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Nuotare via dai pregiudizi. Intervista a Giorgio Minisini

Marco Pastonesi

"Un esercizio eseguito come si deve regala una bellezza, e la bellezza migliora i modi, le maniere, lo spettacolo, l’arte, insomma contribuisce a migliorare il mondo", ci dice il nuotatore artistico. "Aprendo la disciplina anche ai maschi le provocazioni sono diminuite"

Un oro e un argento ai Mondiali di Doha. Che si aggiungono a ori, argenti e bronzi che neanche la Banca d’Italia. Lui – come nel titolo della sua autobiografia – “Il Maschio”, Giorgio Minisini si è scavato, indagato, ispezionato, e raccontato, confidato, confessato al Teatro Lido di Ostia, l’altro giorno, in un incontro organizzato dall’associazione Ti con Zero con il Liceo scientifico sportivo di Ostia sul tema “Vincere se stessi”.

Un altro oro, un altro argento…

“Ma tutto è cominciato con il sesto posto nel doppio misto tecnico. Gareggiavamo per l’oro. Poi un errore. Mio. Fatale. Decisivo. Un black out. Non fisico, ma mentale. Succede. Non doveva succedere. È successo. Non sapevo darmi pace per la mia partner, Susanna Pedotti, che ha otto anni meno di me e tante soddisfazioni ancora da prendersi: avevamo entrambi altre due gare in cui rinascere, ma in solitaria, e quindi separati. Non sapevo darmi pace neppure per la mia allenatrice, Milena Miteva, russa, a Doha a sue spese. Loro cercavano di incoraggiarmi, minimizzare, ma io mi sentivo dentro un gran senso di colpa. L’oro, lo volevo per loro più che per me”.

Poi?

“È andata bene, è andata meglio. Ma se devo essere sincero, ho reso al 60 per cento. Colpe, dubbi, timori, fantasmi: qualcosa mi era rimasto dentro. Perché non conta quello che hai fatto fino a quel momento e quello che farai dopo quel momento, in quel momento conta soltanto quel momento. Michael Jordan, per dire di un campione per tutti: non contano le migliaia di canestri segnati prima e neanche quelli che avrebbe segnato dopo, conta solo quel tiro, quel tiro lì”.

Centosessanta secondi: quanto ci vuole per preparare una gara?

“Nuoto da 22 anni. Mi alleno dalle 8 di mattina alle 8 di sera, con 2 ore di intervallo, l’80 per cento in acqua, il resto in palestra, sei giorni su sette, la domenica è libera. Mi sveglio alle 6 e un quarto, spengo la luce alle 22. Non mi annoio, non ho il tempo per annoiarmi, per la varietà negli allenamenti, per la passione per il nuoto artistico”.

Una vita solo per lo sport.

“Me lo domando spesso: non vale-la-pena?, ma è-giusto-così? Perché non è mai pena, ma piacere, non è mai sacrificio, semmai rinunce, non è mai obbligo, ma volontà. Però lo sport non è, non può essere, non deve essere tutto. E allora cerco, nel mio piccolo, e nel piccolo spazio che mi rimane, di farlo. Intanto, cerco di fare bene, benissimo, meglio che posso quello che so fare, cioè proprio il nuoto artistico. Un esercizio eseguito come si deve, cercando di raggiungere un’irraggiungibile perfezione, regala una bellezza, e la bellezza migliora i modi, le maniere, lo spettacolo, l’arte, insomma contribuisce a migliorare il mondo”.

Si può separare l’uomo dall’atleta?

“Ci provo. Perché l’uomo non è l’atleta, e l’atleta non è l’uomo. Conviene. Se una mattina l’uomo si alza svogliato o triste, tende a non allenarsi, non al massimo. Ma l’atleta deve farlo, comunque, al meglio. Insomma, l’uomo ha i suoi alti e bassi, l’atleta non può permetterseli”.

Nuoto artistico: quanto è testa e quanto corpo?

“Testa all’80 per cento”.

Quanto è talento e quanto allenamento?

“Talento al 5 per cento, e quel 5 serve solo per l’allenamento. Troppo allenamento? È la regola del gioco: ci sarà sempre qualcuno che potrebbe allenarsi di più, o che potrebbe allenarsi meglio, e che potrebbe diventare più bravo. Per preparare un nuovo esercizio ci metto un anno. E lo faccio, e lo rifaccio, e lo rivedo, e lo ripeto, migliaia di volte. In acqua, in palestra, nella testa, perfino nei sogni. L’allenamento è fatica ma anche gioia, la gara è tensione, pressione, responsabilità, ma anche voglia di esprimersi al meglio. L’oro rischia di diventare solo una liberazione dal senso di colpa, se non si impara ad apprezzare sia gli aspetti positivi che le difficoltà”.

