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Ma che ci faccio qui? Gli anni di Zavarov alla Juventus

Enrico Brizzi

Le due stagioni malinconiche del calciatore sovietico nella Juventus di Dino Zoff, la voglia di andarsene per fare la stessa fine della sua Unione Sovietica: sparire

Pubblichiamo l'ultima puntata del racconto dello scrittore Enrico Brizzi che ripercorre la diaspora dei giocatori sovietici ai tempi della Perestrojka, quando l’occidente sembrava facile terra di conquista per giocatori considerati fenomeni in patria. Il racconto segue soprattutto le vicende di Aleksandr “Sasha” Zavarov, il peggior numero 10 della storia della Juventus.

Qui potete trovare le puntate precedenti: 1 / 2 / 3

 


 

Le prestazioni in campo di Sasha Zavarov con la Juventus nella stagione 1988/89 non partono col piede giusto: debutta in Coppa Italia contro l’Ascoli, e quando si gioca da appena un quarto d’ora mette a segno il suo primo gol in bianconero. Purtroppo, per lui e per la Juve, si tratta di una mortificante autorete. La Juve perde 2-0 in casa, ed esce tra i fischi. Di lì a pochi giorni, Sasha segna la sua prima doppietta, sempre in Coppa, contro il Brescia, ma si tratta di una partita inutile: ormai la Juve è matematicamente eliminata. Ma che importa? Tutti possono sbagliare, e Zavarov, annunciato come uno dei migliori stranieri appena giunti in Italia insieme all’interista Lothar Matthaeus, resta una sensazione: è o non è il primo sovietico sbarcato in Italia e uno dei primissimi a poter giocare in Occidente? Lo consumano a forza d’interviste, lui che già a Livorno ha dichiarato di non essere preparato alla pressione dei giornalisti. I pregiudizi sui sovietici abbondano, e non sempre la stampa gli rende un buon servizio: si scrive che Zavarov ricorda più l’orsacchiotto Misha, la paciosa mascotte delle Olimpiadi di Mosca, che non l’Ivan Drago del celeberrimo “ti spiezzo in due”.

 

Lui, d’altronde, completamente ignaro delle malizie mediatiche, ci mette del suo: parlando delle proprie passioni cita spesso la lettura, che ritiene indispensabile “come il pane o il sale”, una caratteristica che lo fa apparire quantomeno bizzarro nel panorama della Serie A, e quando gli domandano quale sia il suo sogno risponde semplicemente “Mir”, la pace, “con la stessa, beata tranquillità con cui cento suoi colleghi avrebbero risposto lo scudetto”.

 

Anche in campionato, la stagione inizia col freno a mano tirato: dopo un 3-0 al Como sulle rive del Lario, per la Juventus arrivano tre pareggi consecutivi. In occasione del primo, in casa contro il Cesena, Sasha conosce il brivido del suo primo gol italiano nella porta giusta. Si prova a ripartire con una sofferta vittoria per 4-3 a Bologna, quindi a Torino arriva il Napoli di Maradona. La Juve riesce a segnare tre gol, uno dei quali firmato da Sasha, ma i partenopei rispondono buttandola dentro cinque volte. Ormai è fine novembre, una stagione che per l’orologio biologico di Zavarov segna la fine del campionato: come a Kiev, inizia per lui la stagione del letargo.

 

