L'app che vuole distruggere le nostre vite

Redazione
Con Peeple si potranno recensire le persone come fossero alberghi o ristoranti, da una a cinque stellette. Segue dibattito. Funzionerà così: per iscriversi bisogna avere almeno 21 anni e avere un account Facebook; chi recensisce deve indicare il grado di conoscenza dell’altro e deve inserire il numero di cellulare del citato.

«Ogni volta che compriamo una macchina o prendiamo simili decisioni facciamo un sacco di ricerche online. Perché non farlo per altri aspetti della vita?» (Julia Cordray, co-fondatrice di Peeple).
Davide Casati, Corriere della Sera 3/10

 

Peeple è un’app che permette di dare voti ad altri esseri umani, da una a cinque stellette. Sarà disponibile da fine novembre, inizialmente solo per iPhone e iPad.
Davide Casati, Corriere della Sera 3/10

 

La giornalista del Washington Post Caitlin Dewey: «Possiamo già valutare online ristoranti, alberghi, cinema, corsi universitari, politici, agenzie governative e movimenti intestinali: quindi la cosa più sorprendente di Peeple, un nuovo servizio che potremmo descrivere come uno Yelp o Tripadvisor per le persone, è che nessuno finora avesse avuto il coraggio di lanciare un prodotto del genere».
Caitlin Dewey, Washington Post – il Post 1/10

 

Funzionerà così: per iscriversi bisogna avere almeno 21 anni e avere un account Facebook; chi recensisce deve indicare il grado di conoscenza dell’altro – personale, professionale o romantico – e deve inserire il numero di cellulare del citato, che riceverà un sms con cui viene informato della creazione di un profilo che lo riguarda, con il nome di chi lo ha fatto.
 Antonio Caffo, Panorama.it 2/10

 

Le recensioni positive sono postate immediatamente; quelle negative invece rimangono in sospeso per 48 ore, in caso ci siano dispute a riguardo o ripensamenti da parte di chi le ha scritte. I profili delle persone che non sono registrate al servizio – e quindi non possono contestare eventuali recensioni negative – mostrano solo le recensioni positive. Inoltre Peeple ha vietato una serie di cattivi comportamenti, inclusi volgarità, sessismo e le discussioni che riguardano malattie e in generale condizioni di salute.
Davide Casati, Corriere della Sera 3/10

 

Uno dei punti fondamentali è che non ci si può escludere: una volta che qualcuno mette il tuo nome su Peeple, resta lì, a meno che non ci siano violazioni delle condizioni del servizio. E d’altra parte già oggi nessuno può impedire a nessuno di scrivere online un’opinione sul proprio vicino di casa, a patto di rispettare le leggi su diffamazione, ingiurie, eccetera.
Antonio Caffo, Panorama.it 2/10

 

«Julia Cordray è una donna spumeggiante e tosta, con una laurea in marketing e due società che si occupano di assunzioni e selezione del personale: secondo lei non ci sono buone ragioni per non voler mostrare online il proprio carattere. La co-fondatrice di Peeple, Nicole McCullough, pensa all’app con una prospettiva diversa: come madre di due bambini che vive in una zona dove non sempre si conoscono i vicini, voleva uno strumento che la aiutasse a decidere di chi fidarsi. Vista l’importanza di questo tipo di decisioni, Peeple ha regole piuttosto rigorose».
Caitlin Dewey, Washington Post – il Post 1/10

 

Per citare il filosofo ed esperto di tecnologia Jaron Lanier, Peeple è indicativo di un tipo di tecnologia che dà valore «al contenuto di informazioni della rete, piuttosto che alle persone» e che è così ossessionato dalla percepita grandiosità dei cosiddetti crowdsourced data – grandi masse di dati raccolti da grandi masse di utenti – da non vedere i danni che può fare alle singole persone normali.
Caitlin Dewey, Washington Post – il Post 1/10

 

«Non è importante se c’è più gente a cui piacciamo o a cui non piacciamo: quello che conta è quello che le persone dicono su di noi», dice Cordray a un avventore di un bar nel decimo episodio dei suoi video che presentano l’app.
Caitlin Dewey, Washington Post – il Post 1/10

 

