Foto Zuma archive, via Olycom

Ai piedi di Michael Jordan

Giovanni Battistuzzi

MJ compie sessant’anni. E a quasi venti dalla sua ultima partita in Nba, il suo marchio è inossidabile, dalle scarpe alle magliette

Andare a tirare a canestro al campo da basket ormai è cosa che dice chi deve fare i conti con gli acciacchi fisici. Per gli altri c’è, e da parecchio, il playground, che è lo stesso, ma fa molto più New York City. Pure a Roma i ragazzi vanno al playground. A volte anche la mattina presto, quando ci dovrebbe essere scuola. A volte anche quando la temperatura è poco più alta dello zero termico, che per gli standard della Capitale è un freddo cane. Sta mai troppo vicino allo zero termico la temperatura a Roma e correre dietro a una palla che rimbalza e viene tirata a canestro genera calore. Così le tute vengono lasciate a terra e ci si ritrova in maglia termica e canotta.

 

In quel campo da basket chiamato playground c’erano sei ragazzini per il più classico trecontrotre a un solo canestro. L’altro era occupato da gente con molti più anni e acciacchi che si passava il pallone e tentava improbabili tiri, quasi mai a segno. I ragazzini invece ci davano dentro. Ci sapevano fare. Due vestivano canotte gialle e viola con il numero 6 e la scritta JAMES sulle spalle. Tre avevano canotte scure, senza nome o numero. L’ultimo ne vestiva una rossa con il numero 23, la scritta BULLS sul petto e quella JORDAN sulla schiena.

 

Quel ragazzino era senz’altro nato, e di parecchio, dopo l’ultima partita giocata da Michael Jordan con i Chicago Bulls: era il 14 giugno del 1998 e i Bulls giocavano al Vivint Arena di Salt Lake City contro gli Utah Jazz. Era gara-6 delle Nba Finals. Michael Jordan conquistò il suo ultimo pallone rubandolo a Karl Malone. Mancavano 20 secondi alla sirena e i Bulls erano sotto di un punto. Jordan si fece tutto il campo con una tranquillità imbarazzante, scansò un avversario e, a circa sette secondi dal termine, si prodigò in un arresto e tiro dalla lunetta: canestro: 86-87. Quelli furono gli ultimi due punti con la canotta rossa di Chicago, quelli decisivi per la conquista del sesto titolo della storia della franchigia. I Bulls da allora non hanno più vinto un titolo.

   

   

Quel ragazzino era senz’altro nato anche dopo l’ultima partita giocata da Michael Jordan in carriera. Era il 16 aprile 2003 e la sua squadra, i Washington Wizards, persero 107-87 conto i 76ers a Philadelphia. MJ mise a referto 15 punti, 4 rimbalzi e 4 assist. Gli ultimi della sua carriera. 

    

Sono passati quasi vent’anni da allora. Eppure c’è chi, nonostante non lo abbia mai visto giocare in diretta, veste ancora la sua canotta e tira a canestro sperando, un giorno, di poter “fare anche solo un centesimo di quello che ha fatto Jordan in campo”. Perché di campioni ne sono passati tanti “e di campioni, da LeBron James in giù, ne giocano ancora, ma, e lo dice pure mio padre che invece l’ha visto giocare, Jordan era il giocatore più bello che ha mai tirato a canestro. Ha ragione. L’ho visto nei filmati ed è così. Per questo quando vado al playground mi metto sempre la sua maglia”. E il ragazzino che è nato parecchio dopo l’ultima partita di MJ dice di non essere il solo: “Ci sono i LeBronisti, quelli per Doncic o Giannis, e poi ci siamo noi Jordanisti, che abbiamo l’hype più alto”.

     

Michael Jordan ha compiuto sessant’anni il 17 febbraio. E’ ancora un presente nel mondo del basket, non solo perché è proprietario della franchigia Nba dei Charlotte Hornets. E nemmeno per l’enorme successo che ha avuto “The last dance”, la docuserie uscita su Netflix il 19 aprile 2020 (e che da mercoledì 15 febbraio 2023 viene trasmessa in prima visione televisiva su DMAX, canale 52 del digitale terrestre) che racconta la carriera di MJ a partire dalla stagione 1997-98, quella dell’ultimo dei sei Anelli che ha vinto con i Chicago Bulls: The last dance, appunto. E non conta nemmeno il numero di canestri fatti, l’essere il quinto cestista con più punti della storia dell’Nba (32.292) – il record che fu di Kareem Abdul-Jabbar è stato battuto recentemente da LeBron James –, quello con la media punti a partita più alta della storia del basket americano (30,12) e quello con più punti realizzati in una partita dei playoff (63, e per di più su uno dei parquet più prestigiosi della storia della lega: quello del Boston Garden).

