La proprietà personale non esiste sui social

Perché è un’assurdità chiedere a Facebook di restituire i “nostri” dati

18 Aprile 2018 alle 06:25

Facebook vuole insegnarci a usare Facebook

Facebook (foto LaPresse)

Dopo settimane di critiche in seguito alla cessione per lucro dei dati di milioni di utenti a Cambridge analytica, Facebook ha inteso precisare quanto non detto dal suo amministratore delegato Mark Zuckerberg in audizione al Congresso. Il direttore della divisione commerciale David Baser ha scritto un post per spiegare quali dati può collezionare il social network anche in merito a chi non è suo utente. Baser si sofferma sull’idea che le informazioni possono essere ottenute in diversi modi, dai “bottoni” per mettere “mi piace” a un contenuto al semplice uso delle applicazioni relative. E aggiunge, in sostanza, che “così fan tutti”. “Twitter, Pinterest e LinkedIn hanno tutti bottoni simili al ‘mi piace’ e ‘condividi’ per aiutare le persone a condividere cose sui loro servizi. Google ha servizi di analisi simili. Twitter, Google e Amazon hanno certe caratteristiche d’accesso. Queste aziende – come molte altre – offrono servizi pubblicitari”. Baser sembra volere sottolineare, in modo implicito, che i “vostri” dati li ottengono tutti, non solo Facebook (che intanto comincia a recuperare il collasso borsistico delle settimane passate).

 

C’è però un errore nel considerare i dati “vostri”, dal punto di vista di un gestore dei social, e “nostri”, dal punto di vista degli utenti. E’ assurdo dire “ci hanno rubato i dati” o “vogliamo indietro i nostri dati”. Non c’è niente di “nostro” o “vostro” in Facebook o altri social. Il perché è presto spiegato: ogni dato relativo alle connessioni interpersonali online è frutto di un “concorso di colpe” tra l’utente e la piattaforma. Nulla è più personale dell’amicizia, ma nessuno senza Facebook avrebbe migliaia di amici (a memoria di amici se ne ricordano una decina). Le altre conoscenze o gli altri contatti non sono “nostri” perché sono stati creati da Facebook stesso attraverso similitudini di gusti (o offerte di amicizia) che abbiamo accettato. Altrimenti non esisterebbero. Sarebbe, per dire, difficile sapere come stanno parenti lontani che senza social non avremmo nemmeno interesse a sentire. Senza Facebook non esisterebbero. In sostanza i dati e la vita sui social network non è né nostra né di nessuno altro: la proprietà, in questo caso, è un concetto fuorviante. La vita sui social è generata dalle piattaforme e nessuno deve restituirvi un bel niente. Nemmeno Facebook, per difendersi, può dire che i “vostri” dati li usano tutti.

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