Foto LaPresse
Pucci rinuncia a Sanremo. Quando un comico diventa una battaglia politica
La rinuncia del comico al Festival scatena l’ennesima scaramuccia culturale:lui parla di insulti e intimidazioni, il governo denuncia la deriva illiberale della sinistra. Il tutto dopo decenni di comicità da Bagaglino. Satira, censura e doppiopesismo
E alla fine Andrea Pucci non andrà a Sanremo. Non perché il Festival abbia deciso di cambiare idea, non perché Carlo Conti abbia fatto marcia indietro, ma perché il comico ha scelto di sfilarsi da solo, denunciando un’“onda mediatica negativa”, insulti e minacce rivolte a lui e alla sua famiglia, e un clima che avrebbe rotto quel “patto fondamentale” tra artista e pubblico. Fine della storia, almeno formalmente. In realtà, il caso Pucci è diventato molto più di una rinuncia: è l’ennesimo capitolo della guerra culturale italiana, combattuta a colpi di comunicati indignati.
La versione di Pucci è semplice. Lui dice di fare il comico da 35 anni, di non aver mai odiato nessuno, di non essere né razzista né omofobo. Rivendica una comicità che prende in giro “usi e costumi del paese”, uomini e donne, famiglie, tic quotidiani, senza secondi fini politici. Aggiunge un elemento personale: a 61 anni, dopo problemi di salute, non ha alcuna intenzione di infilarsi in una “lotta intellettualmente impari” che non gli appartiene. E infine l’affondo ideologico: “Nel 2026 il termine fascista non dovrebbe esistere più”, perché esistono uomini di destra e di sinistra che si confrontano in democrazia. Passo indietro, ringraziamenti alla Rai e arrivederci a teatro.
Su questa scelta si è immediatamente innestata la politica. Giorgia Meloni è intervenuta in prima persona, parlando di “clima di intimidazione” e di “deriva illiberale della sinistra”.
Il punto, per la presidente del Consiglio, non è Pucci in sé, ma il principio: la satira sarebbe considerata “sacra” solo quando colpisce a destra, mentre diventa improvvisamente inaccettabile quando prende di mira figure o sensibilità progressiste. Da qui l’accusa di doppiopesismo, tema caro a Meloni, che per rafforzare il concetto ha ricordato vignette e battute sessiste subite in prima persona senza che nessuno gridasse allo scandalo. Salvini si è accodato con un post: “Io sto con Andrea Pucci. Evviva la libertà di pensiero, di parole e di sorriso”. Tajani, Santanchè, La Russa, Gasparri: il centrodestra compatto, trasformando un comico rinunciatario in un caso politico nazionale.
La Rai, dal canto suo, ha espresso “grande rammarico” e “preoccupazione per il clima di intolleranza”, parlando apertamente di censura esercitata attraverso l’odio e la pressione mediatica. Una posizione che ha spaccato anche il fronte interno, con chi avrebbe preferito un profilo più basso e chi, invece, ha colto l’occasione per rilanciare il tema della libertà artistica.
E poi c’è il terzo livello, quello che rende il caso Pucci meno limpido di come viene raccontato dai suoi difensori: Pucci non è un martire della libertà d’espressione, né un outsider perseguitato dal sistema. È un comico di enorme successo commerciale, con teatri pieni, presenza televisiva costante e una carriera lunga e benedetta anche dalle istituzioni, Ambrogino d’oro compreso. La sua comicità è tutto fuorché sconosciuta: sessualità esplicita, stereotipi regionali, battute su donne, gay, meridionali, politici, spesso con il gusto greve di un cabaret anni Ottanta. Un Bagaglino aggiornato ai social, più che un incendiario della nuova satira.
Ed è proprio sui social che Pucci mostra il lato più militante: attacchi ripetuti a Elly Schlein, foto imbruttite, insulti travestiti da gag, simpatie trumpiane ostentate senza ironia. Tutto legittimo, per carità. Ma difficilmente compatibile con la narrazione del comico “inermi” travolto da un complotto ideologico. Nessuno lo ha censurato, nessuna istituzione gli ha imposto di tacere: le critiche, anche feroci, sono arrivate dall’opinione pubblica e dai media. Il passo indietro lo ha deciso lui.
Il paradosso, alla fine, è questo: Pucci diventa un simbolo di libertà proprio nel momento in cui rinuncia a esercitarla sul palco più grande. La politica lo adotta come vessillo contro la sinistra, la sinistra replica parlando di strumentalizzazione, e Sanremo resta quello che è sempre stato: un festival musicale trasformato in campo di battaglia identitaria. Con una differenza: questa volta il caso non nasce da un monologo, ma da un’assenza.