   

Foto Ap, via LaPresse  
    

“Michael Jordan è indimenticato e con ogni probabilità indimenticabile non solo perché probabilmente è stato il più forte giocatore della storia del basket, ma perché è stata la prima icona sportiva globale della storia a essere anche brand”, dice al Foglio Thomas J. Tyrrell, coetaneo di MJ, per oltre trent’anni brand analyst per alcuni dei più importanti marchi sportivi americani, “anche se, quando questo lavoro lo facevo io, ero solo un ben meno altisonante consulente d’immagine”.

 

Thomas J. Tyrrell può dire di aver visto nascere Michael Jordan. “Nel 1981 ero in Nike quando un collega di ritorno da Chapel Hill, Carolina del Nord, ci fa: ‘Ho visto Dio giocare a basket’. E noi gli rispondiamo che Kareem Abdul-Jabbar l’abbiamo visto tutti giocare. Lui dice di segnarci un nome: Michael Jordan”, racconta. “Era al primo anno di Ncaa, giocava per l’University of North Carolina at Chapel Hill e quell’anno vinse il titolo collegiale con oltre 30 punti di media a partita. Jordan all’epoca portava scarpe Converse, ma il collega riuscì a convincere il responsabile delle sponsorizzazioni sportive a investire su MJ. Così quando passò professionista ai Bulls ci passò con Nike e con una linea di scarpe personalizzate. Chicago all’epoca era un nulla cestistico: una franchigia che non aveva mai vinto niente, non era mai andata alle Finals e aveva raggiunto la finale di Conference (le sfide che determinano chi accede alla finalissima per l’Anello, ndr) solo due volte nella storia”, fa notare Tyrrell, sottolineando che questo “fu la grande fortuna di Jordan e, pure della Nike: perché Jordan non solo si dimostrò un cestista eccezionale, riuscì a mettere in pratica il sogno americano: in mondovisione riuscì a trasformare i perdenti in vincenti. Di più: riuscì a trasformare quella squadra in una delle migliori della storia della Nba”. Per Tyrrell “se Michael Jordan avesse giocato ai Lakers o ai Celtics sarebbe comunque diventato un mito sportivo, ma non con la forza con la quale si è imposto nell’immaginario pubblico con la casacca dei Bulls”.

   

Foto Ansa

Classe e successi personali però non bastano. Serve altro. E qui entra il lavoro fatto da Nike nel trasformare Michael Jordan in un simbolo, “che è anche un marchio”: il Jumpman. Quell’uomo stilizzato con un braccio teso verso il cielo con una palla in mano e le gambe aperte in una spaccata volante, come fosse alle prese con uno dei salti più noti ed eleganti della danza classica: il Grand jeté. Un logo del tutto simile a quella foto che era apparsa su Life in un servizio di presentazione della Nazionale americana di basket che avrebbe giocato (e poi vinto) le Olimpiadi di Los Angeles 1984. Lo scatto del fotografo Jacobus Rentmeester immortalava Michael Jordan intento a “volare” verso il canestro a gambe aperte, braccio sinistro teso con il pallone in mano.

 

Una posa che raramente fece vedere in partita, ma che era perfetta per essere ricordata. E che, in un modo o nell’altro, era più reale del reale. Perché una cosa apparve chiara sin da subito al grande pubblico che iniziò a scoprire Michael Jordan ai Giochi olimpici del 1984: MJ per arrivare a canestro non saltava, volava. Jordan si librava in aria con leggerezza, con una naturalezza straniante, riusciva a raggiungere vette che sembravano impensate per un cestista di “solo” un metro e novantotto.

 

“Fu guardandolo giocare che Nike decise che Jordan non dovesse essere MJ come tutti lo avevano iniziato a chiamare, ma His Airness, per contrazione Air. Il che era perfetto per il lancio dell’innovazione che l’azienda aveva da poco inserito nelle scarpe da basket: il cuscinetto d’aria”, spiega Thomas J. Tyrrell. Probabilmente fu la più grande trovata pubblicitaria della storia dell’abbigliamento sportivo. Qualcosa che legò indissolubilmente un grande campione che ancora non aveva dimostrato davvero di esserlo a un’azienda. Al punto di fondersi in un un tutt’uno che ancora esiste e funziona.

   

Foto Ap, via LaPresse
 

Michael Jordan non era il primo giocatore Nba a indossare scarpe personalizzate. Converse aveva già lanciato modelli speciali per Magic Johnson e Larry Bird, ma quello che accadde con Michael Jordan “fu rivoluzionario”, dice Thomas J. Tyrrell: “Il Jumpman dal 1990 in poi divenne il logo che contraddistingueva i modelli utilizzati da Jordan. Poi si sostituì allo Swoosh, il logo del marchio di Beaverton. Infine ogni accenno a Nike venne eliminato: Air Jordan ormai era un brand globale che aveva una sua attrattività indipendente dalla casa madre e che, paradossalmente, proprio per questo rendeva l’azienda madre ancora più competitiva. Già nel 1990 Jordan s’era trasformato in un’icona, in un marchio. E non aveva ancora vinto nulla. Iniziò al termine di quella stagione a farlo”.

