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il caso
Il comico “fascista” rinuncia a Sanremo. I No Pucci vincono una battaglia persa
Tra accuse di fascismo, battute da villaggio turistico e libertà d’espressione brandita a giorni alterni, il caso Pucci racconta meglio di mille saggi le due Italie che non smettono mai di urlarsi addosso
Io di questo Andrea Pucci non sapevo niente finché ho scoperto che è “fascista, omofobo, razzista” e in più fa il comico e riempie i teatri. Una combinazione rara. Come ormai saprete, dopo l’invito a Sanremo il paese è andato in tilt per due giorni – Pd, Codacons, giornali, gogna social, minacce alla famiglia. Alla fine i No-Pucci hanno vinto. Il Festival è salvo. “Un caso politico che prosegue”, leggo con una certa apprensione. Come coi mancati primi piani di Ghali versione Gianni Rodari al gran galà di Milano-Cortina, le due Italie, quelle di sempre, quella di Pucci e quella di Ghali, si danno battaglia. E noi prendiamo i pop-corn.
Principali capi d’accusa di Pucci: una vecchia battutaccia su Tommaso Zorzi (ex GF), bodyshaming da bagaglino su Elly Schlein, e il fatto di essere “palesemente di destra” (cito dal Corriere). Questo “palesemente” mi incanta. Perché puoi anche votare Meloni – magari era una provocazione, uno scherzo, ti sei distratto – ma almeno tienitelo per te. Non farci un post. In un paese dove un attore che finisce in un cinepanettone non può limitarsi a dire “ho il mutuo” ma deve specificare che è di sinistra, viene da una famiglia comunista, suo nonno era partigiano, essere “palesemente” di destra è come scoreggiare al ristorante: non è illegale, però insomma non si fa. Roba di galateo. In questa storia però Pucci ne esce benissimo: nel paese dove non si dimette mai nessuno, rinunciare a Sanremo dopo il gran casino è la cosa più bella (e paracula) che poteva fare. Bravo.
Leggo a mia moglie la battuta su Zorzi (ha a che fare con il tampone del Covid) e si mette a ridere – se interrogata in pubblico negherà, dirà che sto cercando di screditarla. Quello che ci fa ridere di battute da caserma del genere, anche quando sono penose, non è mai la battuta, ma il brivido clandestino: il pensiero alle facce che farebbero la preside, il vicino di casa che legge Internazionale, il collega che guarda film su Mubi, e che un po’ dovremmo fare anche noi. Vado a vedermi qualche video su YouTube. L’emergenza democratica del momento è uno dei tanti cabarettisti usciti da un villaggio Valtur, poi approdato in tv: “La sai l’ultima?”, “Colorado”, “Tiki Taka”. Non satira politica à la Crozza, ma monologhi sul quotidiano, la vita di coppia, roba così. Una specie di Maurizio Battista di Rozzano. Capisco subito perché me l’ero perso. Ma capisco anche perché fa sold-out: c’è un pubblico per quel tipo di comicità. Quelli che magari non apprezzano Woody Allen e non ridono neanche sotto tortura alle battute di Geppi Cucciari. A occhio e croce, tanti. A differenza dei No-Pucci, non mi sento però minacciato da una comicità del genere.
Pucci dice cose tipo: “Le donne nascono stitiche ma quando devono cagare il cazzo sono bravissime”. A me non fa ridere – non perché sia volgare o se la prenda con le donne, ma perché non ribalta il cliché, non c’è lo sforzo di spiazzarmi. Però conosco parecchie persone che quando ricevono meme del genere si ammazzano dalle risate. Donne incluse, forse anche affette da stipsi. Leggo che “il suo repertorio appartiene al secolo scorso”. Considerando che Sanremo è notoriamente fucina di avanguardie e sperimentazioni di linguaggi che ridefiniscono i confini dell’arte, anche qui l’accusa è grave. Infine, c’è Schlein, “incrocio tra Alvaro Vitali e Pippo Franco”. Il problema non sarebbe solo il bodyshaming ma il fatto che “non c’è nessun appunto ai contenuti politici, solo una battutaccia da scuola dell’obbligo”. Battutaccia che però mi pare parecchio sopra la vignetta di Vauro sui “peli sotto la lingua” di Meloni dopo l’incontro con Trump, per dire. E se dovessimo fare l’elenco della roba da terza media su Meloni – come si veste, parla, gesticola, quanto è bassa, gli occhi a palla, Gollum, i glitter, il costume al mare – faremmo notte. Come al solito, nei tanti casi à la Pucci, mi domando: se le “minoranze” hanno dalla loro parte tutti i grandi comici e tutto il resto perché temono così tanto uno scarso come Pucci? Perché non limitarsi a dire, come nel caso della telecronaca pazza di Petracca, “ma davvero non c’era uno più bravo”? E invece no. Ecco la crociata morale. Ecco l’Inquisizione. E così Meloni sfodera la “difesa della libertà d’espressione artistica e culturale” parlando non di Stuart Mill ma di Pucci, trasformandolo in una specie di Charlie Kirk versione “Colorado”. Contenti voi.