Freni psicologici

Negli ultimi cinque turni dell’andata, la Juve racimola la miseria di due punti: ormai l’Inter del Trap, capolista solitaria, è lontanissima. Per il momento la Vecchia Signora è inchiodata al sesto posto, la stessa posizione in cui ha chiuso il fallimentare torneo precedente. Dei tempi d’oro, non resta che la mitica casacca bianconera firmata Robe di Kappa e fasciata dallo sponsor Ariston. Quanto all’uomo arrivato dal freddo, chiamato a indossare quella col sacro numero 10, l’iniziale perplessità ha ormai lasciato il posto a un’aperta delusione. Zoff comincia a cambiarlo di ruolo per vedere se si sblocca: lo prova da regista puro, da trequartista, da seconda punta, ma i risultati migliori arrivano quando resta in panchina. A tenere a galla la squadra ci pensano i gol di Altobelli, almeno fino a quando non s’infortuna; l’unico a segnare con una certa regolarità resta la mezzapunta tascabile Rui Barros. Sono i due uomini con i quali Sasha dovrebbe intendersi a memoria, invece ci scambia a malapena i saluti di circostanza. Alla fine dell’inverno ormai è chiaro che i problemi del sovietico non sono meramente di natura tecnica. Si scrive apertamente che non si è saputo inserire in Italia, che ha dei freni psicologici, si arriva a spendere la parola “disadattato”. Boniperti giura che la società ha fiducia in lui e che l’aspetterà per tutto il tempo che serve, ma intanto gli suggerisce garbatamente di prendersi una breve vacanza in Ucraina; Sasha non coglie l’occasione, forse per timore che lo trattengano laggiù. Precocemente eliminata in Coppa Italia, in marzo la Juventus si cimenta nei quarti di Coppa Uefa contro il Napoli: dopo un buon 2-0 al Comunale, è chiamata a difendere il vantaggio nel ritorno al San Paolo. È una partita decisiva, che si giocherà in un ambiente caldissimo. Per risparmiare a Zavarov un’emozione che potrebbe rivelarsi troppo forte, Zoff gli preferisce Massimo Mauro; complice un arbitraggio piuttosto generoso, il Napoli chiude i tempi regolamentari riequilibrando la sfida, e all’ultimo minuto dei supplementari liquida i bianconeri con un gol in mischia di Renica. Per salvare la stagione, alla Vecchia Signora non resta che provare a chiudere al meglio un campionato in cui è stata presa a sberle dal Milan dei tre olandesi, ma anche dal Lecce, dal Verona e dall’Atalanta.

 


Foto LaPresse


  

In primavera, finalmente, la squadra mette a segno dei buoni colpi. La Juve si prende una bella rivincita al San Paolo, espugna in extremis il terreno della Samp, rifila quattro reti alla Lazio, e finisce per piazzarsi quarta dietro alla stratosferica “Inter dei record”, al Napoli e al Milan. Al momento dei bilanci, si fa notare che i gol segnati sono considerevolmente più numerosi di quelli messi a segno nella disastrosa stagione precedente – l’unico bianconero ad andare in doppia cifra è Barros – ma sono di più anche quelli subiti, segno che ancora non s’è trovata una via d’uscita dalla crisi. Quanto a Zavarov, che di gol in Campionato ne ha segnati appena due, facendo incetta d’insufficienze in pagella, nessuno ha più dubbi: è il peggior “10” della Juventus da quando sono stati introdotti nel calcio italiano i numeri di maglia, e si parla con insistenza di cederlo in prestito per una stagione al Bologna o al Verona. Ma chi tutto può, decide diversamente: non solo Sasha resterà alla Juve, ma verrà affiancato da una sua vecchia conoscenza sovietica, il baffuto bielorusso Aleinikov. Gli inguaribili ottimisti azzardano un sorriso: almeno con lui, Zavarov potrà fare comunella. Magari è la volta buona che si riprende. Forse non sanno che Sasha, quell’Aleinikov, l’ha sempre detestato. E le cose non vanno meglio fra le due rispettive consorti. Il bielorusso ha una moglie istruita, che si adatta rapidamente alla nuova situazione, e dopo un paio di imbarazzate cene a quattro lancia agli Zavarov un’indicativa frecciatina a mezzo stampa: in un’intervista descrive Olga come una donna chiusa e sospettosa, una futura babushka dalle prospettive assai limitate. Che sia lei la vera responsabile della mancata integrazione di Sasha? Nel 1989-90, seconda stagione italiana di Zavarov, Zoff è confermato in panchina, Scirea come suo secondo; è rimasto anche Rui Barros, mentre Laudrup se n’è andato per lasciare il posto ad Aleinikov (e si prepara a divertirsi parecchio indossando la casacca blaugrana del Barcellona). Non ci sono più nemmeno Cabrini, passato al Bologna, e Altobelli, che si concede l’estremo scampolo di carriera in Serie B con la maglia del Brescia.

