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La crisi in Silicon valley: ecco i profeti del no social

Sono professori a Harvard, scrittori, giornalisti. Hanno teorie sul capitalismo e la democrazia. Stanno costruendo le basi ideologiche del movimento anti Facebook e Google. E non sono pazzi

3 Giugno 2019 alle 19:25

La crisi in Silicon valley: ecco i profeti del no social

foto LaPresse

Questo articolo è stato pubblicato nel numero del Foglio innovazione di maggio. Martedì 4 giugno il nuovo appuntamento con il mensile tech del Foglio a cura di Eugenio Cau che potete scaricare qui a partire dalle 23,30 di oggi, lunedì 3 giugno.

 


 

Parrebbe secoli fa, ma solo nel 2017 Mark Zuckerberg era dato seriamente come possibile e auspicabile candidato alla Casa Bianca, e il suo faccione era sinonimo di simpatie algoritmiche globali garantite dalla provenienza dop, la Silicon Valley dei progressisti brufolosi. Ci si indignava invece molto, nella terra degli inventori, per l’elezione del trucido Trump alla Casa Bianca: il cofondatore di LinkedIn, Reid Hoffman, in campagna elettorale offrì cinque milioni di dollari in beneficenza se Trump si fosse deciso a presentare la sua documentazione fiscale. Trump è “la cosa peggiore mai successa nella mia vita” disse Sam Altman, presidente del giga incubatore Y Combinator. Tanti minacciarono di emigrare, tipo Umberto Eco con Berlusconi. Nessuno naturalmente lo fece, ma intanto, in tre anni, Facebook accantona miliardi di dollari in vista di una possibile condanna per i furti di privacy e le continue emorragie di dati, e la sua reputazione è a livelli delinquenziali (e la Silicon Valley ormai percepita come luogo di carogne). I profeti del “techlash”, cioè della rivolta contro la tecnologia che la Valle incarna, spopolano. Qualcuno l’aveva detto.

 

La star del momento è Shoshana Zuboff, la professoressa di Harvard che ha pubblicato “The Age of Surveillance Capitalism”, il capitalismo di sorveglianza, destinato a diventare il libro sacro di questi anni: noi cerchiamo meglio grazie a Google e a tutte le altre diavolerie, sostiene Zuboff. In cambio le diavolerie cercano noi. “Una delle bugie che ci sono state inculcate è che l’uso dei dati personali sia una conseguenza inevitabile delle tecnologie di oggi”. Prendere o lasciare. Ma non è vero. Questo tipo di tecnologia prende “la nostra esperienza umana e la trasforma in dati in grado di predire comportamenti umani, che vengono venduti su un mercato completamente nuovo”. Questo sistema, partito dal digitale, “sta contaminando tutto, dalla sanità alle assicurazioni alle automobili”. “Ci chiamano users, ma sono loro stanno utilizzando noi. E tutto questo a nostra insaputa”. La professoressa di Harvard ribalta anche il famoso detto “se non paghi il prodotto, sei tu il prodotto”: non siamo prodotti, dice Zuboff, siamo le carcasse divorate e spogliate.

 

Zuboff è un po’ la Piketty degli anni 2020. La sua opera forse deve qualcosa a Tim Wu, giurista, professore alla facoltà di Legge della Columbia. Il suo libro, “The Attention Merchants: The Epic Struggle to Get Inside Our Heads”, è stato un bestseller mondiale nel 2017. Il tema, lo stesso: la trasformazione dei nostri dati personali in commodity. “Certo, si possono far soldi anche in maniere più tradizionali”, ha scritto recentemente sul New York Times con cui collabora. “Ma le compagnie più ricche del pianeta generano ricchezza piazzando il maggior numero di schermi, oggetti, marchingegni nelle nostre case, il più vicino possibile ai nostri corpi per tracciarci meglio” (Alexa, hai sentito?). “L’accumulo di dati crea un vantaggio competitivo, e si possono far soldi mettendo insieme tutto ciò che si conosce riguardo un individuo. E’ un business model inventato da Facebook, Google e dall’industria della pubblicità online, e poi vi si è convertita anche Amazon, e poi compagnie dei telefoni e tv. E se non si farà nulla, è presumibile che questo tipo di sorveglianza gratuita verrà inserita in qualunque tipo di servizio”. Nel libro successivo, “The Curse of Bigness: Antitrust in the New Gilded Age”, Tim Wu sostiene che i monopoli tecnologici vadano spezzati.

