Marianna hi-tech

Mauro Zanon

La rupture dell’innovazione. E’ americana, ma in Francia dirige Station F., il più grande incubatore di startup del pianeta. Parla Roxanne Varza

Tutti i suoi amici, quando stava per fare quel passo che le avrebbe cambiato la vita per sempre, le dicevano: ma cosa vai a fare in Europa? Sei negli States, ragazza mia! Tutti gli europei sognano di venire qui per lavorare nella Silicon Valley e tu che lì dentro ci sei cresciuta la abbandoni? Ebbene sì, Roxanne Varza, americana di origini iraniane, nata a Palo Alto, in California, 33 anni fa, quell’universo lo ha lasciato veramente, andando contro il desiderio dei suoi genitori, e ha dimostrato che in quel Vecchio continente tanto bistrattato ci sono una marea di “chance”, di opportunità da sfruttare, di ragazzi e ragazze come lei che hanno voglia di cambiare il mondo e abbracciare con ottimismo questo Ventunesimo secolo pieno di incertezze ma anche di possibilità.

 

A una conferenza organizzata da Microsoft l’incontro decisivo con Xavier Niel, l’imprenditore immaginifico più noto di Francia

Dallo scorso anno, questa giovane donna e mamma piena di entusiasmo, che parla perfettamente inglese, francese e farsi, è la direttrice della Station F., ossia il più grande incubatore di start-up del pianeta, dietro il quale ci sono il genio, e i soldi, di Xavier Niel, l’imprenditore immaginifico più conosciuto di Francia, fondatore dell’agenzia di telecomunicazione Iliad e della scuola di coding senza libri né insegnanti École 42, nonché azionista del Monde e dell’Obs assieme al banchiere d’affari Mathieu Pigasse. Le traiettorie della Varza e di Niel si sono incrociate nel 2015 durante un Ted Talk organizzato da Microsoft. La prima era da poco diventata la direttrice dell’acceleratore di start-up del colosso americano a Parigi, ma il secondo la conosceva già da un po’ di tempo perché leggeva, e adorava, gli articoli che scriveva per TechCrunch, sito di informazione dedicato alle start-up e alle nuove tecnologie.

 

“Stavo partecipando a una conferenza organizzata da Microsoft assieme ad altri imprenditori francesi, tra cui Jacques-Antoine Granjon di vente-privée.com, quando Xavier Niel si è avvicinato e mi ha detto che leggeva i miei articoli su TechCrunch. Mi sembrava incredibile che una persona così importante leggesse quello che scrivevo! Fatto sta che dopo quell’incontro, siamo rimasti in contatto. Poi, un giorno, mi ha chiesto cosa ne pensavo del suo progetto di trasformare la Halle Freyssinet (antica stazione ferroviaria costruita agli inizi del Novecento dall’architetto Eugène Freyssinet, acquistata da Niel per 70 milioni di euro, ndr) in un grande incubatore di start-up e mi ha spinto a visitare dei modelli simili in altre città come San Francisco, Londra e Berlino. Dopo il mio tour, mi ha chiesto: vuoi dirigere la Station F.?”, racconta al Foglio Roxanne Varza.

 

Station F. ospita più di 200 imprese, ha tremila postazioni di lavoro e tra un mese accoglierà il più grande ristorante d’Europa

Non chiamatela “Silicon Valley francese”, perché questo spazio di 34 mila metri quadri, che ospita più di 200 imprese, ha tremila postazioni di lavoro, un marketplace, 26 programmi internazionali di accompagnamento e di accelerazione delle start-up, e fra un mese accoglierà il più grande ristorante d’Europa, Mamma F., con mille posti a sedere e quattro cucine aperte ventiquattro ore su ventiquattro, non vuole imitare nessuno. “Bisogna pensare locale, osservare e non imitare. Ogni paese ha le sue specificità e non si può replicare lo stesso identico modello in ogni posto”, dice al Foglio la Varza. “Siamo sollecitati da molti altri paesi che vogliono creare una loro Station F., tra cui il Brasile e la Tunisia (la Station T., dove la T sta appunto per Tunisia, è il progetto più avanzato tra quelli in cantiere, ndr), ma ognuna di esse avrà qualcosa di irriproducibile altrove”. L’Europa, anche per quanto riguarda le nuove tecnologie, è tornata a essere sexy, e Parigi lo è ancor di più da quando all’Eliseo è salito Emmanuel Macron, il presidente della “start-up nation” Francia, il paese che investe più di tre miliardi all’anno nelle nuove imprese, ossia più di tutte le altre nazioni europee. “Nell’ecosistema delle start-up c’è un cambiamento in atto dal 2016 ed è innegabile che ora ricevano molti più finanziamenti e riescano a farsi conoscere più facilmente. C’è un governo che capisce la loro filosofia”, spiega la direttrice della Station F., prima di aggiungere: “La situazione geopolitica, con la vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti e il suo discorso contrario ai valori dell’universo dell’high-tech, assieme alla Brexit nel Regno Unito, ha sicuramente spinto i giovani imprenditori a guardare verso altre direzioni. Con l’elezione di Macron, molte di queste persone che fino a qualche anno fa avrebbero lanciato la loro start-up nei paesi classici del business, hanno scelto la Francia. Il discorso pro business, pro tech e pro diversità dell’attuale presidente ha stimolato molte persone a venire in Francia. E assieme alle parole, ci sono stati anche i fatti: il French Tech Visa, un’estensione del ‘Passport Talents’ lanciato nel 2016, e un fondo di dieci miliardi destinati all’innovazione. Sono dei messaggi molto forti”.