 

Il cambio di numero

Per dare peso all’attacco, arrivano due volti nuovi: il giovane Gigi Casiraghi dal Monza, e un certo Totò Schillaci, che dopo avere fatto sfracelli nelle serie minori col Messina trova la Serie A a venticinque anni. La novità che elettrizza maggiormente Sasha, tuttavia, riguarda la divisa di gioco. Con suo grande sollievo è privato della casacca numero 10, che finisce sulle spalle di Giancarlo Marocchi. Gli restituiscono il numero che portava in patria, il 9. Anche il cambio di sponsor, dallo storico Ariston a Upim, la storica catena di grandi magazzini nell’orbita degli Agnelli, gli piace parecchio: finalmente nessuno potrà più dire che indossa la maglia di Platini. All’inizio sembra che l’escamotage simbolico abbia successo: tra la fine dell’estate e il mese di novembre Sasha gioca finalmente una manciata di partite dignitose, nelle quali si leva lo sfizio di segnare in Coppa Italia al Cagliari e al Taranto, in Uefa ai compagni polacchi del Gornik Zabrze, in Campionato all’Ascoli e all’Udinese. Occhio alle date: contro i Friulani segna il 19 novembre, dieci giorni dopo la caduta del Muro di Berlino. L’anno prima, il gol marcato al Napoli il 20 dello stesso mese sarebbe stato l’ultimo della stagione. E ancora una volta, mentre il centro di Torino si veste a festa in vista del Natale, Sasha ripiomba nella sua orgogliosa catalessi. Il mondo che ha conosciuto da ragazzo sta affondando, l’URSS scricchiola come non mai, e i burocrati che ne hanno retto i destini s’affrettano a venderne sottobanco le eccellenze: spariscono a prezzi di saldo le forniture militari, le macchine industriali, persino i missili. Che differenza fa, in questo sfacelo, il rendimento di un calciatore? Chi non smette di correre e segnare con implacabile regolarità, sotto il sole come nelle brume dell’inverno, è lo scatenato siciliano Schillaci, che diventa il nuovo beniamino del Comunale, e anche Casiraghi sfrutta al meglio le opportunità che gli vengono concesse. Trascinata dai loro gol, la Juve avanza in Coppa Italia e si fa strada anche in Europa: in Uefa si libera di Paris Saint-Germain e dei tedesco orientali del Karl-Marx-Stadt, quindi di quelli occidentali dell’Amburgo, un nome che evoca ricordi spiacevolissimi ai tifosi bianconeri, e guadagna l’accesso alle semifinali. Zavarov, in questa cavalcata, appare da semplice comprimario, sottotono o direttamente assente dal tabellino del match. Ormai è chiaro che la squadra se la cava meglio senza di lui.

 