 

Come in ogni setta, i critici più scatenati sono i pentiti, gli spretati. Ecco dunque che la narrativa anti Zuckerberg e anti Valle ha il suo apice in Roger McNamee, già finanziatore del giovane Zuck. McNamee è stato quello che nel 2006 sconsigliò di vendere la giovane compagnia a Yahoo perché credeva che avesse ancora potenziale di crescita. Oggi ha sfornato un librone intitolato “Zucked. Come aprire gli occhi sulla catastrofe Facebook”, in cui dice tutto il male possibile dell’azienda californiana, in particolare che per colpa sua “si sono incoraggiate prese di posizione che un tempo le persone tenevano per sé, tenute a bada dalla pressione sociale”. Facebook ha insomma liberato gli istinti peggiori in noi: l’azienda andrebbe spezzettata e rieducata, ma pare impossibile perché tende al monopolio, come tutte le compagnie sorte nell’ultima ondata di “unicorni” della Silicon Valley, ed è un mutamento generazionale. “La cultura della Valle stava cambiando, passando dal libertarianismo hippy di Steve Jobs a un’altra cosa: costruire monopoli, fare disruption e dominare”, scrive McNamee. “Non gliene frega più niente delle regole”.

 

“Ho cominciato a sentirmi molto a disagio e nel 2009 sono uscito dalla compagnia”, ha detto McNamee, che aveva messo in guardia i vertici di Facebook (non solo Zuckerberg ma anche la potentissima capa operativa Sheryl Sandberg) dopo l’elezione di Trump e la Brexit, sugli effetti e le responsabilità di Facebook. “Dovevano fare come fece la Johnson & Johnson quando un pazzo nel 1982 mise il cianuro nelle pillole del farmaco Tylenol che l’azienda commercializzava. Le ritirarono tutte. E non lo rimisero sul mercato fin quando non furono sicuri che era pulito”. Ma Facebook “non l’ha fatto”. I social media, ha detto McNamee, si comportano come l’industria chimica 30 anni fa. “Si versavano gli scarti nelle fognature, ed era ok per l’epoca. Ma a un certo punto qualcuno si è alzato e ha detto: hey, questo non va bene. Le esternalità negative del vostro settore sono un problema vostro. Adesso pulite voi”. Bisogna vedere chi si alzerà adesso col mocio.

 

Il trionfo del “techlash” pratico (multe, inchieste, pubblica gogna) è scoppiato nel 2018 con il caso Cambridge Analytica e con le varie fuoriuscite di dati da Facebook. Anche prima c’erano i pentiti, ma se li erano filati in pochi. Antonio García Martínez, ex startupper, ex dipendente di Facebook, ha raccontato la vita agra della Silicon Valley in un librone intitolato “Chaos Monkeys: Obscene Fortune and Random Failure in Silicon Valley”.

  

Traccia un ritratto della vita siliconvallica interessante dal punto di vista anche del costume, con i bagni aziendali dove ognuno sul suo wc sente il ticchettio che proviene dal suo vicino, e col nevrotico “lockdown” o rapimento imposto a tutta Facebook da Zuckerberg nel 2011, quando il fondatore rinchiude tutti gli impiegati in azienda per giorni (tipo 41 bis) per studiare le contromisure all’arrivo del concorrente Google Plus.

  

Un pentito di Google (sono più rari, per ora, quelli di questo mandamento) è invece Tristan Harris, che tentò di convincere la compagnia a ridare indietro ai suoi utenti tutto il tempo che freneticamente ci costringono a spendere consultando il nostro smartphone. Di fronte a una risposta poco entusiasta ha fondato un movimento, “Time well spent”, per sensibilizzare sulla parte di vita che l’osservanza del nostro iPhone ci porta via E’ grazie a lui se sono sorte quelle app un po’ foglia di fico che ti dicono “hey, sei stato quattro ore sul telefono!” (ma il tempo utilizzato a consultare questa app non si sa se rientri nel computo). A gennaio ha poi fondato il Center for Humane Technology, una cellula di resistenza partigiana, a San Francisco. Impiega centinaia di persone (e sembra uscito da un romanzo di Franzen); fa azioni dimostrative, pubblicazioni, podcast, per combattere quello che chiama il “degrado umano” provocato dalla “extractive attention economy”, l’economia estrattiva digitale, che procura “dipendenza, fragilità mentale, polarizzazione dell’arena politica”. E per quanto riguarda la politica, la profetessa del momento (ramo Brexit) è Carole Cadwalladr, scrittrice-giornalista gallese che ha scoperchiato il caso Cambridge Analytica, indagando per l’Observer e convincendo a parlare il Buscetta della società di analisi dati, Christopher Wiley. In un appassionante Ted Talk a metà aprile, ripresa dai media di tutto il mondo e davanti a tutti i baroni della valle che assistevano dal vivo, Cadwalladr ha definito il ruolo di Facebook nel referendum sulla Brexit “la più grande truffa elettorale della storia recente britannica”, un voto deciso non nelle urne ma sul telefonino e sullo schermo.

