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Crocicchi #8

Il sabato al rovescio di Olivier Giroud

Enrico Veronese

Il Milan si ritrova in testa alla classifica da solo grazie anche alle parate del suo centravanti, che ha indossato i guanti che Mike Maignan ha lasciato sguarniti dopo l'espulsione

Storie di centravanti. Anche questa domenica allargata del calcio italiano espone in vetrina le prime punte, i vecchi numeri 9: Romelu Lukaku domina col fisico, Andrea Belotti mai avrebbe segnato un anno fa il gol realizzato a Cagliari, Joshua Zirkzee è una delizia per gli occhi, Arkadiusz Milik risponde presente, pure Milan Djurić stacca il biglietto. E se pure Valentin Castellanos batte un colpo, l’esplosione di Nikola Krstović pare penalizzare in primis il talento di Gabriel Strefezza. Per non dire dell’intristito Victor Osimhen, che non si esime dal segnare su rigore ma cerca con ogni evidenza una via di fuga dalla magia interrotta di Napoli. Lautaro Martínez, dal canto suo, centrattacco puro non è: eppure spadroneggia anche in mezzo all’area, da campione educato. In fondo è logico che sia così, dal momento che i riferimenti offensivi principali e i portieri da sempre determinano i risultati più di ogni accorgimento tattico.

Ma cosa succede quando il centravanti è costretto a diventare anche portiere? Se si chiama Olivier Giroud, sa vestirsi di nobile disincanto francese e alla bisogna salva la partita dal quadrivio infernale nella quale Genoa-Milan si era cacciata. Ormai il fatto ha raggiunto i crismi della mitografia istantanea, tra i lazzi della federazione transalpina nel comunicare le convocazioni e la furba operazione di merchandising rossonera, ma quel che conta per la classifica è che alla sosta di metà ottobre la squadra di Stefano Pioli arriva in vetta solitaria, con due punti di vantaggio sopra i cugini nerazzurri. Raccontare in maniera lineare quanto accaduto negli ultimi tre minuti regolamentari (più immenso recupero) del match di Marassi è impresa concitata, e anche evitando riferimenti al gol di Christian Pulišić non si può prescindere dall’espulsione di Mike Maignan per ginocchio alto nei confronti di Caleb Ekuban: corre il minuto 98. Sì, novantotto.

A quel punto, Pioli aveva già esaurito le cinque sostituzioni disponibili. Colpa anche degli slot multipli obbligati, retaggio dell’era Covid che si spera venga pensionata al più presto. Ma soprattutto delle scelte iniziali del tecnico rossonero, che aveva cominciato l’incontro con l’attacco di riserva (Sam Chukwueze, Luka Jović, Noah Okafor) salvo redimersi in corsa, data la sterilità palesata nel primo tempo: ecco dunque dalla ripresa delle ostilità entrare Rafael Leão e proprio Pulišić, ma non ancora Giroud. Il francese subentrerà non testualmente a Yacine Adli solo venti minuti più tardi, mantenendo in campo la punta serba (preferita all’accentramento di Okafor). Il Milan gioca quindi l’ultimo terzo di partita con due centravanti puri e due ali - peraltro abituate a convergere - con Yunus Musah e Tijjani Reijnders a spingere: in fin dei conti, la vittoria della battistrada nasce proprio da qui, con la maggior qualità dei subentranti e il proposito di bucare finalmente il muro di mediani e terzini (otto in tutto) che l’ex milanista Alberto Gilardino schiera a protezione del pareggio, fino al suo tardivo ricorso alle energie suppletive di Ekuban e George Puşcaş.

Se l’avvicendamento tra Davide Calabria e Alessandro Florenzi rientra nei canoni della normalità, quelli di Jović con il giovane Davide Bartesaghi al 93° è ormai frutto della serrata nei ranghi: nessuno poteva immaginare che, tempo cinque minuti in un recupero formato Mundial, il Diavolo sarebbe rimasto senza portiere. Ormai è assai raro, nell’epoca dei cinque cambi consentiti, ricorrere a un giocatore di movimento per rimpiazzare l’estremo infortunato o espulso: ma tant’è, e Giroud - memore di allenamenti consolidati nel tempo - si prende le proprie responsabilità, indossando la verdissima casacca numero 16 lasciata libera dal connazionale. La prima azione che l’improvvisato guardiano deve fronteggiare è il temibile calcio di punizione susseguente all’espulsione di Maignan: già piazzare la barriera non è cosa di tutti i giorni per lui, che spesso si trova anzi a doverla comporre. Il tiro di Albert Gudmundsson incoccia il piede destro di Fikayo Tomori e va a infrangersi contro la traversa, che Giroud ringrazia come Pagliuca il palo di Pasadena.

Nell’azione successiva, ormai al minuto 101, il portiere locale Josep Martinez commette fallo su Musah nell’area milanista e viene espulso a sua volta, prima che Leão potesse smistare la palla verso la porta vuota: sarebbe stato lo 0-2 che avrebbe con ogni evidenza chiuso l’incontro. Invece il Genoa si getta in avanti allo stremo delle forze, Puşcaş triangola con Ekuban che di pregevole tacco gli restituisce il pallone in velocità alle soglie dell’area ospite: Calabria si fa sanguinosamente superare dall’attaccante rumeno, il quale all’altezza del dischetto (spostato a sinistra) si ritrova nel destro il tiro del pareggio. Ma con scelta di tempo tanto efficace quanto non ortodossa, Giroud che indossa i panni di Maignan si lancia a valanga nel fuoco e smanaccia la sfera: questa rimane in zona, e ancor più provvidenziale il secondo intervento dell’uomo volante, ad anticipare la ribattuta di Gudmundsson nella seconda palla, a porta quasi sguarnita.

Cosa sarebbe accaduto se Giroud non fosse uscito? Puşcaş, in vantaggio sul capitano avversario, avrebbe certamente raggiunto la palla per tirare al volo, forse in pallonetto, cercando lo specchio della porta. In tal caso, il maturo centravanti francese avrebbe tentato un balzo verso il secondo palo per chiudere la saracinesca: ma non è affatto scontato che l’operazione sarebbe riuscita. Il 37 Olivier ha optato per l’istinto, ha valutato al momento i secondi di reazione, ha anticipato il normale collega di reparto prima che questi calciasse a rete. Non pago, da terra, ha prevenuto l’esitazione di Calabria e con le mani ha nascosto all’islandese una conclusione ancor più facile. Il gesto tecnico è già nella storia recente del club, e a qualche tifoso sarà pur venuto in mente due interventi decisivi di Christian Abbiati: per importanza, quello che nell’ultima giornata del 1999 negò al perugino Christian Bucchi il gol del pareggio durante la partita-scudetto. Per stile, l’uscita su Mohamed Kallon nel 2003 in semifinale di Champions League. Con la sola, totale differenza che l’italiano era un portiere di ruolo, mentre il francese i gol li ha sempre segnati più che evitarli. E così, grazie a questo snodo tangenziale, il Milan affronta i quindici giorni dell’esodo per le Nazionali con due punti in più in graduatoria, dove guarda tutti dall’alto al basso: magari torneranno buoni alla fine.

     


    

Crocicchi è la rubrica di Enrico Veronese che ci terrà compagnia in questi mesi di Serie A. Sarà il racconto, giornata dopo giornata, degli incastri imperfetti che il calcio sa mettere in un campo di gioco, di tutto ciò che sarebbe potuto essere, ma non è stato. Che poi, in fondo, è il bello del calcio.

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