A lui Torino fa tristezza

In Campionato, la Juve è prolifica ma discontinua, e al giro di boa occupa la medesima, mediocre posizione dell’anno precedente: sesto posto, in condominio con l’Atalanta. Bisogna salvare l’annata puntando sulle Coppe. Zoff prova a scuotere il suo impalpabile trequartista. Sasha si sblocca e – notizia clamorosa – dimostra di saper andare a rete anche in inverno: il 10 gennaio segna la rete decisiva nello scontro diretto di Coppa Italia contro il Pescara, e sette giorni dopo si ripete a Firenze, in un match che vede la Juve andare sul doppio vantaggio ma si conclude sul pareggio. Una singola settimana da leoni, all’altezza della fama che s’è conquistato ai Mondiali messicani e ha faticosamente mantenuto agli Europei, poi si ferma di nuovo. Quell’uomo mite e solitario diventa nervoso, intrattabile, per la prima volta manda a quel paese i tifosi che lo fischiano. Lo sanno, quegli ignoranti che non aprono un libro neanche a pagarli, che il grande Puskin definì la vita “una ferita insopportabile” e la felicità “una cosa maledetta”? E lo sanno che tutti i calciatori sovietici della sua generazione passati all’estero sperimentano problemi analoghi ai suoi? Se solo s’informassero, scoprirebbero che il “Meritevole maestro” Blochin, dopo un solo anno in Austria, è finito a Cipro; che Igor Belanov, dirottato dal Ministero dello sport al Borussia Moenchengladbach, sta giocando una pessima stagione e non si vedrà rinnovare il contratto; che la moglie di quest’ultimo, addirittura, è stata arrestata per furto in un supermercato. Ormai, nell’anima di Sasha, è scesa l’ombra del fatalismo. Che lo lasciassero in pace. A lui Torino fa tristezza e della Juve non gli frega niente, d’accordo? Vuole solo giocare i Mondiali con la sua Unione Sovietica, realisticamente l’ultima campagna della storia per la Sbornaja: Italia ’90 sarà la loro Stalingrado, e comunque vada non resterà che vivere nel ricordo della gloria. L’ennesima, impossibile sfida contro il plutocrate Maradona, lanciato verso il secondo scudetto, terremota definitivamente i suoi equilibri: a fine partita zoppica, sostiene che il Pibe de oro gli avrebbe rifilato un pestone sull’alluce destro tanto forte da lasciarlo menomato. I medici della Juventus sono i primi a credere che esageri. Lo definiscono “il malato immaginario”, ma non insistono perché torni in campo, e lui stesso sembra provare un piacere perverso nel languire fra panca e tribuna. “Se mi fanno saltare le partite che costano l’eliminazione della Juve a me sta bene”, dichiara alla vigilia delle semifinali di Coppa UEFA contro il Colonia, “così evito una brutta figura”. Non si preoccupa più di dimostrare lealtà alla squadra, anzi implora apertamente che lo lascino tornare da dov’è venuto, ponendo fine anzitempo al contratto. Nessuno si oppone: a fine anno sarà libero, a costo di dovergli pagare una buonuscita. La Juve gioca le partite decisive della stagione senza di lui: contro il Colonia vince di misura all’andata, resiste al ritorno e conquista la finale contro la Fiorentina. Il 25 aprile la Juve si gioca la Coppa Italia al Meazza contro il Milan dei tre olandesi; la squadra, senza Zavarov, ottiene un’insperata vittoria di misura e si aggiudica il primo trofeo della gestione Zoff. Tre giorni dopo, la Juve è impegnata nell’ultima di campionato a Lecce, e l’uomo che un tempo chiamavano lo “Zar di Lugansk” segna la rete del momentaneo 0-2. Non esulta, e nessun compagno lo va ad abbracciare. Ancora pochi giorni, e la Juventus gioca in casa la finale d’andata di Coppa UEFA: batte 2-0 la Fiorentina, e nel retour match giocato sul neutro di Avellino mantiene il risultato a reti inviolate, un risultato che vale la Coppa Uefa. Sasha non gioca né l’uno né l’altro match. Evanescente quand’era in campo, assente nei momenti decisivi, si fa tradurre dal fido Naldini le ultime righe che la stampa italiana gli dedica: “È piovuto in una squadra sbagliata, che gli ha chiesto di essere il leader mentre al massimo è un buon solista. Ed è sempre rimasto un corpo estraneo alla squadra”. È l’equivalente calcistico d’un necrologio, ma la libertà ormai imminente lo galvanizza: probabilmente le settimane più felici del suo biennio in bianconero sono le ultimissime, trascorse con le valigie – quelle grandi – già pronte di fianco alla porta dell’appartamento maledetto che prima di lui aveva ospitato Ian Rush. Finalmente gli consentono di condividere il destino della sua Unione Sovietica: sparire. Ci piace pensare che, prima di chiudersi la porta alle spalle per allontanarsi con la signora Olga e il piccolo Alexandr, abbia recitato i versi dell’amato Puskin: “Nati non siamo per l’azione, né per il lucro, né alle schiere: ma solo per l’ispirazione, i dolci suoni e le preghiere”.

 

La malinconica saga di Zavarov in Italia si chiude nel mese di giugno, quando la Sbornaja gioca l’ultimo torneo della propria storia. È già sparita la sigla CCCP dal petto della maglia, segno che la disintegrazione dell’URSS è imminente. A frustrare le speranze di un’uscita di scena a testa alta è una serie di personaggi che Sasha conosce fin troppo bene. Il primo è Marius Lacatus, il calciatore più rappresentativo dello Steaua Bucarest che quattro anni prima aveva battuto la Dinamo Kiev nella finale di Supercoppa: è lui l’uomo-partita del match che vede i sovietici debuttare ai Mondiali, e perdere 2-0 con doppietta del Marius. Dopo quell’inattesa sconfitta, la seconda partita del girone è già di quelle da “dentro o fuori” . Il destino ha scritto una trama beffarda, ché andrà giocata contro l’Argentina di Diego Armando Maradona, la nemesi di Sasha, l’uomo che lo perseguita dal lontano 1979. Si gioca proprio nella Napoli che del Pibe ha fatto un dio in terra, e per colmo della beffa la gara sarà diretta da Fredriksson, lo stesso arbitro svedese che ha determinato l’eliminazione dell’URSS per mano del Belgio ai Mondiali messicani. Sasha scende in campo con la certezza che i novanta minuti a venire faranno di lui un eroe oppure un uomo spezzato per sempre.

