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Quando il ciclismo era Strade Bianche

In Francia e Svizzera si cominciò ad asfaltare nella prima metà dell’Ottocento, in Italia nella seconda metà, il ciclismo non le abbandonò per decenni. Le ha riscoperte recentemente

1 Agosto 2020 alle 06:03

Quando il ciclismo era Strade Bianche

Foto LaPresse

Erano strade bianche. Bianche (ma anche gialle da “spy story”) come quelle del Diavolo Rosso. Giro di Lombardia, il terzo, nel 1907: 210 chilometri, da Milano a Sesto San Giovanni passando per Como e divagando per Varese, sotto la pioggia di un grigio 3 novembre, 100 corridori al via, 37 all’arrivo, primo lui, Giovanni Gerbi detto il Diavolo Rosso, figlio di un oste astigiano. Ma la sua vittoria durò poco, perché i giudici erano stati avvertiti dei trucchi e degli inganni con cui il campione della Maino aveva seminato gli avversari. Il primo: l’accordo con il casellante di Busto Arsizio, ingaggiato - dietro compenso - per abbassare la sbarra del passaggio a livello subito dopo il passaggio di Gerbi. Il secondo: la collaborazione con alcuni corridori extragara, ingaggiati – dietro compenso – per mettersi a ruota Gerbi perché ne sfruttasse la scia. Il terzo: l’intervento di alcuni sostenitori di Gerbi, colpevoli – pur senza compenso - di avere steso fasce chiodate prima del transito dei suoi immediati inseguitori. Morale: Gerbi retrocesso all’ultimo posto. Risultato: vittoria assegnata al francese Gustave Garrigou della Peugeot.

 

Erano strade bianche. Bianche (ma anche rosse di passione) come quelle dell’Eterno Secondo. Anno 1920, corsa in Liguria, percorso a saliscendi: Erminio Cavedini ed Eberardo Pavesi, direttori sportivi della Bianchi, persero di vista lui, Tano Belloni soprannominato l’Eterno Secondo perché per 26 volte arrivato direttamente dietro al costantemente primo Costante Girardengo. I due tecnici girarono l’auto e rifecero il percorso al contrario, esplorando cascine e perlustrando viottoli, interrogando un pastore che si chiamava Serafino e che leggeva “un libro di un certo Dante Alighieri”, finché in un’osteria, confuso fra contadini che bevevano vino e giocavano a morra, si sentirono chiamare da Tano. Pare si fosse fermato a bere a una fontana mentre una contadinella stava mungendo le mucche, seduta su uno di quegli sgabelli a una gamba. Pare che Belloni avesse assaggiato il latte appena munto. E pare che Belloni avesse poi raccontato come, si sa, una cosa tira l’altra, e senza entrare nei particolari, successe quello che successe. Pare che Cavedini si arrabbiò esclamando “ah, birbante! E mi ti pago per andar dietro le sottane?”. Pare che Tano rispose “ma mi son minga il Gira (così Tano chiamava il suo amico-nemico Costante Girardengo), che la su moglie gli fa passar la voglia, tante sottane a gà. A mi, se me capita na moreta cussì, al diavolo le corse e la bici”. E pare che Pavesi, ecumenicamente, spiegò che “per stavolta passi, ma al Giro non si può più scherzare; per sopportare quelle fatiche, il sesso bisogna scordarselo”.

 

Erano strade bianche. Bianche (ma anche rosa per il genere) come quelle di Alfonsina Strada, la prima – e unica – donna che abbia mai partecipato al Giro d’Italia degli uomini. Era il 1924 e le squadre più blasonate avevano boicottato la corsa organizzata dalla “Gazzetta dello Sport” per una questione di soldi, premi, ingaggi. Alfonsina, che aveva già corso il Giro di Lombardia nel 1917 e nel 1918, prese il via da isolata, senza squadra e senza assistenza, e si batté con il solito coraggio: nella prima tappa fu 74esima su 77 arrivati, nella seconda 56esima su 65, nella terza 57esima su 60, nella quarta 56esima su 57, nella quinta 47esima su 49, nella sesta 48esima e ultima, nella settima 43esima e ultima, nell’ottava, L’Aquila-Perugia di 296 chilometri, giunse 41esima e ultima ma fuori tempo massimo, cioè qualche minuto dopo il ritardo – il più ampio possibile - concesso per regolamento. Però aveva le sue giustificazioni: era stata una giornata di freddo, pioggia e, soprattutto, aveva spaccato la bici. Ligi al regolamento, gli organizzatori della “Gazzetta dello Sport” la esclusero dalla classifica (Alfonsina aveva accumulato un ritardo di oltre 21 ore dal primo, il piemontese Giuseppe Enrici, che poi avrebbe vinto il Giro), ma – decisione unica – la mantennero in corsa senza numero e senza classifica. Perché? Perché Alfonsina Strada era diventata la grande attrazione della corsa: tutti la volevano vedere, tutti la volevano incoraggiare, tutti tenevano a lei. Perché lei era quella che, proprio lì al Giro, in albergo doveva aspettare che tutti gli altri corridori fossero a letto per poter fare il bagno, che si cuciva gli pneumatici forati con ago e filo, che sapeva che tanti l’aspettavano ai bordi della strada pur di vederle le gambe nude, che sapeva che tanti scommettevano su di lei, a favore o contro, che distribuiva cartoline di lei in bici, che una volta sostituì il manubrio spaccato con un manico di scopa offerto da una contadina, che all’arrivo veniva accolta da una banda musicale, che al velodromo Sempione di Milano fu chiamata a fare il giro d’onore finale con un mazzo di fiori come se avesse vinto lei.

  

Erano strade bianche. Bianche (ed eroiche) come quelle del ciclismo. In Francia e Svizzera si cominciò ad asfaltare nella prima metà dell’Ottocento, in Italia nella seconda metà dell’Ottocento, nelle città, prima i marciapiedi, poi i viali e le vie. Lisciate, lastricate, pavimentate. Bitume e calcestruzzo, bitume e catrame, bitume e sabbia, bitume e macadam (un misto di pietrisco e collanti, secondo una tecnica scozzese: “Stava lì nel suo sorriso – Paolo Conte in “Sparring partner” – a guardar passare i tram, vecchia pista da elefanti stesa sopra al macadam”).

 

 

Ma erano eccezioni, lussi, stranezze: altrove, quasi dovunque, le ruote continuavano a generare e sollevare polveroni. E sono ancora strade bianche. Bianche come quelle di pagine – di storia e geografia, di ciclismo e vita - ancora da scrivere.

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