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Il nuovo pensiero unico della Silicon Valley. Sono svaniti gli ideali degli inizi

Google e Facebook esercitano un potere arbitrario che ci rifiutiamo di vedere. Chi la pensa diversamente viene costretto a stare in silenzio, scrive il Sunday Times 

24 Giugno 2019 alle 08:50

Il nuovo pensiero unico della Silicon Valley. Sono svaniti gli ideali degli inizi

foto LaPresse

Sono abbastanza anziano per ricordare quando Twitter si definiva ‘la corrente per la libertà di stampa del partito per la libertà di stampa’”, scrive lo storico Niall Ferguson sul Sunday Times: “Ricordo anche la ‘Dichiarazione d’indipendenza del cyberspace’, il manifesto hippie-libertario di John Perry Barlow, che immaginava uno spazio ‘in cui chiunque può esprimere i suoi pensieri, a prescindere da quanto essi siano singolari, senza avere paura di essere costretto al silenzio o al conformismo’”.

 

Questo ideale è svanito col passare degli anni, come testimoniano molti episodi di censura da parte delle aziende tech. La scorsa settimana YouTube ha annunciato che avrebbe “proibito i video che suggeriscono che un gruppo sia superiore a un altro per giustificare discriminazioni, segregazioni o l’esclusione sulla base dell’età, genere, casta, religione e orientamento sessuale”. Questa regola ha portato alla cancellazione dei video di alcuni gruppi dell’estrema destra.

 

Il giornalista di Vox Carlos Maza ha sfidato YouTube chiedendo di bandire il presentatore Steven Crowder, che avrebbe fatto alcune battute omofobe su di lui. YouTube inizialmente ha resistito ma poi – anche a causa delle pressioni dei suoi impiegati – si è arreso, e ha annunciato di avere sospeso “i canali di monetizzazione del canale… perché una serie di atti spregevoli hanno danneggiato la comunità”.

 

Niall Ferguson dice di non voler giustificare Crowder e il suo programma; la vicenda che ha coinvolto il conduttore americano è un segno di come “la libertà di stampa sia in caduta libera”. Ci sono molto episodi a sostegno di questi tesi. Il cofondatore della English Defence League, Tommy Robinson, è stato censurato da YouTube quest’anno. Lo scorso mese Facebook ha bandito il provocatore dell’alt-right Milo Yiannopoulos, il suprematista bianco Paul Nehlen, l’afro-americano musulmano Louis Farrakhan e l’attivista nazionalista Laura Loomer.

 

L’azienda si è vantata di avere rintracciato il 65 per cento dell’hate speech per conto proprio – senza alcun bisogno delle segnalazioni degli utenti – nella prima metà del 2019. Le grandi compagnie tecnologiche in passato si limitavano a rimuovere contenuti terroristici o pedofili, ma oggi sono coinvolti in una censura politica. Google lo ammette apertamente: una presentazione lo scorso marzo era intitolata “Il censore buono”. Questo significa che decine di migliaia di moderatori decidono ciò che puoi e non puoi vedere online. Niall Ferguson traccia un parallelo col romanzo “1984” di George Orwell: la sua visione del futuro era “‘uno stivale che calpesta il volto umano – per sempre”. Nel 2019 sembra essere un secchione che preme “elimina” sulla tastiera per sempre. “A voi potrebbero non interessare le persone che ho citato finora – scrive lo storico – Potreste continuare a non essere interessati se vi dico che alcune interviste che abbiamo concesso io e mia moglie ai giornalisti Dennis Prager e Dave Rubin sono state ‘demonetizzate’ da YouTube. Questo vuol dire che Prager e Rubin non hanno guadagnato un soldo. Il punto non è chi viene demonetizzato o censurato. Il punto è che delle compagnie grandi e onnipresenti come Google e Facebook non dovrebbero avere questo potere. Anche Mark Zuckerberg è d’accordo che “abbiamo troppo potere per quanto riguarda la libera espressione”.

 

Le piattaforme tecnologiche sono “la nuova pubblica piazza”, sostiene l’ex giudice della Corte suprema americana Anthony Kennedy. Tuttavia, “le aziende tech non agiscono in questo spirito – spiega Ferguson – a meno che Kennedy non avesse in mente Piazza Tiananmen”. Il Primo emendamento della Costituzione americana proibisce al Congresso di “restringere la libertà di espressione o di stampa”, e la Corte suprema ha concesso poche eccezioni. I tribunali americani sono riluttanti a sanzionare la libertà di stampa, anche quando l’imputato è accusato di diffamazione, invasione della privacy o traumi emotivi. “Ma tutto questo non si applica alla rete – scrive Ferguson – Qui le compagnie tech si comportano come se fossero il ramo esecutivo, giudiziario, legislativo e la stampa. Le aziende tecnologiche sono protette due volte: il Primo emendamento generalmente non si applica alle aziende private. Poi la sezione 230 del Communications Decency Act del 1996 ha stabilito che ‘i servizi interattivi’ non sono degli editori e quindi, a differenza dei giornali, non possono essere ‘ritenuti responsabili per ciò che avviene sulle loro piattaforme’ ma sono responsabili ‘per un gesto fatto in buona fede per restringere l’accesso o la disponibilità di un materiale che considerano osceno, eccessivamente violento, sporco, volgare o quantomeno eccepibile’. In questo modo le aziende non possono essere accusate di restringere la libertà di espressione quando cancellano il materiale online.

 

Dire che la sezione 230 è anacronistica sarebbe un eufemismo, dato che è stata approvata quando Internet era agli albori”, scrive ancora Ferguson: “Sarebbe più accurato chiamarlo il Comma 22 (ovvero il paradosso, ndt) del nostro tempo, visto che le aziende tech non sono editori quando i contenuti pubblicati sulle loro piattaforme recano un danno, ma sono editori quando praticano la censura. In entrambi i casi, hanno poche responsabilità legali”.

 

Negli Stati Uniti c’è chi propone di “frammentare il big tech” riformando o riesumando le regole sulla concorrenza. Altri, incluse le compagnie tecnologiche, invece sono a favore di una maggiore regolamentazione. La crisi della libertà di stampa deve essere affrontata. Le piattaforme tech gestiscono troppi contenuti per essere ritenuti degli editori efficaci. Oggi le aziende sono protette dalla sezione 230 a patto che tutelino il pluralismo previsto dal Congresso. “L’alternativa è cancellare la sezione 230 e imporre alle aziende tech qualcosa di simile al Primo emendamento per obbligarli a non restringere la libertà di stampa – conclude Ferguson – Essendo uno degli ultimi membri del partito della libertà di stampa, preferirei la seconda opzione. Ma entrambe sarebbero un miglioramento rispetto al secchione che preme il pulsante ‘cancella’ per sempre”.

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Commenti all'articolo

  • Uoller

    Uoller

    24 Giugno 2019 - 12:12

    Non ho potuto assistere al convegno completo. Mi farebbe comodo il podcast, se c'è. E il video dell'intervento di Barbareschi, se possibile. Davvero brillante e Interessante Grazie in anticipo.

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