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Perché il presidente della Rai dovrebbe essere Fabio Rovazzi

La televisione pubblica che vorrei è autarchica, non parla romano e ha pochi spettatori 

9 Agosto 2018 alle 06:11

Perché il presidente della Rai dovrebbe essere Fabio Rovazzi

Fabio Rovazzi e Diletta Leotta in una foto su Instagram

La Rai che vorrei è una televisione che mi facesse fare un programma neosoldatiano del tipo “Viaggio nella Valle del Po”, per consentirmi di sfoggiare la mia collezione di tabarri. Ho già in mente alcune tappe: Codogno col comico padano Maurizio Milani, Rivolta d’Adda con la pittrice padana Letizia Fornasieri, Madignano col cuoco padano Bassano Vailati, Fontanellato col collezionista padano Franco Maria Ricci, Parma col pittore padano Enrico Robusti, Soliera col vignaiolo padano Anselmo Chiarli, Sermide con lo scrittore padano Davide Bregola, Pontelagoscuro col cantante padano Vasco Brondi, Ro col critico padano Vittorio Sgarbi, Porto Tolle con la documentarista padana Elisabetta Sgarbi… Anche prevedendo una tappa politicamente opportuna nella mia amata Casalmaggiore con la grillina padana Silvia Virgulti (inserirei di frodo il prete padano don Ottorino Baronio capace di organizzare rosari contro l’islam) temo che la trasmissione mi verrebbe chiusa per mancanza di spettatori. Mario Soldati nel 1957 non aveva concorrenza alcuna, non esistevano altri canali, o guardavi lui o guardavi fuori dalla finestra, mentre io avrei contro l’universo mondo: e come potrebbe competere la poetica Isola della Donzella con l’erotica “Temptation Island”? E comunque nella Valle del Po al posto delle vecchie osterie oggi ci sono i bar dei cinesi, è meglio lasciar perdere anche per non rattristarsi.

  

Meglio chiamare Fabio Rovazzi. Come presidente, direttore artistico, direttore di rete, presentatore di Sanremo, qualunque cosa, fate voi. Negli ultimi giorni ho capito che l’artista di Lambrate è un vero genio, oltre che un vero autarchico: cantante, comico, regista, imprenditore, autore dei testi e delle musiche, montatore, produttore, il più clamoroso caso di ghe-pensi-mi dai tempi del boom economico… Se qualcuno può riuscire a ridare vitalità all’artritico pachiderma di Viale Mazzini questo qualcuno è lui. Dei nuovi media è un mago senza esserne un fanatico: diventato famoso grazie a YouTube, su Instagram si guarda bene dall’esibire la bellissima fidanzata. Non somiglia all’ex amico Fedez, disdicevole personaggio da cui si differenzia anche per la completa assenza di tatuaggi. Sa comunicare a tutte le generazioni essendo al contempo giovane e vecchio: nato nel 1994, ha i baffetti e la facies di Tino Scotti, comico milanese degli anni Cinquanta. E’ perfino montanelliano come magari sarà stato il nonno. Ho notato soltanto io l’intervista web in cui svela di avere come punto di riferimento il fondatore del Giornale? Parlando del video di “Faccio quello che voglio” dice: “E’ importante per le nuove generazioni capire che non bisogna comportarsi così ma pensare al bene comune e riprendere quella resistenza nazionale che abbiamo perso, come diceva Montanelli”. Un montanellismo più limpido di quello di Marcello Foa: dirsi allievo di Montanelli a un giornalista può fare gioco, a un cantante no di sicuro. Ed è possibile che soltanto io abbia decrittato l’intervista implicitamente anti-Saviano rilasciata a Radio Deejay? A un Linus che non coglieva o non voleva cogliere ha sciorinato una critica ai “prodotti che nascono come denuncia di una realtà e poi diventano esaltazione del male”.

  

Siamo di fronte, con “Faccio quello che voglio”, a un caso rarissimo se non unico di hit estiva dai forti contenuti morali, evidenti nei versi affidati alla voce di Al Bano: “Facciamo dei modelli sbagliati la normalità / quindici minuti di celebrità”. Dunque disponiamo di un giovane artista di grande successo che distingue il bene dal male, crede nella nazione, produce un divertimento pedagogico: Rovazzi come nuovo Bernabei? Potrebbe diventarlo, se a Roma fossero un po’ meno cocciutamente romani. Perché il re del tormentone ha l’handicap di parlare in italiano. (Chi abita all’interno del Grande Raccordo Anulare è convinto che nei programmi della televisione di Stato si parli la lingua di Dante: si parla piuttosto la lingua di Zoro. E pazienza che Diego Bianchi ora sia a La7: io che abito nella Valle del Po sono convinto che a Saxa Rubra vadano ancora tutti a lezione di dizione da lui, il campione dell’arroganza linguistica romana).

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  • ancian99

    09 Agosto 2018 - 13:01

    Mi preoccupa leggere termini come autarchia (TV autarchica) e il ricorrente inneggiare a tutto ciò che è padano. C'è anche una lingua italiana che ho imparato ad usare e apprezzare, la nostra lingua nazionale che consente di dialogare con altri media (giornali, Televisioni, contenuti multimediali pubblicati nell'ambito della buona comunicazione) di altre nazioni, in altre lingue. Ciò consentirebbe agli Italiani di entrare in contatto con altre lingue, altre culture, altri stili e ampliare il proprio campo di conoscenze, al fine di non subire quell'imbarbarimento e quella chiusura autarchica che condannerebbe all'isolamento mentale e linguistico non solo l'Italia, ma anche gli Italiani.

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  • carloalberto

    09 Agosto 2018 - 09:09

    Langone, guardi che a Roma non parliamo tutti... "alla romana". Quello è l'accento burinesco che ormai è divenuto ufficiale perché qualcuno deve averlo scambiato per "popolare" e quindi "vicino alla gente" nonché "simpatico". Oltre al fatto che il livello medio di cultura dei dipendenti Rai è una via di mezzo tra il cascame sessantottino e quello dei raccomandati dai politicanti. Ma le garantisco che quel modo di parlare pararomanesco dà fastidio anche a più di qualcuno che a Roma ci è nato e vissuto. Semmai, piuttosto lei lasci perdere Elisabetta Sgarbi, alfiere della solita paracultura "di sinistra".

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