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benefici e rischi

L'AI non distrugge i posti di lavoro, li cambia. Uno studio tedesco 

Daniel Mosseri

L'analisi mostra come le aziende che fanno un uso intensivo dell'intelligenza artificiale assumono più spesso lavoratori qualificati e anche se le mansioni d'ufficio più semplici diminuiscono, causando una perdita di lavoro, l'uso di questo strumento mantiene stabile l'occupazione complessiva

Berlino. Luddisti del XXI secolo mettetevi l’anima in pace: l’intelligenza artificiale non è solo viva e pervasiva ma non distrugge i posti di lavoro. Semmai li cambia. Lo sostiene l’ultimo studio pubblicato dal Kiel Institute for the World Economy, istituto di ricerca e think tank tedesco con base a Kiel, a un tiro di schioppo dalla Danimarca. E proprio dalla Danimarca, per poi allargarsi a Svezia e Portogallo, i ricercatori di questi tre paesi e della Germania, sono partiti per capire gli effetti dell’AI. Lo studio empirico ha monitorato i progressi nell’AI dal 2010 al 2023 in nove sottodomini, dall’elaborazione del linguaggio alla generazione di testi, dal riconoscimento delle immagini ai sistemi decisionali e di raccomandazione mappando i progressi tecnologici direttamente sulle professioni. Il risultato dello studio? Le aziende che fanno un uso intensivo dell’AI assumono più spesso lavoratori qualificati, mentre le mansioni d’ufficio “semplici” diminuiscono. Una perdita di lavoro dunque esiste ma, concludono i ricercatori, “l’AI mantiene stabile l’occupazione complessiva, aumentando la pressione sulle qualifiche”. 

 


Il periodo in considerazione è molto lungo e la stessa intelligenza artificiale non ha seguito uno sviluppo lineare in ogni settore: quella utilizzata nei video e per le strategie decisionali “ha registrato i progressi maggiori, mentre quella relativa alla traduzione ha registrato i progressi più lenti”. La forza del suo impatto sui posti di lavoro non è però legata ai progressi dell’AI stessa quanto al livello di manualità e interazione sociale esistente in ogni professione, ci spiega il professor Holger Görg, direttore per le ricerche del gruppo “Commercio internazionale” dell’istituto di Kiel. “La domanda che ci siamo posti è chi deve avere paura dell’AI, in che modo questo strumento ti aiuta a trovare un lavoro o mantenere quello che hai”. Domande dalle risposte non univoche, sottolinea, “perché l’AI può aiutarti a essere più produttivo, a migliorare il tuo lavoro, ma ti può anche sostituire”. Esiste dunque un rapporto di proporzionalità inversa fra  il grado di manualità e di rapporti interpersonali richiesti da un lavoro da una parte, e, dall’altra, la capacità dell’intelligenza artificiale di impattare sulla professione: molto più a rischio di essere “sostituiti” dall’AI sono i traduttori, i data analyst, gli sviluppatori di software e i consulenti finanziari – i “colletti bianchi”, insomma – mentre in fondo alla lista troviamo i lavori manuali in genere, chi lavora nel sociale come anche gli infermieri, che non solo usano le mani ma lo fanno interagendo con i pazienti. Ancora un esempio: nelle assicurazioni l’AI può essere un surrogato di chi sviluppa i modelli finanziari ma non di chi si occupa dei rapporti con la clientela. 

 

Il rischio di sostituzione è tuttavia teorico, insiste Görg, sottolineando come “guardando nel complesso questi 14 anni, i risultati sono sfumati: l’intelligenza artificiale non ha realmente sostituito alcun lavoro nel complesso. Ci sono pochissime prove che ciò sia avvenuto. Quello che invece sta succedendo è che i lavori cambiano”. E poi, aggiunge, importante è capire anche di che tipo di sistema di AI stiamo parlando perché quello applicato al linguaggio e ai modelli “come ChatGPT o Gemini, in genere non sostituisce alcun lavoro, ma lo completa: immaginiamo un calzolaio che usi l’AI per sbrigare le pratiche burocratiche”. Gli effetti dell’intelligenza artificiale sul mondo del lavoro sono complessi, è dunque inutile parlare di termini di AI buona o cattiva. “L’AI è tra di noi e non è destinata ad andare via; quindi, non nascondiamo la testa nella sabbia ma cerchiamo di usare questo strumento al meglio”. Non resta dunque che “insegnarla e adattare anche il nostro programma di studi”. Non un appello generico, conclude Görg portando l’esempio dello studente universitario: “Se per esempio stai studiando Matematica penso che una parte importante dovrebbe essere chiedersi: come si usa l’intelligenza artificiale? In che modo mi sarà daiuto?”.

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