cerca

Il Foglio Innovazione

Il titano della tecnologia è un mestiere che non tira più

Che fine hanno fatto gli spiriti animali della Silicon Valley? Buttati fuori dalle loro aziende (per colpe manifeste) o placidamente in pensione, sostituiti da un nuovo establishment noioso

1 Febbraio 2020 alle 06:09

Travis Kalanick, ex fondatore cacciato da Uber, nel 2016 (Danish Siddiqui / Reuters)

Travis Kalanick, ex fondatore cacciato da Uber, nel 2016 (Danish Siddiqui / Reuters)

Non c’è solo il collocamento mancato e la damnatio memoriae di WeWork, l’inventore di Uber che vende le ultime azioni e abbandona la società, il processo per la fondatrice più giovane del mondo e il ritiro dei due mitologici fondatori di Google, Larry Page e Sergey Brin. E’ chiaro che la Silicon Valley, intesa come principato tecnologico che si estende anche al Nasdaq, sta assistendo alla sua gentrificazione, un processo per cui i fondatori-ceo carismatici se ne vanno in pensione, chi per essere stato “un sòla”, chi perché ha di meglio da fare, chi perché è un processo fisiologico. Quello che è certo è che la loro sostituzione avviene con figure più riflessive.

  

Adam Neumann è quasi una barzelletta, il founder più narcisista d’America doveva essere la promessa di questi anni Venti, ne è diventata la macchietta. La valutazione della sua compagnia è crollata da 47 a dieci miliardi, la sua nomina a amministratore delegato cancellata, il collocamento in Borsa rimandato per sempre. Eppure per un po’ è stato il re di Wall Street: l’idea di affittare edifici, suddividerli in scintillanti uffici “on demand” per giovani brufolosi che pagano prezzi sopra la media per frequentare queste specie di epicentri di coolness (con divani di pelle, distributori di cereali, birra alla spina) sembrava funzionare, ma poi è crollata velocemente come il culto del suo ceo e fondatore, belloccio israeliano perfetto campione di una nuova specie di startuppari glamour. Capello lungo, faccia da attore, ha una zia presentatrice tv israeliana, e una sorella che è stata miss Teen Israel. Fino a qualche mese fa se ne stava a New York oppure agli Hamptons con la moglie, attrice mancata, istruttrice di yoga e per sovrappiù cugina di Gwyneth Paltrow.

  

Rebekah Paltrow Neumann, oltre ad aver prodotto con lui cinque figli, si occupa o forse occupava del progetto educativo dell’azienda, cioè di creare una scuola che dia “un approccio consapevole all’educazione imprenditoriale” ai giovani. Quello che sarebbe servito al marito. Neumann infatti ha messo in atto una serie di pratiche baldanzose che alla fine hanno fatto imbestialire analisti e investitori alla vigilia dello sbarco a Wall Street. In particolare ha venduto il logo dell’azienda… all’azienda, di cui era maggior azionista e amministratore delegato, cioè praticamente a sé stesso, per quasi 6 milioni di dollari. Non è l’unica bizzarria nel suo comportamento manageriale, essendosi disfato pure, poco prima dell’Ipo, di 700 milioni di dollari di azioni – non proprio un segno di fiducia nel prossimo collocamento. Collocamento che aveva poi altre peculiarità: il nome dell’immaginifico fondatore ricorreva ben 169 volte. Anche le metriche utilizzate erano bizzarre: non si parlava di utili ante imposte ma di “utili ante imposte di comunità”, che fa un po’ Verdone.

 


Le startup che fino a qualche anno fa erano viste come pioniere sono diventate il nemico perfetto, come i notai o le autostrade da noi


 

Il resto è storia: Neumann ha fatto marcia indietro, ha restituito soldi, ha fatto ammenda, ma a quel punto il mito era già incrinato, gli analisti si sono scatenati, e l’idea di sbarcare in Borsa congelata (perché, come ha scritto il Financial Times, un conto è sedurre degli investitori che magari sono più matti di te, come il ras di Softbank Masayoshi Son, che ha scommesso miliardi su Neumann. Un’altra cosa è convincere gli analisti seri, che vogliono efficienza, non giochi di prestigio). Insomma, quello di Wework rimarrà come caso di scuola in cui è enorme lo scarto tra risonanza pubblica del fondatore e solidità del business.