 

Alla Station F., dove due settimane fa è stata presentata la serie televisiva “Foundation”, che racconterà la vita quotidiana di quattro start-up dell’incubatore, le candidature dilagano. “Lo scorso anno, per uno dei ventisei programmi che proponiamo, abbiamo ricevuto quattromila candidature, provenienti da cinquanta paesi diversi. In prima fila ci sono giovani imprese statunitensi, al secondo posto quelle britanniche, e al terzo, quasi a pari merito, le start-up indiane e cinesi”, racconta la Varza.

 

All’interno della struttura divisa in Share zone, la zona degli eventi, dell’auditorium, del fablab e dell’ufficio postale, e Create Zone, lo spazio riservato agli uffici delle giovane imprese residenti, c’è anche un po’ di Italia. Stiamo parlando di Sailsquare, l’Airbnb della vela, con una sede a Milano e dallo scorso anno un’antenna alla Station F. I due fondatori, Simone Marini e Riccardo Boatti, basandosi sui principi base della sharing economy, mettono in contatto skipper e viaggiatori di tutto il mondo, affascinati dall’idea di prendere il largo a bordo di una barca a vela, e qualche giorno fa hanno offerto un contratto a tempo indeterminato proprio a una ragazza francese, Alyzée Joy Montana. “Una francese ottiene il ‘più bel lavoro del mondo’”, ha scritto il Parisien, ossia viaggiare in barca a vela in ogni angolo del pianeta, facendo foto e video per pubblicizzare la start-up degli italiani di cui parla tutta Parigi.

 

“La diversità è il cuore della Station F. L’uguaglianza l’altro valore cardine”. La rottura dei determinismi sociali una priorità

Ci sono due pilastri valoriali nell’incubatore situato a pochi passi dalla Gare d’Austerlitz, che in due anni, grazie al lavoro e alle conoscenze di Niel, è riuscito a raccogliere 240 milioni di euro di finanziamenti: l’égalité e la diversité. “La diversità è il cuore della Station F.”, dice al Foglio la Varza. “Ci sono persone che vengono da ogni parte del mondo, dall’Africa, dall’Asia, dagli Stati Uniti, dall’Oceania, e che garantiscono una diversità di punti di vista e prospettive fondamentali per l’arricchimento di questo spazio. L’uguaglianza è l’altro valore cardine della Station F. Il 40 per cento delle start-up presenti nell’incubatore sono state fondate da donne”, sottolinea la 33enne americano-iraniana che nel gennaio del 2017 ha chiesto la nazionalità francese. La questione del gender gap e del ruolo delle donne nell’ecosistema delle start-up è al centro delle riflessioni della Varza da molto tempo. Nel 2010, assieme a una sua amica, Mounia Rkha, ha lanciato l’antenna parigina di Girls In Tech (oggi si chiama StartHer), associazione californiana che si batte per dare maggiore visibilità alle donne nel mondo molto maschile delle nuove tecnologie, e due anni dopo, con Ella Weston et Mihiri Bonney, ha aperto anche la divisione londinese. “Se Station F. fosse diretta da uomini, non sarebbe lo stesso posto”, ha detto a Niel al Figaro Madame, prima di aggiungere: “Roxanne mi ha insegnato una cosa impalpabile: avere l’impressione di avere 20-25 anni. Mi ha insegnato ad apprezzare questi divani, queste tavole basse, questi posti strani in cui prendere un caffè, che creano l’atmosfera di questo luogo. Non è una questione puramente decorativa: ho avuto l’impressione di capire questi giovani (…) Inoltre, Roxanne è una manager simpatica e cool, molto diversa da quelli che ho potuto conoscere fino ad oggi”.

