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Il signor Rossi e la nostalgia

Aldo Rossi è stato per l’architettura italiana quello che Lucio Battisti è stato per la musica leggera

15 Settembre 2019 alle 06:12

Il signor Rossi e la nostalgia

Foto Archivio Aldo Ballo

Aldo Rossi è stato per l’architettura italiana quello che Lucio Battisti è stato per la musica leggera. Stilisticamente attardé come tutti gli intellettuali italiani fondamentali (da De Chirico a Pasolini), ha imposto le sue forme da classico cartoon metafisico pop alla nostalgia di un tempo irrimediabilmente perduto. E gli anni Settanta furono proprio il decennio della nostalgia: fra “Emozioni” (1970) e “Una giornata uggiosa” (1980), fra l’ampliamento del Cimitero di Modena (1972) e il Teatro del Mondo (1979), l’immaginario italiano si tuffava nella memoria, tra “Amarcord” e Mulini Bianchi e nostalgia delle lucciole, per sfuggire alla cupezza degli anni di piombo e alle crisi petrolifere-esistenziali. Intanto le idee e i topos di Rossi giravano il mondo, come il suo teatro galleggiante, tanto che ancora oggi “fatto urbano”, “scena fissa”, “città analoga” sono idee un po’ irrazionali familiari agli architetti globali tanto quanto lo sono per noi local le bionde trecce e le discese ardite.

 

Una piccola mostra dell’opera dell’architetto milanese è ora in corso a Padova fino al fatale 29 settembre, “Aldo Rossi e la Ragione. Architetture 1967-1997”, con quattro progetti: il Cimitero di San Cataldo a Modena (1971-1978), il Teatro del Mondo a Venezia (1979), il complesso alberghiero “Il Palazzo” a Fukuoka (1987-1989) e il progetto di concorso per il Deutsches Historisches Museum di Berlino (1988). Il titolo rimanda sia alla “ragione” delle forme rossiane sia all’edificio che ospita la mostra. Rossi era infatti affezionato al contenitore: in “L'architettura della città” scriveva: “In tutte le città d'Europa esistono dei grandi palazzi, o dei complessi edilizi, o degli aggregati che costituiscono dei veri pezzi di città e la cui funzione è difficilmente originaria. Io ho presente ora il Palazzo della Ragione di Padova. Quando si visita un monumento di questo tipo si resta sorpresi da una serie di questioni che ad esso sono intimamente legate; e soprattutto si resta colpiti dalla pluralità di funzioni che un palazzo di questo tipo può contenere e come queste funzioni siano per così dire del tutto indipendenti dalla sua forma e che però è proprio questa forma che ci resta impressa, che viviamo e percorriamo e che a sua volta struttura la città”. Il palazzo insomma ha un ruolo centrale nell'intera definizione della città: e non genera solo funzioni, bensì, battistianamente, emozioni.

Michele Masneri

Michele Masneri è bresciano e vive prevalentemente a Roma. È editor at large di Rivista Studio, e scrive schizofrenicamente di economia, cultura e società oltre che sul Foglio, su IL del Sole-24 Ore, su Style del Corriere della Sera. Come molti italiani ha scritto un romanzo, si chiama "Addio, monti", non c'entra con l'ex premier, ed è edito da minimum fax.

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