Età dell'oro addio

L'industria delle serie tv non è più redditizia come prima. Ma servono idee, non soldi

Mariarosa Mancuso

È ormai lontana la golden age della serialità televisiva che non può più contare né sui soldi né su progetti originali

Peter Biskind che scrive di televisione è una notizia. L’uomo che per primo ha capito e raccontato la nuova Hollywood – in “Easy Rider, Raging Bulls: How the Sex-Drugs-and Rock ’n’ Roll Generation Saved Hollywood” (uscì nel 1998, edizioni italiane non disponibili, dice Amazon) – ha lasciato il cinema per la tv. Il suo nuovo libro esce oggi negli Stati Uniti: “Pandora’s Box”. Il vaso di Pandora, che secondo il mito greco racchiudeva i mali del mondo: malattia, pazzia, vizio, vecchiaia. Pandora era una donna curiosa, e scoperchiò il vaso spargendo malanni nel mondo. (Ogni riferimento a Pandora nei film “Avatar” è perlomeno bizzarro). “Down and Dirty Pictures” (uscito nel 2004) era dedicato al cinema indipendente: alla Miramax quando aveva successo, e faceva vincere a “Pulp Fiction” la Palma d’oro a Cannes. Altro momento d’oro, durato poco. Il cinema è ora catturato dalla monocultura supereroica, prima delusione. In “Pandora Box” Biskind ne aggiunge un’altra. Si era parlato delle serie come del romanzo per il nuovo millennio, l’Ottocento aveva già fatto la sua parte. Stavamo beati a guardare “I Soprano” che davvero funzionava come un grande romanzo, in 86 episodi e 6 stagioni (del finale “a luci spente” si discute ancora). Ora invece tocca guardare “Ted Lasso”: con tutto il rispetto, una commedia a sfondo sportivo che inspiegabilmente vince premi e ha i suoi fan. Siamo della scuola che, se avanzasse tempo, ricomincerebbe dai “Soprano” o da “Mad Men”, dal primo all’ultimo episodio. Fa piacere sapere da Biskind che le writer’s room dell’epoca erano “inferni di competizione e pugnalate alle spalle” (anche per questo hanno scioperato gli sceneggiatori: per tornare a lavorare in gruppo, con il tempo necessario per sviluppare trame e personaggi). Poi anche la Hbo si è sentita costretta a prendere tutto, per timore che un progetto rifiutato diventasse un successo altrove. Era finita l’epoca dei rischi, della voglia e della possibilità di scommettere su un progetto originale e stravagante. 
       

Bisognava fare soldi. E per fare soldi bisognava spenderli. David Fincher nel 2011 aveva tra le mani il progetto “House of Cards”. La Hbo chiese, come si usava allora, un episodio pilota per decidere. Con Kevin Spacey (prima della messa al bando) e Robin Wright, Fincher voleva l’ordine per tredici puntate. Netflix fece l’offerta che non si poteva rifiutare: 100 milioni di dollari per due stagioni. Intanto, dice la leggenda, Reed Hastings durante una vacanza in montagna studiava i suoi algoritmi. Le case di produzione cedevano contenuti, nutrendo la bestia quando era piccola. E continuarono a farlo quando era grande. Mentre le altre piattaforme si moltiplicavano cercando di replicare (non sempre con successo) il costoso modello. Come in “Easy Riders, Raging Bull”, Peter Biskind è chiaro e spietato nella sua analisi. Le età dell’oro non derivano da miracolosi aggregati di genialità. Fa da concime l’industria che non è più redditizia come prima. Oggi molti streamer stanno pensando alla pubblicità, con l’intenzione di riavere gli sponsor che finanziavano i network. Grande è il disordine, mentre i soldi cominciano a scarseggiare. Aspettiamo fiduciosi la prossima età dell’oro. Non servono soldi ma idee.

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