  

Mai come il caso di Elizabeth Holmes, la fondatrice di Theranos, una società poi fallita che garantiva analisi del sangue fai-da-te, con una macchina in grado di fare anche analisi dell’Hiv a domicilio. Grazie a molte entrature, e a una famigliona che ne ha alimentato autostima e contatti, Holmes aveva sedotto personaggi come Rupert Murdoch, Henry Kissinger e Bill Clinton, e in pochi anni ha raccolto 700 milioni di dollari. Salvo poi fallire bruscamente. Forbes la colloca tra i personaggi negativi del decennio appena passato, come protagonista della più grande truffa della storia della Silicon Valley. Nel 2020 andrà a processo, e rischia 20 anni di prigione.

  

Ma non ci sono solo le truffe: non è un “sòla” Travis Kalanick, il fondatore di Uber che ha annunciato a Natale di aver venduto l’ultimo pacchetto di azioni della società da lui fondata dieci anni fa, e di volersi dedicare solamente a un suo nuovo stravagante progetto (affittare cucine di ristoranti per cucinare cibo da asporto, insomma puntando sui vari Glovo). Abbandonare la sua creatura, che oggi ha 100 milioni di clienti, è stato un dramma per il rustico fondatore, protagonista tra l’altro di un recente librone, “Superpumped”, opera del giornalista tecnologico del New York Times Mike Isaac. Il libro arriva dopo l’abbastanza fallimentare collocamento in Borsa di Uber, ma è soprattutto la saga di un personaggio simbolo che sta pagando probabilmente per tutti: Kalanick è il Bettino Craxi della Silicon Valley, per aver sfidato il settore più regolamentato del mondo (i taxi), creando nuovi stili di vita imprescindibili. Essendo la startup che ha “disrupted” di più in assoluto, è quella anche che ha eccitato di più gli spiriti. Ha messo sul lastrico qualche migliaio di tassisti, rendendo però più comoda ed economica la vita a milioni di consumatori. Così non stupiscono la polvere e gli allori. Oggi la compagnia non va bene: non ha mai fatto un dollaro di profitto, e le prospettive non sono rosee.

  

Il suo destino e quello di Kalanick sono tutt’uno: lui è stato accusato di tutto, invischiato in ogni sorta di nefandezza, pure nel Metoo, che nasce proprio a Uber con la denuncia di una sua dipendente, Susan Fowler. Paga uno stile di vita, anche: sui media di tutto il mondo sono rimbalzate le feste aziendali organizzate con donnine e alcol a Miami e Las Vegas, con Beyoncé a cantare per i dipendenti. Pratiche un po’ gangsteristiche, da “robber baron” nella migliore epica avventurosa del capitalismo americano (il sindaco di Portland, Oregon, non vuole Uber in città, così sparge per le strade ispettori pronti a multare gli eventuali Uber in circolazione, ma non sa con chi ha a che fare, perché Uber ha un software in grado di riconoscere i “nemici” come poliziotti, ispettori, autorità locali e di seminarli alla 007).

  

Uber come il suo fondatore ha incarnato più di tutti gli spiriti animali della Valle – giovani startuppari scappati di casa e dall’università che da un giorno all’altro si ritrovano pil da media potenza e groupie pronte a tutto più di tante rockstar. Rilevanza, sex appeal, investitori che finanziano e rifinanziano, fanno male all’ego di questi ragazzotti che si vantano di interrompere l’università non appena mettono a punto il primo business plan entusiasmante; dunque educazioni interrotte, poca esperienza, background familiari non da Circolo della Caccia. Quando però le cose si mettono male, viene giù tutto. Nel 2017 il movimento #deleteuber porta 500.000 clienti a disinstallare la app, considerata trumpiana perché i tassisti scioperano contro le prime leggi anti immigrati della Casa Bianca, e Uber un po’ goffamente si incarta e viene percepita come crumira. Poi Kalanick che a Los Angeles imbruttisce a un autista, che gli dice che a causa sua (di Kalanick) lui ha perso centomila dollari, perché l’azienda ha rivisto le tariffe, e il ceo filmato a sua insaputa gli dice “smettila di scaricare sugli altri le tue responsabilità”, che avrebbe anche senso ma nell’epoca del percepito viene trovata un atto di imperio del solito bianco maschio privilegiato. Insomma, un disastro, con Kalanick che fino alla fine non si pente.

 


 C’è tutta una letteratura su ceo carismatici che a un certo punto vengono buttati fuori dalle società da loro fondate, poi magari tornano


 

Il micidiale ego risucchia tutto: a un certo punto Google Ventures, il braccio finanziario di Google, vuole investire in Uber. Lui li fa attendere, poi gli fa tirar fuori 250 milioni di dollari, e come segno di resa pretende anche una prima colazione col mitologico fondatore di Google Larry Page. Kalanick si prepara per andare al meeting, chiama un Uber, ma a un certo punto arriva un’auto senza guidatore. Google gli ha mandato quel prototipo di auto senza conducente a prenderlo: per fargli capire un po’ chi comanda, di chi è la supremazia morale nella Valle. E lui lì va fuori di testa. Il resto è storia, dopo vari traccheggiamenti Kalanick viene sostituito dall’iraniano-americano e soprattutto urbano Dara Khosrowshahi, già in forze a Expedia e nel board del New York Times. E adesso si dedica alla ristorazione che viaggia, mah.

