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E alla fine regnò solo la fine di un’èra tivù

La fine dell’ultima serie di “Game of Thrones”, le polemiche, i fan, la narrazione che ha solo l’obiettivo di piacere, a costo di una pace artificiale. Fine del mito, poi verrà l’epoca dei blockbuster televisivi

21 Maggio 2019 alle 06:00

E alla fine regnò solo la fine di un’èra tivù

Alla fine di “Game of Thrones” restano le polemiche e le accuse dei fan, i bicchieri di Starbucks e le bottigliette d’acqua lasciate in campo; restano il monologo di Tyrion Lannister (Peter Dinklage), la quasi-oligarchia di Westeros e il nuovo ordine dei Sei Regni (il Nord rimane indipendente, sotto il governo della casata Stark). E resta Bran Lo Spezzato (Isaac Hempstead-Wright), il nuovo Re, colui che ha sempre saputo come sarebbe andata a finire e che proprio per la sua insofferenza verso il ruolo di monarca – e per la sua storia, dice Tyrion – viene scelto per governare.

 

L’ultima stagione di “Game of Thrones” (su Sky on demand e NowTv) è finita con la pace, dopo innumerevoli guerre, morti ammazzati e colpi di scena; è finita con un equilibrio precario e sommario, con Jon Snow (Kit Harington) che ritorna confinato alla Barriera, con la morte di Daenerys Targaryn (Emilia Clarke), accecata dalla sua sete di giustizia, e con un messaggio chiaro. Il vero nemico, fin dal primo giorno, è stato il Trono di Spade.

 

Game of Thrones”, dopotutto, è sempre stata questo: una storia di potere. Il fantasy è venuto in un secondo momento, quasi a margine. E tutto è iniziato perché qualcuno voleva ottenere il Trono, e per farlo ha tessuto inganni e complotti, e ha portato al collasso un intero continente. La magia, gli Estranei, i non-morti: quelli, in un certo senso, sono stati un dettaglio. Come anche i draghi. La fiammata finale di Drogon, la sua rabbia esplosiva che risparmia Jon ma che distrugge il Trono, è stata la decisione più umana e sensata che qualcuno, in “Game of Thrones”, abbia mai preso.

 

Che le cose, rispetto alle precedenti stagioni, siano andate molto più velocemente e che siano state semplificate per aiutare la televisione e i suoi tempi, è innegabile. All’inizio, durante i primi anni, ci volevano interi episodi per capire quello che stava succedendo. Per rivelare il nemico, per mostrare l’ennesimo, tremendo massacro. E le persone, a questo schema, si sono abituate. Probabilmente avrebbero voluto lo stesso anche per questa stagione, e ora sono divise. Tra chi dice che non poteva esserci finale migliore e chi, invece, chiede addirittura che venga rigirato.

 

David Benioff e D. B. Weiss, i due creatori della serie, gli uomini che hanno convinto lo scrittore George R. R. Martin più di dieci anni fa ad accettare di girare “Game of Thrones”, hanno costruito un mondo fatto di parole e di suggestioni. L’hanno reso incredibile e indimenticabile, e proprio alla fine l’hanno distrutto. Come un castello di carte. Dando alle fiamme qualunque cosa. Nell’ultima puntata, complici alcuni stacchi, la storia riesce a sedimentare, a ritrovare un andamento più lento e ponderato. Ma c’è qualcosa che stona, ed è evidente a tutti. Come si passi da un momento all’altro, per esempio. Come ci si sposti da un Approdo del Re immersa nella cenere a un concilio ristretto di potentissimi che stringono una bozza di contratto sociale, cedendo parte del loro potere a un sovrano.

 

C’è una lezione di politica, in questa scena. E ce n’è un’altra, molto più importante, di buon governo. Per un momento, viene presa in considerazione anche la possibilità di instaurare una democrazia. Ma è, appunto, un momento. Spazzato immediatamente via dalle risate e dalle battute (che suonano un po’ anche come un commento di Benioff e Weiss ai fan, che ora parlano, strepitano, e che non hanno mai avuto il potere di decidere come concludere la serie).

Con “Game of Thrones” finisce un’èra del piccolo schermo e ne inizia un’altra. Quella dei blockbuster tv. Delle serie dai grandi, grandissimi budget. Delle storie che, con la loro potenza, riescono a tenere incollate le persone al televisore. Perché tutto, proprio come nel monologo di Tyrion, si riduce alle storie. Che sono immortali e invincibili, che possono vivere nel tempo, e che possono fare di persone normali delle leggende.

 

Insieme alla politica, arriva anche una lezione di drammaturgia, una lezione su come si raccontano le storie e come si mettono insieme, e soprattutto su come si fanno finire. Nessuno invoca la conclusione perfetta. Nessuno dice, e dirà mai, che questa ottava stagione di “Game of Thrones” sia la cosa migliore mai mandata in onda. È vero però, come hanno ribadito sempre Benioff e Weiss, che il compito di un grande show non è quello di accontentare il suo pubblico, ma di farlo appassionare. Ed è proprio quello che ha fatto “Game of Thrones”.

Gianmaria Tammaro

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