo per Conte o per Colao – “Restare uniti per puntare in alto nel nostro futuro”, mentre fa una specie di flessione alzando un coscione tornito. E flirta, piacione, con signorine e signorotte che nei balconi e nei terrazzi seguono le sue lezioni, e ricambiano, sudate, sguardi e addomi malandrini (ma le kettlebell, quelle, non le avranno).

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