 

Intanto proprio Page, assieme all’altro fondatore di Google, Sergey Brin, ha comunicato a fine dicembre la volontà di lasciare ogni ruolo operativo in Alphabet, la società capogruppo. Sundar Pichai, il Ceo che guidava già Google dal 2015, prenderà il loro posto anche nella holding, e i due hanno detto che insomma, già operativamente delegavano molto, ma si tratta comunque di una fuoriuscita di carisma senza precedenti dalla Silicon Valley (considerando anche Neumann siliconvallico ad honorem).

 

Certo sono quattro casi molto diversi, e c’è tutta una letteratura su ceo carismatici che a un certo punto vengono buttati fuori dalle società da loro fondate, e magari tornano ricchi e spietati come il conte di Montecristo (sì, esatto, Steve Jobs). E’ anche fisiologico che i fondatori, portatori di spiriti animali, celebrati proprio per questo, a un certo punto vengano sostituiti perché la fase avventurosa del business è finita e ci vuole qualcuno di più affidabile e banale.

 

Il fatto è poi che il carisma non è ereditario, come insegna lo stesso Jobs, sostituito dall’efficiente ma non sexy Tim Cook, che guida la Apple dopo la scomparsa del fondatore. Negli Stati Uniti c’è anche una cultura diversa da quella europea, dove arzilli vecchietti vendono e ricomprano le loro creature temendo di finire nel dimenticatoio. Là, qualcuno si dedica, anche grazie a un fisco incoraggiante, ad altre attività tipo salvare il pianeta, come fa Bill Gates che da anni non è più alla guida di Microsoft ma è impegnato nella fondazione aperta insieme alla moglie.

 

Oltre a tutto ciò c’è il fatto che la narrazione della Silicon Valley è molto cambiata. Le startup che fino a qualche anno fa erano viste come pioniere sono oggi colossi monopolistici a cui tutti fanno le pulci, sono diventate il nemico perfetto, come i notai o le autostrade da noi. La California, il principato che le ospita e simboleggia, una volta si vantava di questi suoi figli, mentre oggi non c’è praticamente candidato democratico che non abbia in mente un modo per punire le aziende tecnologiche. E’ stata anche appena introdotta una nuova legge sulla privacy – la prima finora negli Stati Uniti – che dovrebbe impedire alle aziende online di “vendere” i dati dei loro clienti.

 

Poi, c’è tutta una letteratura di “apocalittici” che sta prendendo piede. Shoshana Zuboff, la professoressa di Harvard che ha pubblicato “The Age of Surveillance Capitalism”, recentemente tradotta in Italia con “Capitalismo della sorveglianza” (Luiss University Press) teorizza e depreca quel sistema per cui noi cerchiamo meglio grazie a Google e a tutte le altre diavolerie, e in cambio le diavolerie cercano noi. Zuboff è ispirata da Tim Wu, giurista della Columbia, che col suo libro “The Attention Merchants”, ha teorizzato la trasformazione dei nostri dati personali in commodity. E poi c’è Roger McNamee, già finanziatore del giovane Zuckerberg, autore di “Zucked. Come aprire gli occhi sulla catastrofe Facebook”, in cui dice tutto il male possibile dell’azienda californiana, e per estensione sulla Silicon Valley.

 

Insomma, stare in prima fila nella Valle è diventato più faticoso negli ultimi anni: è come fare un lavoro che era molto cool e ora è diventato improvvisamente malvisto e cheap (tipo il giornalista). Qualcuno vuole rimanere sotto i riflettori. Qualcun altro se ne va. Tanti approfittano del momento per farsi un po’ da parte, e godersi i fantastilioni accumulati in attività più divertenti, come Google X, il laboratorio super segreto di Google che è la passione di Brin, dove si portano avanti i progetti speciali come gli occhiali, l’auto senza conducente e altre invenzioni avveniristiche. Come biasimarlo.

Michele Masneri

Michele Masneri è bresciano e vive prevalentemente sull’alta velocità tra Roma e Milano. Scrive schizofrenicamente di cultura, società e architettura. Come molti italiani ha scritto un romanzo, si intitola "Addio, monti", non c'entra con l'ex premier, ed è edito da minimum fax. Usciranno presto in volume i suoi reportage dalla Silicon Valley, dove è stato inviato per questo giornale.

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi