(foto di Ansa)

Botte Fuortissime

Cosa c'è dietro all'irritazione dell'ad della Rai con Mario Orfeo

Salvatore Merlo

Carlo Fuortes avrebbe "giustiziato in piazza" il dirigente in quota Pd. Il motivo? Un articolo apparso sul Foglio che lasciava intendere dei guai all'orizzonte per l'attuale numero uno della tv pubblica

Forse poche cose spiegano la Rai di oggi come questa scenetta. Viale Mazzini. Esterno sera. Il funzionario è uscito dal palazzone sede della Rai, quando, con la coda dell’occhio, per strada, in un angolo, vede Mario Orfeo, uno dei dirigenti più importanti dell’azienda, l’uomo che ha appena rotto con l’amministratore delegato Carlo Fuortes. Orfeo sta parlando con il direttore dell’Intrattenimento Stefano Coletta e con Marcello Ciannamea, il capo delle risorse umane. Il funzionario rientra, sale su, al settimo piano, acchiappa il telefono, e urla al suo interlocutore. Un altro manager. “Ho visto Coletta e Ciannamea che parlavano con Orfeo per strada. Se lo sa Fuortes, sono morti. Mor-ti! Sono tutti morti”. Ecco. Ma cosa succede? Ieri mattina Orfeo, ex amministratore delegato Rai, ora direttore degli approfondimenti, nominato in quota Pd per accordo politico come tutti gli altri, anzi in quota Enrico Letta, è stato sfiduciato da Fuortes in un colloquio privato. Perché? Perché avrebbe ispirato un articolo del Foglio impietoso con Fuortes stesso. Un articolo scritto da noi. Possibile mai? Sì. Surreale? Anche. Certamente rivelatore di un clima al limite della paranoia. Un clima molto Rai.

 

Incline a gesti dal piglio decisionista anche ai tempi in cui era sovrintendente dell’Opera di Roma (licenziò un addetto stampa che accusava di non essergli fedele) Carlo Fuortes tuttavia ieri non ha allontanato un anello debole della catena. Ma ha fatto saltare un complicato equilibrio di potere, uno di quegli intrecci bizantini ed esausti che regolano il funzionamento della Rai e che sono l’unica cosa che davvero interessa a tutti. Nell’azienda in cui il prodotto e i risultati sono talvolta secondari rispetto alle logiche di accaparramento. Orfeo infatti era in quella posizione all’interno di un equilibrio complessivo e di un accordo fra tutti i partiti che, con la benedizione di Palazzo Chigi, si erano divisi le direzioni, anche delle testate giornalistiche, e persino le vicedirezioni. Ieri questo equilibrio è dunque saltato. Con fortissima irritazione del Pd. E non solo. Un ginepraio.

 

Ma la cosa curiosa è che l’equilibrio sembra essere saltato per una forma di reazione umorale dell’amministratore delegato che imputava a Orfeo, di fatto, un lunghissimo articolo con il quale il Foglio, lunedì, dopo aver parlato con moltissimi manager Rai, direttori, vicedirettori, capistruttura, membri del cda e quant’altro, fotografava lo stato pietoso della televisione di stato, il suo vecchiume, le troppe raccomandazioni, i conti sballati, gli ascolti in calo, lo strapotere delle case di produzione private e dei sindacati, tutte cose ben note. Dentro l’azienda. E nei palazzi della politica. Compresa l’irritazione di Mario Draghi di fronte ai talk-show poco intelligenti e pieni di putiniani. Tutti problemi, piccoli e giganteschi, che Fuortes non ha affrontato, accarezzando, invece, per il verso giusto tutti i tic e i guasti che fanno il comodo del sistema politico, del potere sindacale e delle case di produzione che vivono e guadagnano (tanto) sull’inefficienza Rai.

 

E insomma ieri, l’amministratore delegato della Rai, dimostrando forse di conoscere il giornalismo ancora meno della televisione, di cui mai si era occupato prima in vita sua, ha di fatto attribuito l’intero articolo del Foglio a Mario Orfeo. “E lo ha giustiziato in piazza”, dicono i più spiritosi a Viale Mazzini. I due, d’altra parte, raccontano, non si erano mai presi. Sin dall’inizio.  Ma tanta irritazione dovuta a cosa, esattamente? All’idea che si potesse pensare, letto l’articolo, che Draghi fosse sul punto di cacciare Fuortes. Questa era d’altra parte l’unica cosa che infastidiva davvero Fuortes e che interessava ai funzionari Rai e ai politici. Mica i guasti dell’azienda. Loro si interessano del micropotere miserabile, non del destino della grande Rai cariata, indebitata e gravata da tredicimila dipendenti che sono il doppio di tutte le persone che lavorano a Mediaset, La7 e Discovery sommate insieme.

 

Conseguenze? Ce ne saranno. Palazzo Chigi, per esempio, non ne sapeva niente. E a quanto pare niente ne vuole sapere. Loro – dicono dalle parti di Draghi – i manager come Fuortes li nominano, ma poi questi manager agiscono liberamente. Vero. In parte. Perché Orfeo, come si diceva, è un pezzo del Pd in Rai. E da ieri su Palazzo Chigi, mentre si stavano occupando della crisi Ucraina, è piovuta questa grana strapaesana con le telefonate dei partiti. Perché quello del potere in Rai è un domino: togli una casella e rischi che caschi tutto. A riprova, forse, di quello che diceva  Pier Luigi Celli, l’ex capo della Rai, quando si dimise molti anni fa: “Questo posto è irriformabile”.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.