  

A inclinare la sorte è ancora una volta la giacchetta nera Fredriksson, che nega all’URSS un rigore nettissimo: a stoppare la palla di mano in area è stato proprio Maradona, e la svista è talmente clamorosa che lo svedese sarà rispedito a casa. Lobanovsky sprona i suoi. Non è ancora successo niente. La partita è ancora tutta da giocare. Nella testa di Sasha, invece, è già finita. Un senso d’ingiustizia cosmico lo opprime. È la fine della tradizione sovietica, la fine della sua carriera ad alto livello. La fine dei sogni. La fine di tutto. A sancirla arrivano i gol di Pedro Troglio e, nel finale, il 2-0 di Burruchaga. Zavarov esce dal campo scuotendo la testa incredulo. Non già per il risultato, o per la conseguente eliminazione, ma per essersi illuso che le cose potessero andare in altra maniera. L’uomo è condannato a soffrire, e torneremo tutti nell’ombra. Chi prima, e chi dopo. Lui c’è già. Nell’inutile terzo match del girone, al San Nicola contro il Camerun, l’URSS dà l’addio al grande calcio con una vittoria tanto roboante quanto vana per 4-0; va da sé che a quel punto segna anche Sasha, ormai specializzato in gol inutili. È la sua ultima partita per la Sbornaja, che giocherà ancora un pugno di match per qualificarsi agli Europei del ’92, una manifestazione alla quale, però, non potrà prendere parte col proprio nome, ché il 26 dicembre 1991 viene sancita ufficialmente la dissoluzione dell’Unione Sovietica: i suoi portacolori disputeranno il torneo continentale sotto le insegne dell’effimera Confederazione degli Stati Indipendenti.

 

L’oscurità gli si addice

Già all’indomani dei deludentissimi Mondiali italiani, Sasha Zavarov trova un nuovo, modesto, ingaggio in Occidente. Si trasferisce in Francia, per giocare in una squadra di secondo piano che, nel caleidoscopio delle suggestioni, gli appare tutt’altro che casuale: è il Nancy, la squadra lorenese che ha fatto da rampa di lancio alla ineguagliabile carriera di Michel Platini. Al termine della seconda stagione il Nancy retrocede da ultimo in classifica, ma Sasha non molla e resta con loro altri tre anni in seconda serie. L’oscurità gli si addice, e ormai trentacinquenne strappa un ultimo ingaggio al Club Omnisport di Saint-Dizier, in una realtà che in qualche modo sente familiare: la cittadina è posta nel bel mezzo del nulla, a metà strada fra Parigi e Strasburgo, ma ha una tradizione operaia legata alla siderurgia, proprio come la sua Lugansk, e la prima denominazione della squadretta che l’ha ingaggiato era Jeunesse proletarienne, “gioventù proletaria”, un’espressione che lo riporta ai suoi anni verdi.
Ha perso tutti i treni, come d’altronde Igor Belanov, il Pallone d’oro che amava Verdi e la bottiglia, naufragato nelle serie minori tedesche. Non sa tanto bene cosa pensare di quelli che invece la condizione di proletari se la sono lasciata definitivamente alle spalle. Mentre lui languiva nel calcio minore francese, il Colonnello Lobanovsky è finito ad allenare per conto degli emiri arabi. Il mercuriale portiere Dasaev si è fatto una seconda vita a Siviglia e il buon Baltacha nel Regno Unito, nonostante uno sbarco complicato: la prima domanda risuonata alla conferenza stampa di presentazione nella sede dell’Ipswich Town – un rauco e ostile “Are you a communist?” – aveva lasciato interdetti tanto lui quanto i dirigenti del nuovo club. Mihailchenko si è realizzato prima alla Sampdoria e poi ai Rangers, la squadra protestante di Glasgow; lo scaltro Oleg Protasov si è concesso quattro anni all’Olympiakos e un remunerativo giro nel calcio giapponese, un salto riuscito persino a quell’antipatico di Aleinikov. Sasha, invece, resta un uomo di un’altra epoca, e una volta appese le scarpette al chiodo ha bisogno di lavorare come prima. Tenta una velleitaria carriera da allenatore, prima con la sua “gioventù proletaria” di Saint-Dizier e poi alle giovanili del Nancy, ma i guadagni sono talmente ridotti che s’impiega in una birreria. Ha appena toccato il punto più basso della sua parabola professionale quando arriva la notizia che è morto il Colonnello di Lobanovsky. Ai funerali si vergogna come un cane di fronte al “Meritevole maestro” Blochin, che ha avuto una breve carriera politica e s’appresta a diventare mister dell’Ucraina, a Protasov, cui l’Olympiakos ha appena affidato la panchina, persino a Igor Belanov, che s’è messo in società con un uomo d’affari russo e pare si occupi di investimenti in campo immobiliare.

