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Gli youtuber si sono fatti il loro sindacato, assieme alla Fiom tedesca

Scala mobile, vlogging e concertazione. Gli utenti che pubblicano video non sanno più cosa fare per seguire regole in continuo cambiamento e per non perdere follower e introiti

Eugenio Cau

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cau@ilfoglio.it

31 Luglio 2019 alle 09:07

Gli youtuber si sono fatti il loro sindacato, assieme alla Fiom tedesca

Il logo della YouTubers Union (foto: Facebook)

Milano. Un gruppo di youtuber ha costituito un sindacato, la “YouTubers Union”, e si è messo in associazione con il sindacato dei metallurgici tedeschi per ottenere concessioni dalla più grande piattaforma video del mondo. Parlare di sindacati dentro a YouTube fa già strano. La piattaforma è stata fondata nel 2005, mentre le organizzazioni sindacali hanno una patina decisamente novecentesca. Parlare di sindacati dentro a YouTube che entrano in associazione con IG Metall, la più grande federazione d’Europa, un’organizzazione gigantesca con sede a Francoforte sul Meno che fa pensare a enormi acciaierie e a industrie pesanti – parlare di associazione tra questi due mondi così distanti, dicevamo, sembra ben poco naturale. Youtuber che fanno le smorfie davanti a una telecamera chiusi nelle loro camerette e metallurgici tedeschi non sembrano un bel binomio.

 

Eppure il sindacato degli youtuber esiste, l’accordo con IG Metall è stato firmato, e c’è pure un ultimatum: gli youtuber sindacalizzati hanno dato tempo a YouTube fino al 23 agosto per rispondere alle loro istanze e cominciare un negoziato, poi cominceranno azioni dimostrative e legali.

  

Il sindacato degli youtuber per ora è un fenomeno medio-piccolo, dentro ci sono alcuni youtuber che hanno milioni di follower, ma non i grandi baroni della piattaforma. Il problema però potrebbe diventare serio per una ragione semplice: gli youtuber sono arrabbiati con YouTube. Dicono che la piattaforma cambia in continuazione le regole della cosiddetta “monetizzazione” (un video è monetizzato quando mostra annunci pubblicitari e l’autore del video ottiene una piccola quota dei ricavi. E’ YouTube, in maniera insindacabile, che decide quali video sono monetizzati e quali no), rendendo impossibile la vita agli youtuber, che non sanno più cosa fare per seguire regole in continuo cambiamento e per non perdere follower e introiti. Nel 2017 ci fu la cosiddetta Adpocalypse: gli inserzionisti pubblicitari minacciarono di lasciare YouTube perché i loro annunci erano finiti associati a video violenti, in alcuni casi perfino video di propaganda dell’Isis. In risposta YouTube approvò misure draconiane che, applicate con la grande generalizzazione dell’algoritmo, fecero perdere milioni di visualizzazione anche a youtuber che non c’entravano niente. Casi del genere si sono susseguiti, anche se YouTube dice di aver fatto molto per i suoi “creators” (li chiama così), e di recente ha offerto loro nuove possibilità di guadagno oltre alla pubblicità, ma molti dicono di sentirsi traditi dalla piattaforma, vogliono stabilità e certezze, vogliono diritti e, perché no, un sindacato.

 

La partnership tra la YouTubers Union e IG Metall si chiama FairTube ed è stata creata con un sindacato europeo perché gli youtuber sperano di rivoltare contro YouTube il Gdpr, il regolamento per la protezione dei dati personali approvato dall’Ue, sostenendo in pratica che YouTube non può gestire i dati dei suoi creativi senza il loro consenso, e che dunque non può lasciare fare all’algoritmo il lavoro di chi viene monetizzato e chi no. IG Metall ci mette gli avvocati, e ovviamente spera di trovare pubblicità e linfa per le sue iscrizioni: in Italia il sindacato equivalente è la Fiom, immaginate che polverone farebbe una vertenza contro YouTube.

 

Forse gli youtuber non avranno una scala mobile stile prima repubblica, e forse non vedremo mai i dirigenti della piattaforma al tavolo di concertazione con youtuber minorenni e con austeri sindacalisti tedeschi, ma casi come questo dimostrano che l’equilibrio su cui si basa YouTube è fragile. Sempre più youtuber minacciano di spostarsi su TikTok, la app cinese che negli ultimi mesi è diventata popolarissima anche in occidente. Peccato che in Cina i sindacati indipendenti siano proibiti.

Eugenio Cau

Eugenio Cau

E’ nato a Bologna, si è laureato in Storia, fa parte della redazione del Foglio a Milano. Ha vissuto un periodo in Messico, dove ha deciso di fare il giornalista. E’ un ottimista tecnologico. Per il Foglio cura Silicio, una newsletter settimanale a tema tech, e il Foglio Innovazione, un inserto mensile in cui si parla di tecnologia e progresso. Ha una passione per la Cina e vorrebbe imparare il mandarino.

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