(Ansa)

Gioco e giocatori

Dio, calcio e famiglia: si fa politica anche con le maglie per gli Europei 

Enrico Veronese

Adidas ha presentato le divise prodotte in vista dell’estate. Quelle degli azzurri avranno stampato il motto “l’Italia chiamò”. Ma non mancano croci e garofani tra le altre nazionali

Elezioni europee, campionati europei, che differenza c’è? Dal voto continentale del 6-9 giugno alla tenzone calcistica che scatterà meno di una settimana dopo in Germania, il passo è più breve di quel che si immagini. Soprattutto per alcune delle nazionali che vestiranno maglie di Adidas: nei giorni scorsi la casa tedesca ha infatti presentato le divise prodotte in vista dell’estate, e nell’iscrizione motivazionale stampigliata dietro il colletto si muovono i secondi intenti di qualche federazione, al fine di veicolare surrettiziamente i concetti che preme ribadire in ogni terreno, di gioco o culturale.

Che il calcio e la politica si intreccino nella ricerca di consenso popolare, al di là dei fenomeni di curva, non è cosa di adesso. Tuttavia, l’Azzurra patriottarda ora esagera nel farsi rappresentare dal motto “l’Italia chiamò”: ce ne vogliono di fiction didattiche della Rai per ammonire che il titolo dell’inno sarebbe “Il canto degli italiani”, quando l’incipit porta dritto al principale partito di governo. 

Furbetti e subliminali: solo l’Italia ha chiesto ad Adidas di rendere tricolori le tre strisce laterali del brand, e di virare alla bandiera anche il jersey da trasferta. Ma la customizzazione vale anche per la democratura ungherese: negli stadi teutonici già ostili, il partito-stato di Orbán si esprimerà attraverso l’inconcepibile raddoppio della croce di Lorena, mediante due patch – non una – che rimandano direttamente al blasone delle istituzioni. Per contro, il fronte antisovranista cerca sul campo la rivincita dal possibile affanno nelle urne: la Germania lib-lab abbandona (temporaneamente?) il tradizionale verde cadetto per abbigliarsi alla moda da serata dell’ultimo Milan, là dove il rosa shocking sfuma al viola elettrico. E la Spagna di Pedro Sánchez, ultimo baluardo del Pse dopo la caduta portoghese, scenderà in campo sfoggiando inopinatamente un garofano stilizzato, simbolo stesso del socialismo novecentesco. Ma è proprio necessario recare una scritta sotto la testa, mentre si gioca? A quanto pare no: la federazione belga mostra la data di fondazione, la Scozia disegna la propria bandiera, il Galles ha un testo in gaelico, universale e non revanscista. Pure la Germania mitiga la novella fluidità ricordando, dietro le spalle, di essere la Deutschland di sempre, allargata alle seconde generazioni di Ausländer. 

Ecco la grande contraddizione di chi farà indossare l’elmetto ai suoi: il calcio, specchio della società, fatica oggi a comprimersi entro identità marcate e rivendicate. Tanto da chiedersi se queste competizioni abbiano ancora un senso: la simonia casuale delle cittadinanze sportive ha poco di nazionalista, per i difensori dei confini da presidiare come aree di rigore. Nemmeno Roberto Mancini scova più col lanternino i Mateo Retegui del mondo, oriundi della migrazione al contrario: l’ex c.t. ha preferito i miliardi arabi, unica bandiera avversaria che dovrebbe mettere tutti d’accordo nel voler difendere gli interessi nazionali.
 

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