 

Come per Niel, che dice di non aver mai letto un cv in tutta la sua vita e di continuare a essere spinto da una voglia smodata di “sabotare il sistema”, la rottura dei determinismi sociali è una priorità per la giovane boss della Station F. “Abbiamo lanciato un programma per aiutare gli imprenditori che provengono dai milieu svantaggiati. Non vogliamo soltanto persone uscite dalle grandi scuole private e che hanno percorsi classici. Qui non ci sono barriere all’entrata e ci piacciono i profili atipici”. Un’idea molto macronista del mondo, e anche molto nieliana, da parte di una ragazza che, nonostante la sua formazione assai classica (doppio master in Affari internazionali e Politica economica a Sciences Po Parigi e alla London School of Economics), ha sempre fatto molte scelte di rupture, a partire da quella “fuga” dai suoi genitori e dagli Stati Uniti che l’ha portata a Bordeaux, nel 2006, per un anno di scambio. Con una laurea in letteratura francese all’Ucla (University of California, Los Angeles) in tasca e una passione profonda per la Francia trasmessale dalla nonna, poetessa persiana, Roxanne capisce presto che il suo futuro è a Parigi. Nel 2007 inizia a lavorare come consulente nella Silicon Valley per le imprese che vogliono stabilirsi in Francia, nel 2010, rientrata nel paese di Voltaire, lancia un blog, TechBaguette, per riprendere contatto con il mondo imprenditoriale locale, e nel 2013 è già membro del Conseil national du numérique, organismo incaricato di sfornare idee e progetti sul tema dell’economia digitale, a beneficio del governo. Differenze tra Europa e Stati Uniti? “A livello di cultura imprenditoriale non ce ne sono molte, ma in Francia, dunque in Europa, constato un equilibrio tra lavoro e vita personale che non è presente negli Stati Uniti. Lo stile di vita qui è più sano, negli Stati Uniti, invece, tutto è sempre spinto verso gli estremi e pullulano i digital detox”, spiega al Foglio la Varza. “Qualche anno fa, si diceva che in Europa mancava l’ambizione, che i progetti si sviluppavano troppo lentamente, che non c’erano le opportunità, ma ora non è più così. Alla Station F., abbiamo progetti molto ambiziosi e sono d’accordo con il messaggio della Sorbona del presidente Macron, quando afferma che dobbiamo creare dei campioni dell’high-tech europei”.

 

C’è anche un po’ di Italia: Sailsquare, l’Airbnb della vela, mette in contatto skipper e viaggiatori di tutto il mondo

Qualche settimana fa, il Monde ha pubblicato un articolo molto commentato dall’ecosistema delle start-up, che ha raccontato il “retrocucina” di questo mondo, cosa si nasconde dietro il lato glamour di cui si parla nelle riviste patinate, ossia la realtà della maggior parte delle start-up, fragili imprese con pochi clienti e pochissimi fondi che non riescono a sopravvivere più di due anni. “Ciò di cui parla il Monde, purtroppo, è assolutamente vero. Dopo i primi due anni, più del 50 per cento delle start-up fallisce, perché non riesce a ottenere finanziamenti. Per questo, alla Station F, selezioniamo in primis quelle imprese che hanno già trovato un mercato, che hanno già dei clienti che comprano i loro prodotti, e hanno una squadra operativa. La metà delle imprese che accettiamo hanno già trovato dei fondi quando entrano alla Station F. Poi, una volta dentro, le cose ovviamente si facilitano”.

 

L’ultimo sguardo, Roxanne, lo riserva all’Iran, al suo amato Iran, dove rientra puntualmente ogni anno. “E’ impressionante quello che sta accadendo nell’ecosistema delle start-up iraniane, è dinamico e più vivace che mai, nonostante i freni e la censura che qui in Europa non abbiamo”, dice al Foglio. “Da quando è stata inaugurata la Station F., a Teheran vengono lanciati molti progetti simili. Alcuni riescono a trovare delle soluzioni per svilupparli lì, altri purtroppo sono costretti a partire all’estero. Ogni volta che torno in Iran incontro degli imprenditori fantastici, cui cerco di dare dei buoni consigli”. Per fare grandi cose, conclude, “il faut oser”. Bisogna osare.

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