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Appello per salvare gli opinionisti che dicono cose impopolari e condannare i troll

Il caso Jeong e la memoria selettiva dell’opinione pubblica

Mattia Ferraresi

Email:

ferraresi@ilfoglio.it

12 Agosto 2018 alle 06:11

Appello per salvare gli opinionisti che dicono cose impopolari e condannare i troll

Sarah Jeong

La premessa del ragionamento svolto da Virginia Heffernan su Wired è che c’è una differenza sostanziale, qualitativa fra un editorialista e un troll, fra un critico e un propagandista. Un genere è fatto da ottusi megafoni che urlano variazioni su contenuti preconfezionati, senza ragionare né pensare. L’altro genere si nutre invece di logica, di argomentazioni, idee, riferimenti, cerca conforto nei testi e nelle fonti, si muove nell’ambito della complessità; questo vale anche quando la conclusione che il critico sostiene è particolarmente caustica e minoritaria. Un altro modo per dire la stessa cosa è: un troll e un editorialista possono incidentalmente trovarsi d’accordo su qualcosa, ma la natura del percorso che li ha portati a una certa conclusione è radicalmente diversa. Questo preambolo serve all’editorialista per sostenere che il becero complottista Alex Jones può e deve essere cacciato dai social, per risparmiare agli utenti di buona volontà enormi dosi di odio e di bufale, mentre Sarah Jeong non deve essere licenziata dal New York Times, per evitare che i medesimi utenti siano privati di una voce sferzante ma pensante. Jeong era stata da poco assunta nell’editorial board del quotidiano quando sono riemersi dal suo profilo Twitter una sere di cinguettii contro i bianchi, posizioni razziste che, si difende lei (sostenuta dal Times), altro non erano se non paradossali risposte a tono agli attivisti della alt-right che la tormentavano sui social. Si è scatenato il solito piccolo finimondo: una parte dice che Jeong mostra il razzismo verso i bianchi che per correttezza politica non può essere sanzionato, l’altra ribatte che è tutta una grande scusa per far fuori una brillante opinionista di origini asiatiche.

 

False analogie e accuse di doppiopesismo sono scrosciate copiose sul dibattito. Heffernan è uscita dal vicolo cieco invocando appunto il principio per cui l’editorialista, quando è davvero tale, ovvero un portatore di argomentazioni e idee discutibili con gli strumenti della ragione, va sempre difeso. E così Jeong va difesa, ma andava difeso anche Kevin Williamson, cacciato dall’Atlantic per alcuni tweet in cui spiegava la sua posizione contro l’aborto, andava difesa anche Joy Reid, opinionista della Msnbc che in un vecchio blog ha scritto messaggi critici sui gay e i musulmani, andava difesa anche l’anarchica Quinn Norton, lei che invece è stata scaricata dal Times nel giro di sei ore dalla nomina perché ha proclamato pubblicamente di essere amica di un neonazista. Tutti questi portatori di idee talvolta abrasive e incondivisibili andavano difesi, non soltanto alcuni.

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Commenti all'articolo

  • branzanti

    12 Agosto 2018 - 14:02

    C'è una precisa (e neppure sottile) linea di demarcazione, oltre ai condivisibili argomenti di Virginia Heffernan, fra pensatori e seminatori d'odio : i primi esprimono critiche, anche feroci, alle idee dei loro avversari, i secondi li additano all'odio e, fiananco, alla violenza fisica nei loro confronti, creando oggettive condizioni di pericolo. Jones è un odiatore, la Jong una critica caustica che può non piacere, tutto qui. Vorrei solo far notare che appare una autentica acrobazia logica accusare qualcuno di razzismo nei confronti della popolazione bianca americana che (non tutta, ma in moltissime aree rurali, minerarie, industriali e naturalmente al sud) assume atteggiamenti e comportamenti razzisti, che hanno raro confronto in altri paesi.

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