 

Ora Air Jordan è un brand che non si occupa più soltanto di scarpe, maglie, magliette, canotte e vestiario vario per il basket, ma spazia dal football americano al calcio, con grande attenzione per l’abbigliamento di tutti i giorni.

 

Jordan è il Jumpman e molte cose in più. E’ il primo campione a fare un film con Bugs Bunny e gli altri personaggi dei Looney Tunes. E’ la ragione principale per il quale i Chicago Bulls, secondo un’analisi di mercato effettuata dall’Nba, sono ancora una delle squadre più amata negli Stati Uniti e la seconda più seguita in Europa. E questo nonostante non vincano niente dalla Last dance di Jordan e siano riusciti ad arrivare ai playoff solo dodici volte e solo una volta siano riusciti a raggiungere le finali di Conference dall’addio di MJ.

 

C’entrano poco i risultati sportivi attuali però per chi ancora tiene per i Bulls, soprattutto in Europa. Conta quello che è stato, certamente, ma non solo quello che è stato. Perché tenere per i Bulls non è solo una questione di nostalgia, di ricordo, di poter dire “ahhhh, quando giocava Jordan...”, o “Jordan sì era un’opera meravigliosa”, a dirla alla “Non aprite quella podcast”. C’entra poco o nulla tutto questo, soprattutto se si considera che quelli che tengono per i Bulls sono per metà ragazzini che l’epopea Michael Jordan non l’hanno vissuta, l’hanno solo sentita da padri zii o chissà chi, hanno visto MJ solo in filmati sgranati su YouTube o in The last dance. Tenere per i Bulls vuol dire fregarsene dei risultati sportivi e tenere per un idea di campione sportivo: Michael Jordan.

 

“Mio nipote, che ha 11 anni, questa estate è venuto casa mia con la canotta numero 23 dei Bulls. Al contrario di mio figlio, a cui il basket non è mai piaciuto, lui passa ore e ore al campetto vicino a casa. Mi chiese: ‘Nonno è vero che Jordan è stato il migliore?’. Io gli ho risposto di sì. Era la stessa domanda che mi fece ormai quasi quarant’anni fa mio nipote, il figlio di mia sorella. Anche la risposta fu la stessa. All’epoca però Michael Jordan lo conoscevano in pochi”, racconta al Foglio Luca Postumi che quasi quarant’anni fa, nell’agosto del 1985, accompagnò i Bulls da Trieste a Caserta passando per Roma come interprete. “Io all’epoca ero un tifoso dei Boston Celtics di Larry Bird, ma appena vidi Jordan allenarsi cambiai casacca. Al PalaChiarbola ci andavo ogni volta che giocava la Stefanel, prima Bic, prima ancora Hurlingham (e per una stagione Oece, ndr), di pallacanestro mi sono sempre interessato, ma vedere lì Jordan è stata un’epifania. Mi resi subito conto che lui era di un altro pianeta, che era qualcosa che sarebbe rimasto per sempre, che sarebbe riuscito a raggiungere la dimensione dei grandissimi dello sport, quelli che non solo hanno fatto sport, ma anche storia”, ricorda Luca Postumi.

 

Michael Jordan ha raggiunto lo status dei Maradona e dei Pelé, dei Fausto Coppi e dei Gino Bartali, degli Eddy Merckx e dei Bikila, dei Michael Schumacher e degli Ayrton Senna.

 

“Eppure Jordan è ancor più riconoscibile. È l’unico diventato un logo”, sottolinea  Thomas J. Tyrrell. “E’ come se fosse qualcosa in più, una sorta di evoluzione del campione. Non c’è riuscito nessuno a esserlo per davvero. Solo lui, solo Air Jordan”. E questo probabilmente perché “Jordan ha avuto la nonchalance di essere il migliore quasi senza volerlo, ha lasciato e rilasciato il basket per inseguire progetti folli, tipo quello di diventare anche un campione del baseball: gli è andata male. Poi è tornato, ha vinto ancora, quasi a dimostrare che il basket era lui, in anni nei quali l’America era ancora un mito per gli europei”, sottolinea Tyrrell.

 

Un mito che ora è un po’ meno forte. Anche nel basket. “Quando ho raccontato a mio nipote del tour dei Bulls in Italia e gli ho fatto vedere le foto di allora era tutto eccitato. Ma quando gli raccontai della mia sorpresa di vedere giocare a Chicago, qualche anno dopo, Toni Kukoc che avevo visto a Treviso mi guardò stupito: non capiva cosa ci fosse di strano. Per mio nipote l’Nba è solo il campionato più spettacolare al mondo, un campionato globale. Per noi allora non era solo questo. Era proprio un altro mondo e i Bulls in Italia, anche se non erano ancora nessuno e valevano poco o nulla in Nba, erano l’evento più incredibile dell’anno, se non della vita. L’America allora era ancora qualcosa che stava tra l’irreale e il sogno. Ora non è più così. E forse anche per questo che Michael Jordan è rimasto un mito ancora così amato”. E’ stato l’ultimo rappresentante “extraterreste” di un mondo diventato in qualche modo terrestre.

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