Cioè?

“La colpa di non essermelo meritato veramente fino in fondo. Tant’è che mi godo molto più l’oro nelle competizioni di squadra che non in quelle individuali. Vedo la medaglia intorno al collo delle mie compagne, e solo allora mi accorgo di quanto brilli, di quanto pesi. Insomma, l’oro luccica di più quando è l’oro di tutti”.

Minisini, l’acqua è amica o nemica?

“Nemica. Galleggio poco, quindi devo nuotare di più, ma se nuoto di più, divento più muscoloso, e se sono più muscoloso, galleggio di meno”.

E l’aria?

“In media si fanno 20 secondi sott’acqua, in apnea, poi 5 spalancando le fauci per sopravvivere, poi altri 20, poi altri 5, fino alla fine. E finisco senza fiato, i polmoni che succhiano l’aria”.

Lei è stato un pioniere del nuoto artistico.

“Il pioniere è stato Bill May, statunitense. Nel 2004 gli fu impedito di partecipare alle Olimpiadi di Atene. Lo vidi a Roma, durante un open internazionale, mi dissi allora anch’io. Da 6 a 10 anni mi allenavo e gareggiavo con le bambine: dicevano ‘che carino’. Dai 10 ai 20 vedevo sorrisini, sentivo commenti. La parola era ‘frocio’. E io che avevo cominciato non solo per May, ma anche perché con tutte quelle ragazzine mi sembrava il paradiso. E’ stata dura finché ho cercato di rimuovere il problema: quei sorrisini e quei commenti venivano da persone che non mi interessavano. Aprendo la disciplina anche ai maschi, pregiudizi e provocazioni sono diminuiti”.

Si domanda anche chi-me-lo-fa-fare?

“Molto spesso, specialmente quando le manifestazioni più importanti sono lontane e gli allenamenti si ripetono uno uguale all'altro”.

E come si risponde?

“Mi dico: non c’è stipendio, ingaggio, compenso che possa pareggiare questo stress. Ma purtroppo è ciò che mi piace fare!”.

Si vive di nuoto artistico?

“Poliziotto, Fiamme Oro. Senza i gruppi militari, non si potrebbe fare sport ad alto livello. Guadagno 1.600 euro al mese, più i premi, le borse di studio. Distante anni luce dagli ingaggi dei calciatori, ma la nostra condizione è migliorata molto negli ultimi anni, non mi lamento”.

Che cosa farà da grande?

“Quando ero piccolo, da grande avrei voluto quello che sto facendo adesso. E così dovrò pensarci, inventarmelo”.

Studi?

“Liceo scientifico, poi Scienze motorie, abbandonate, allora Biologia, abbandonata, adesso Psicologia, e mi piace, mi interessa, mi coinvolge. Chi fa sport, deve allenare la testa. La psicologia è spesso applicata per migliorare le prestazioni, a me forse interessa di più la psicologia applicata per migliorare le persone che fanno sport. Da atleta faccio terapia con lo psicologo della nazionale italiana e poi, da tre anni, con una personale”.

Le è servito?

“Moltissimo. Ho capito che noi siamo quello che siamo, e difficilmente cambiamo. Quello che possiamo fare è trovare il modo per stare bene, sereni, in pace con noi stessi anche se siamo fatti così. Serve parlare, ascoltare, essere esigenti ma anche un po’ indulgenti…”.

E’ religioso?

“No”.

Scaramantico?

“Neanche”.

In che cosa crede?

“In certi valori. Far bene le cose, per esempio”.

Lei nuota in coppia anche con Arianna Sacripante, una nuotatrice artistica con la sindrome di Down.

“Molto meno di quanto vorrei. Molto per i miei impegni, un po’ anche per i suoi. Ma quando riusciamo a trovarci – la nostra collaborazione nasce per il progetto Filippide -, è una vera gioia. I suoi occhi s’illuminano, e illuminano anche me. Arianna brilla di felicità ed è la sua felicità a farmi sentire campione del mondo. Quello è il momento in cui mi sembra che le mie vittorie contino veramente”.

Intanto?

“In giugno gli Europei a Belgrado, a fine luglio le Olimpiadi a Parigi. Vorrei continuare fino a quelle di Los Angeles del 2028. Poi chissà”.

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