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Nba

James Harden non era al capolinea

Andrea Lamperti

The Beard si è preso una rivincita che aspettava da tempo. La sua metamorfosi da realizzatore a facilitatore si è complicata, ogni tanto però continua a prendere in mano la squadra a suon di punti realizzati. Tipo ai playoff contro Boston

James Harden ha portato i playoff Nba sulla macchina del tempo, e ci ha trascinato con la forza anche i tanti detrattori che da anni non perdono occasione per criticarlo. Che fosse per il modo di giocare, per i fischi arbitrali, per i risultati delle sue squadre, per il rendimento in post-season o per i finali di partita, è sempre stato Harden contro resto del mondo. E nell’ultima settimana, The Beard si è preso una rivincita che aspettava da tempo.

“Al capolinea”, “bollito”: quante volte lo abbiamo sentito dire, anche da opinionisti e addetti ai lavori, da quando ha lasciato Houston? Eppure, nella serie contro Boston, Harden è riuscito a fare a pezzi una delle migliori difese della lega, due volte in una settimana. Prima i 45 punti (conditi da 6 assist e il 71 per cento di true shooting) in gara-1, poi altri 42 (9 assist, 85 per cento true shooting) in gara-4; segnando in entrambe i canestri decisivi per regalare a Philadelphia il 2-2.

Insomma, è stato clutch, in un momento cruciale dell’anno e in quello di massimo bisogno della squadra, con Embiid out in gara-1. Il tutto a 33 anni, ben distante dall’apice della sua carriera e dopo aver fatto un ingente sacrificio economico l’estate scorsa, quando ha rinunciato a svariati milioni di dollari per aiutare la dirigenza a rinforzare il roster.

Sì, di mezzo ci sono state due vittorie dei Celtics in cui Harden ha tirato malissimo (5/28) ed è apparso sulle gambe. Per questioni anagrafiche e di integrità fisica, però, è comprensibile che il Barba non riesca ad essere con continuità quello di domenica sera. E dopo tutto, oggi non gli è più richiesto di essere una macchina da punti, o almeno non spesso come in passato.

Da quando ha lasciato i Rockets, infatti, il suo ruolo è passato prevalentemente da prima opzione a facilitatore, sia per ragioni contestuali sia per adattarsi al calo fisico. A Brooklyn, prima che andasse tutto a rotoli, si era messo al servizio di Durant e Irving; ora di Embiid, che dopo aver ricevuto l’Mvp ha dirottato verso Harden, “il miglior playmaker della lega”, una buona parte dei meriti.

“Quando segnavo 50 punti, dicevano che così non potevo vincere; mentre ora faccio 20 punti e 11 assist, e dicono che non sono più il vecchio Harden”, ha raccontato, togliendosi qualche sassolino dalla scarpa. “Mi sono detto che quest’anno è un sacrificio. I soldi, il mio ruolo: voglio lasciare andare tutto e sacrificarmi, e vedremo cosa arriverà in cambio”.

La sua metamorfosi non è qualcosa che si vede tutti i giorni in Nba. Non solo per la necessaria trasversalità tecnica, ma anche per la disponibilità ad accettare il cambiamento, ad abbracciarlo. Tutt’altro che scontata per uno che era, non più tardi di cinque anni fa, tra i migliori realizzatori - se non il migliore in assoluto - mai visti su un campo da basket.

Ora, con i 76ers sul 2-2 contro i Celtics, le prossime partite definiranno la stagione di Harden e compagni. La strada per le Nba Finals passa da qui: all’orizzonte, infatti, nell’eventuale finale di Conference, non li attende un’avversaria proibitiva, anzi. Prima di tutto, però, va superato l’ostacolo Boston, l’attuale favorita per il titolo, almeno secondo Las Vegas. E per riuscirci servirà che James Harden accenda ancora la macchina del tempo.

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