L'editoriale dell'elefantino

Su Tortora rileggere Jannuzzi e Bordin

Giuliano Ferrara

La serie in tv: per Bellocchio un dramma privato, la giustizia non c’entra. Urge ripasso dei fatti

Ma quante volte si deve ammazzare Enzo Tortora? So bene che Marco Bellocchio è un vecchio e bravo artista di cinema pieno di esperienza e talento, e so che Valerio Cappelli è un cronista culturale del Corriere irreprensibile. Eppure ieri, in combutta ma senza saperlo, hanno spezzato di nuovo, cancellandola, l’esistenza reale di un uomo, di un cittadino che fu trascinato nell’inferno della cattiva giustizia, nella prima metà degli anni Ottanta, a Napoli, e dopo la piena assoluzione seguita alla persecuzione, a una condanna grottesca e al carcere, cedette alla disperazione e alla malattia denunciando le malefatte dei suoi aguzzini. Bellocchio si trova in una situazione scomoda. La sua serie su Tortora, intitolata “Portobello” dal nome della famosa trasmissione televisiva, va in onda in coincidenza con la campagna referendaria sulla giustizia. Confida al Corriere che con Tortora la giustizia e la sua amministrazione non c’entrano. Una notiziona. Bellocchio espone una visione ideologica e privata del dramma di un uomo che era inviso alle grandi correnti culturali della sua epoca, i comunisti e i cattolici, in quanto personalità liberale di successo, che esponeva alle masse televedenti la sua filosofia del privato e del piccolo, “Portobello” appunto.

Libero di pensarla così. Liberi noi di ricordargli i fatti. L’Italia fu travolta con Tortora da una storia sordida, che finì con un referendum (ma guarda un po’) sulla responsabilità civile dei giudici, con gli italiani decisi a fargliela pagare in solido e le classi dirigenti, compresi Craxi e Martelli che il referendum lo avevano voluto, pronte a un accomodamento senza serie conseguenze. Un innocente fu arrestato, trascinato in carcere per mesi, processato con l’accusa di essere un “cinico mercante di morte”. Era un uomo popolare. Era la preda giusta, come stendardo e garanzia, per un’indagine a rete, folle, accanita, malevolente e fondata sulla sciatteria, sul partito preso e sulla complicità dei media. Volevano la pelle della Nuova camorra organizzata, l’associazione criminale di Cutolo, ottennero la catastrofe di un procedimento criminale alla cieca, con il non colpevole come vittima predestinata. (segue a pagina quattro)

Non c’erano prove di alcun genere contro Tortora, solo propalazioni di pentiti più o meno organizzati e incoraggiati a comportamenti delatori senza scrupoli, riuniti insieme a sbevazzare e ciarlare nella famosa caserma Pastrengo. I veri eroi civili della storia, due giornalisti coi fiocchi come Lino Jannuzzi e Massimo Bordin, dedicarono anni della loro vita alla decostruzione pezzo per pezzo della più incredibile offesa allo stato di diritto che la storia giudiziaria italiana ricordi. La sentenza Morello di assoluzione di Tortora, confermata dalla Cassazione, mise a nudo l’atroce sospetto che non i pentiti, energumeni come Barra, Pandico, Melluso, avevano messo i magistrati della persecuzione in giudizio dell’innocente sulla sua strada, ma all’opposto: furono ambienti giudiziari e penali a suggerire obliquamente ai pentiti, Pandico per primo, di offrire il nome illustre di un Tortora, scambiato in un’agendina telefonica di un certo Puca per un Tortona, in regalo all’opinione pubblica frastornata da un giornalismo di serie B e dalla piccola psicologia della gogna, perché non bastavano elenchi insensati di camorristi, tra ceffi già incarcerati, omonimi in quantità, pesci piccoli, a giustificare il massacro della giustizia e il trionfo sghembo della criminalità. Ci voleva il nome giusto.

Bellocchio ha diritto alla sua ricostruzione quale che essa sia. E nel suo punto di vista, in apparenza così volatile, ci saranno sicuramente una verità e una interpretazione libera. Ma al termine di ogni puntata bisognerebbe porre la solita avvertenza: l’opera è di finzione, ogni riferimento a fatti realmente accaduti e a persone esistite è puramente casuale (e se volete sapere la storia di Tortora e della giustizia in Italia ascoltate l’archivio di Radio Radicale e rileggetevi la saga balzacchiana di Jannuzzi e Bordin).

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  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.