 

E una serie del resto ha sempre raccontato il lato surreale della Valle; si chiama “Silicon Valley”, della Hbo, è di chirurgica precisione, ci sono venture capitalist dementi e ceo rimbambiti, cervi-robot che attraversano la strada; e l’obiettivo di tutti è far soldi, non certo innovare per il bene della collettività (il fondatore di Snap, Evan Spiegel, la considera “un documentario”). Ma anche il vituperato romanzo ha un ruolo nella resistenza della Silicon Valley: parecchie voci erano emerse negli ultimi anni, in contrasto con la narrativa dominante: Jonathan Franzen fu accusato d’essere un luddista brontolone perché ha sempre criticato i social media. In particolare ce l’ha con Twitter. Lo si andò a trovare a Santa Cruz in California, ci disse che “l’obiettivo di Twitter è di essere ritwittati, e di avere molti follower, e per fare questo non lo fai grazie alla tua sensibilità, lo fai scrivendo cose più polemiche possibili. Non c’è neanche bisogno di parlare delle fake news, è proprio il modello di business di internet che punta a vendere delle cose, e non produce niente di buono nel discorso pubblico”. Un altro scrittore di stanza in California, Bret Easton Ellis, appassionato bastian contrario, si batte da tempo contro i social media: in particolare contro la likeability – il paradigma dei social network che ci ha portati a creare una falsa proiezione di noi stessi improntata a un bovino conformismo, che paragona a una forma di recitazione, di maschera. Sta tutto in “White”, il suo nuovo libro.

 

Ma prima, un altro che conosce da vicino la Valle, Dave Eggers, residente a San Francisco, col suo romanzo “The Circle” narrava già nel 2013 la parabola futura: con la storia di una nerd idealista che va a lavorare al Cerchio, specie di startup finale della Silicon Valley che ha messo insieme social network, e-commerce e motore di ricerca, generando un impero di dati e algoritmi su cui non tramonta mai il sole (e che dalla forma richiama con molto anticipo il nuovo quartier generale della Apple, l’anellone tra fantascienza e Fantozzi che Steve Jobs ha voluto in articulo mortis).

 

E sempre a San Francisco un esordiente, Tony Tulathimutte, apprezzato da Franzen, metteva su nel suo “Private citizens” una specie di “Gruppo” alla Mary Mc Carty in cui c’è una Linda che con scelta controcorrente vive a New York e vorrebbe fare la scrittrice, ma non scrive, scopa molto e prende molte droghe (una Hannah di “Girls”, però carina); Cory lavora invece per una non profit che si chiama Socialize, organizza feste per la raccolta fondi e sfreccia per San Francisco con la sua bici Bianchi e prende anche lei molte sostanze e naturalmente Xanax. Ci sono poi Will, un programmatore di origine asiatica ossessionato con il porno; e Henrik, un burnout con storie di abbandoni scolastici e nevrosi. Protagonista però naturalmente è la città, la San Francisco invasa dai techies, gli dèi che una volta piacevano ma adesso sono diventati radioattivi. A differenza di New York, è città “uterina, passiva, non vitale. Qui le gocce d’acqua erano più piccole, la frenesia allentata, tutto tollerato. E le città che tollerano tutto tollerano anche la mediocrità”.

 

Questi poveri scrittori “local” non se li filava nessuno, calcolati come vecchie zie rancorose mentre altrove si celebravano fatturati e Ipo. E però non andrebbe sottovalutato che alla base di tutti gli imperi del male sorti in questi anni in Alta California c’è un romanzo, il romanzo che tutti i founder grandi e piccoli hanno in casa: “La rivolta di Atlante”, il librone distopico di Ayn Rand che profetizzava una società dove trionfano i talentuosi e i mediocri scompaiono. Scrittrice ebrea russa (come molti fondatori di unicorni siliconvallici, Max Levchin di Paypal, Sergey Brin di Google, Jan Koum di WhatsApp), Rand, diventata improvvisamente di moda negli anni Sessanta, è venerata da tutta la catena alimentare siliconvallica, da Peter Thiel in giù. Teorizzava una società in cui i “prime movers” cioè i motori primi dell’economia, stanchi di essere imbrigliati nelle regole e nel buon costume della collettività, decidono di andarsene da una società che utilizza il diritto e la colpa per offuscare gli spiriti animali dei più forti. Questo librone aveva funzionato finora come costituzione materiale nella valle del Silicio: ma adesso qualcuno lo dovrà riporre dal posto d’onore delle librerie degli unicorni (non i luoghi più frequentati delle loro case, peraltro).

Michele Masneri

Michele Masneri è bresciano e vive prevalentemente a Roma. È editor at large di Rivista Studio, e scrive schizofrenicamente di economia, cultura e società oltre che sul Foglio, su IL del Sole-24 Ore, su Style del Corriere della Sera. Come molti italiani ha scritto un romanzo, si chiama "Addio, monti", non c'entra con l'ex premier, ed è edito da minimum fax.

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