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il colloquio

Matteo Lee e il potere della sconfitta: come il silenzio ha conquistato il pubblico di Masterchef

Federico Giorgetti

Dopo dieci anni di lavoro a casa come retail investor, l'aspirante chef bolognese ha scelto di partecipare al programma di cucina per rompere la monotonia. È arrivato settimo. Ma la vera vittoria è la ritrovata libertà di essere sé stessi senza dover ricercare la perfezione

La calma, il silenzio e la passione per la cucina. Nelle serie televisive con gli chef si vede sempre una grande pressione e velocità, una frenesia che genera una tensione spesso ingestibile. La nuova stagione di Masterchef Italia - che ora si avvia verso la finale del 5 marzo su Sky e Now - si è distinta per aver avuto tra i partecipanti qualcuno che lavora e si muove sui fornelli con un temperamente completamente opposto: Matteo Lee, settimo classificato della quindicesima edizione del programma. Pochissime parole e tanta tranquillità durante le cucinate. Forse dovute ai circa dieci anni di vita passati in casa lavorando come retail investor, una scelta consapevole e ragionata che lo ha portato però a voler rompere una monotonia che sembrava ormai irrespirabile. Tutti elementi personali che negli episodi della serie si rendono evidenti e che mostrano spesso il disagio di stare nuovamente a contatto con molte persone. Proprio forse per questa fragilità così visibile, oggi è fra tutti i partecipanti uno dei più seguiti sui social, come se la sua storia avesse qualcosa da dire a chi guarda il programma che va oltre ai meravigliosi piatti che è stato capace di preparare. E come se dal pubblico arrivasse un messaggio: se c’è qualcuno da supportare, scelgo lui.

   

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Poi qualcosa lo ha spinto a uscire di casa per partecipare a Masterchef. “Il tempo ha cominciato a scorrere velocemente e ho voluto interrompere questo flusso, cercando di viverlo”, dice al Foglio l’aspirante chef bolognese. “Per questo ho scelto di fare un’esperienza diversa, che mi permettesse di creare memorie e ricordi. Su questo punto Masterchef è stato fondamentale, perché l’esperienza vissuta in quella piccola bolla, che finisce, continua soprattutto al di fuori”. Una volta eliminato, Lee pubblica un post dove tira le fila del suo percorso televisivo. In una delle frasi più impattanti parla di come oggi sia “in una posizione migliore rispetto a prima, in tutto". Cosa intende? “Che la qualità della mia vita è migliorata, non c’è stata nessuna perdita”. Infatti nel post scrive: "Per quanto possa sembrare strano, sono molto contento del risultato, questa sconfitta per me è una liberazione, avere la possibilità di deludere tutti in un colpo solo senza danneggiare nessuno, questa delusione positiva mi restituisce la possibilità di fare ciò che sento senza il peso di promesse e aspettative che non mi appartengono". Amare la sconfitta in un mondo che ci chiede di essere sempre perfetti e vincitori. “Anche io, devo dire, cerco di essere sempre perfetto. Ma questa ricerca della perfezione ci porta ad avere paura del fallimento, che invece è necessario e bello. Darsi la possibilità di fallire è qualcosa che ci libera per poter essere noi stessi ed esprimerci nel modo migliore, senza freni”. A volte inseguiamo la realizzazione di un quadro perfetto per poi scoprire che quel quadro perfetto non ci rappresenta. “Questa libertà mi restituisce me stesso e non devo seguire le aspettative. Paradossalmente su questo punto vincere sarebbe stato peggio, perché mi avrebbe consegnato un’altra immagine di me. Perdendo rimane tutto”.

 

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C’è stato un momento della gara in cui i giudici hanno provato a fargli tirare fuori la “cazzimma”, forse un modo adeguato per una competizione di questo tipo, ma che sembra non appartenergli. Infatti non appena ha provato a essere qualcun’altro, il piatto non era buono ed è stato eliminato. “Quel momento è stato molto divertente. Però per me si può mostrare cazzimma anche attraverso la passione, l’educazione e l’impegno che si mette dentro a un piatto, senza necessariamente esternare tutte le emozioni”. Prossimi passi? “Per ora non ho nessun progetto per il futuro. Voglio godermi il presente, godere della vita, oggi”. D’altronde, se abbiamo un minimo di controllo sull’esistenza, lo possiamo esercitare solo nel qui e ora.

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