 

Due anni dopo arriva una chiamata inattesa dalla Svizzera: a quanto pare il vecchio Igor e il suo misterioso socio hanno rilevato il Wil, un club del cantone di San Gallo che navigava in cattive acque dal punto di vista finanziario. È incredulo all’idea che lo vogliano come mister. Teme ci sia qualcosa sotto, e in effetti la società di Belanov si rivela insolvente: gli uomini dell’Est sono cacciati a furor di popolo, e per il mese di febbraio è di nuovo a spasso.

 

Una patria che ha cambiato nome

Dopo una breve parentesi in Kazakistan, Sasha si arrende e torna in patria. Una patria che ora si chiama Ucraina, e con la Russia non va per niente d’accordo: il nazionalismo imperante impone cartelli bilingui, e a tutti i suoi cittadini è stato adattato il nome secondo la grafia locale. Era partito che si chiamava Aleksandr, torna e sui nuovi documenti c’è scritto Oleksander; ad altri hanno addirittura cambiato il cognome, ma le novità all’anagrafe sono il male minore. Il problema è che la vecchia cara Dinamo non ne vuole più sapere di lui; si accontenterebbe d’un posto da assistente o da collaboratore tecnico, una sine cura di quelle che non si possono rifiutare a una vecchia leggenda del club, ma lo rifiutano come si rifiutano i reduci delle guerre perdute. Trova solo panchine di squadre minori: Metalist di Charkov, Arsenal Kiev, ma a sostentarli non è più un ministero dello Sport; alla loro testa ci sono persone che leggono poco e non sanno giocare a scacchi, volgari e impazienti, che non gli lasciano il tempo di dare un’impronta alle sue squadre. Nel 2010, licenziato dall’Arsenal dopo una striscia di risultati negativi, affonda il dispiacere in una serata alcolica, e finisce per essere fermato dalla polizia mentre vaga sproloquiando per la città che un tempo lo adorava. La notizia corre sul web, e lui ci soffre; in fondo non è successo niente di grave, solo una ciucca, ma non era così che voleva tornare alla ribalta.

 

Ormai è rassegnato a passare alla storia come un pittoresco bidone, un perdente, un fallito. Non immagina che stia per arrivare un nuovo quarto d’ora di celebrità, e tantomeno che possa derivare da una situazione drammatica come la guerra che nel 2015 contrappone Russia e Ucraina: le autorità di Kiev chiamano alle armi tutti i cittadini maschi fino ai 60 anni, toccherebbe anche a lui, ma si rifiuta, un po’ perché arriva dal Donbass, un territorio tradizionalmente filorusso, un po’ per via del fatto che si sentiva più a suo agio ai tempi dell’utopia sovietica, quando al massimo fra russi e ucraini ci si confrontava sul campo di calcio, ma soprattutto perché a lui la guerra non è mai piaciuta. Fa obiezione di coscienza, rifiutandosi di prendere le armi contro la Russia, “il paese in cui vivono i miei parenti e sono sepolti i miei avi”, e quando i giornalisti incuriositi dalla sua scelta lo vanno a cercare, Sasha invoca il buonsenso in nome del suo antico sogno: “Mir”, la pace. Per qualche ora, prima che altri “trend topics” lo scavalchino nelle classifiche degli argomenti più discussi nel circo dei social, fa la parte di un Gandhi o d’un Luther King, e nessuno gli fa pesare che il suo ultimo giro di giostra sulla ribalta pubblica lo vedeva barcollante per le vie di Kiev con una bottiglia di vodka in mano. A uno così, per quanto introverso e scostante, proprio non si può volere male, così che ogni tifoso di buon cuore, juventino o d’altre squadre, non può che sorridere al pensiero che l’anno scorso, a trent’anni da quando ha lasciato Kiev per tentare l’avventura italiana, finalmente la sua Dinamo l’abbia richiamato per offrirgli un posto da osservatore. Dal punto di vista economico, quanto meno, Sasha Zavarov dovrebbe essere a posto. E se pure non scoprirà il nuovo Shevchenko, potrà sempre consolarsi con una citazione dell’amato Puskin, intrisa di quella metafisica malinconia che ai suoi occhi esprime l’essenza della condizione umana: “Siamo qui come osservatori, ma sembra che non ci sia molto da osservare&rdquo

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