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La stella di Bucarest che cade (senza potersi più chiamare Steaua)

Andrea Trapani

In Romania la squadra campione è costretta a giocare per salvarsi. La stella che non c’è più è l’immagine perfetta di questa stagione parallela tra Firenze e Bucarest: due squadre che a settembre parlavano d’Europa e devono fare i conti con la zona retrocessione. In pieno teatro dell’assurdo, come avrebbe scritto Ionesco

La partita di sabato scorso contava poco o nulla. L’Universitatea Cluj di Cristiano Bergodi ha vinto facilmente in rimonta all’Arena Națională, ma il risultato era quasi un dettaglio. Parliamo della Steaua Bucarest, che ormai non si chiama più così, e dell’ennesima sconfitta casalinga in una stagione il cui destino era già scritto dalla scorsa settimana: i campioni di Romania in carica giocheranno il finale di stagione nel gruppo retrocessione, il modo meno carino possibile per rinominare i play-out. Un paradosso che sembra uscito da un “dramma comico” di Eugène Ionesco.

Una stella senza nome, una coppa senza proprietario

La ferita identitaria è nota. Dopo anni di cause, infatti, il marchio “Steaua” e lo stemma storico sono rimasti all’esercito, che ha ricostruito la propria squadra ripartendo dai bassifondi del calcio romeno. La società di Becali, quella che ha continuato a vincere titoli nazionali, è rimasta con un acronimo freddo (FCSB) che sembra più la sigla di un ufficio ministeriale che il nome di un club capace di segnare un’epoca nel calcio europeo.

Ma c’è di più. Nei mesi scorsi la Uefa ha completato un processo iniziato da tempo: la Coppa dei Campioni del 1986 non figura più nel palmarès del FCSB, il sito ufficiale l’ha assegnata alla squadra del Ministero della Difesa. Il club di Gigi Becali perde così anche formalmente l’unico trofeo continentale mai vinto da una squadra romena, mentre precipita nel gruppo retrocessione da campione in carica. Un primato negativo che entra nella storia dalla porta sbagliata. Mentre le sentenze dei tribunali romeni hanno stabilito che il palmares 1947-1998 appartiene alla CSA Steaua București, l’istrionico Becali ha reagito oscillando tra vittimismo e sarcasmo: prima ha parlato di “hackăreală”, poi di decisioni politiche, infine ha provato a rovesciare il tavolo sostenendo che, se nessuno può rivendicare davvero quel trofeo, allora è come se quella Coppa non appartenesse a nessuno. Non ha tutti i torti.

 

Dalla Supercoppa al baratro dei playout

Questa stagione era iniziata secondo copione: Supercupa di Romania vinta contro il CFR Cluj, poi gli amari preliminari europei di Champions con qualificazione alla fase campionato di Europa League. Se in campo europeo il FCSB sembrava voler essere ancora la grande squadra che è stata, in campionato il copione si è ribaltato. Un pari contro l’Hermannstadt e una vittoria a Ploiești, poi tre sconfitte di fila, dodicesimo posto alla settima giornata. Era già una diagnosi, non più un raffreddore autunnale. La rincorsa successiva è stata intermittente, più nervosa che convincente. Negli scontri diretti per i play-off, la squadra ha sbagliato quasi tutto quello che poteva sbagliare, fino a perdere matematicamente il sesto posto alla penultima giornata. Così, per la prima volta, la squadra che ha vinto il campionato finisce nel gruppo retrocessione della Liga I nella stagione successiva.

Il contrasto con l’Europa League rende il quadro ancora più grottesco. Nel girone unico, il FCSB parte vincendo in Olanda contro i Go Ahead Eagles (1-0) e si illude di poter vivere un autunno europeo all’altezza della propria tradizione, prima di incassare quattro sconfitte consecutive. Compresa quella di Belgrado contro la Stella Rossa, altra nobile decaduta, dove non riesce a sfruttare una lunga superiorità numerica. Eppure, in mezzo al disastro, arriva una delle notti che restano nella memoria dei tifosi: contro il Feyenoord, infatti, ribalta una partita da 1-3 a 4-3, con Florin Tănase che segna in pieno recupero. È un lampo isolato. La successiva sconfitta per 4-1 con la Dinamo Zagabria e il pari finale con il Fenerbahçe (1-1) lasciano i romeni a due punti dai play-off.

Quel filo sottile tra Bucarest e Firenze

Una storia che ricorda un parallelo tutto italiano. Il collante potrebbe essere Marius Lacatus, allenatore fino al 2019 del FCSB, dopo aver scritto la storia della Steaua da giocatore. Non ha fatto lo stesso a Firenze, dove arrivò nel 1990, sei mesi dopo la caduta di Ceaușescu, senza lasciare particolari tracce se si escludono una doppietta contro l’Atalanta e un gol contro il Cagliari. Era la prima Fiorentina di Mario Cecchi Gori che iniziò la sua avventura in viola con una stagione abbastanza anonima. Oggi il parallelismo è tra due squadre che, tra Europa e campionato, stanno inciampando ovunque.

Se retrocedere, realisticamente, è difficile per l’FSCB, invece per i viola rimane una possibilità abbastanza concreta. Il pari casalingo contro il Parma li ha tolti dal terzultimo posto, ma le sensazioni sono simili a quelle che si respirano a Bucarest. Tensione e delusione dopo le aspettative di inizio stagione. Certo la storia è diversa, ma mica troppo. Se la squadra che per decenni ha rivendicato la Coppa dei Campioni del 1986 si ritrova a difendere il proprio posto tra i grandi in un mini-torneo che serve a non retrocedere, la Fiorentina è la prima squadra italiana ad aver giocato la finale della coppa più importante. Non è entrata nella storia nel 1957, non vorrebbe farlo quest’anno con una retrocessione impensabile a inizio stagione. La stella che non c’è più è l’immagine perfetta di questa stagione tra l’Arno e la Dâmbovița: due squadre che a settembre parlavano d’Europa e a marzo fanno i conti con il rischio retrocessione. In pieno teatro dell’assurdo, come avrebbe scritto Ionesco.

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