Non è detto che Peeple sia in grado di sopravvivere alla serie di cause legali all’orizzonte, oltre che all’odio del pubblico. Fabio Chiusi: «Ma su una cosa già si potrebbe riflettere: come mai una società che giudica già ogni cosa sul web, e che ha già ridotto a metrica, a “gioco”, ogni tipo di interazione umana, dovrebbe scandalizzarsi per quello che non è altro che il figlio illegittimo di un ménage à trois tra Facebook, Linkedin e Tinder? Forse la risposta sta nel fatto che siamo talmente assuefatti ai social da pensare che un’app simile, oggi, potrebbe davvero avere successo».
Fabio Chiusi, la Repubblica 3/10

 

In una «cultura ossessionata dal feedback degli utenti», scrive Rhiannon Lucy Cosslett sul Guardian, è solo questione di tempo. E del resto, Peeple sembra il perfetto complemento all’era della “sharing economy”: se ai punteggi degli autisti di Uber e delle case di Airbnb si aggiungesse quello personale su chi le auto le guida e gli appartamenti li affitta, quanti avrebbero di che obiettare?
Fabio Chiusi, la Repubblica 3/10

 

Fa notare però Caitlin Dewey che «non c’è modo in cui i voti di Peeple possano mai riflettere accuratamente i tratti di una persona. Anche togliendo di mezzo gli aspetti soggettivi e di personalità, tutte le app di rating da Yelp a Rate My Professor – che permette agli studenti di dare voti sugli insegnanti – hanno mostrato problemi simili: la gran parte di quelli che fanno recensioni sono quelli che amano o odiano l’oggetto della recensione. Come hanno mostrato alcuni studi su Rate My Professor, le recensioni riflettono più i pregiudizi del recensore che le oggettive abilità del recensito: su Rmp i professori che gli studenti considerano attraenti ottengono in media voti più alti e, in generale, uomini e donne vengono valutati con criteri totalmente diversi».
Caitlin Dewey, Washington Post – il Post 1/10

 

E poi, il servizio è intrinsecamente invadente anche quando offre recensioni positive, ed è oggettificante e riduttivo nel modo in cui lo sono tutte le recensioni online. Non bisogna sforzarsi troppo per immaginare lo stress e l’ansia che un sistema del genere potrebbe causare su una persona un po’ insicura. Non è solo l’ansia di essere molestato o calunniato, ma anche la sensazione di essere guardato e giudicato in ogni momento: un’oggettificazione a cui non hai dato il tuo consenso.
Caitlin Dewey, Washington Post – il Post 1/10

 

«È un feedback! Puoi usarlo a tuo vantaggio», ha spiegato Cordray entusiasta. Questo tipo di giustificazione, tuttavia, non ha funzionato così bene per le app simili comparse finora. Nel 2013 Lulu prometteva di dare potere alle donne facendole recensire i loro appuntamenti con gli uomini – e fare lo stesso con gli uomini, lasciando che potessero vedere i loro punteggi. Dopo molte critiche il servizio aggiunse un’opzione per potersi cancellare e un anno dopo diventò ancora più rigido, permettendo di recensire solo le persone che avevano deciso di iscriversi all’app. Al momento quella che era la più controversa startup tecnologica del 2013 è poco più di una piccola app per appuntamenti.
Caitlin Dewey, Washington Post – il Post 1/10

 

Nel 2011 un sito come ExRated.co invitava gli utenti ad assegnare un valore alle proprie vecchie fiamme. Ancora prima, FaceTheJury.com dava l’opportunità a chiunque di esporsi al giudizio della rete. Quanto allo slogan di Julia Cordray, che definisce Peeple «uno Yelp per le persone» – Yelp è un’altra app che, come TripAdvisor, raccoglie giudizi sui locali pubblici – in fondo è lo stesso adottato dai reporter che, cinque anni fa, davano notizia della startup Varnished: «Uno strumento online per costruire, gestire e cercare reputazione professionale». Eppure nessuno dei precedenti ha scatenato il coro di critiche e preoccupazioni levatosi in queste ore.
Fabio Chiusi, la Repubblica 3/10

 

Anche se nelle ultime settimane hanno subito pesanti attacchi su web, le due fondatrici hanno assicurato che Peeple vedrà la luce senza ripensamenti. Davide Casati: «Nonostante i problemi di privacy, in grado di dare lavoro a schiere di avvocati; la mercificazione implicata dalla parificazione tra una persona e un piatto di tagliolini; la vertiginosa presunzione nascosta nell’idea di poter giudicare chiunque, e poter diffondere quel giudizio. Nonostante l’inferno, reale, che in migliaia associano alla parola bullismo».
Davide Casati, Corriere della Sera 3/10

 

 

Apertura a cura di Luca D'Ammando

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