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Il ciclismo riparte dalla polvere delle Strade Bianche

Il ritrovo di partenza della corsa ciclistica che scorre tra gli sterrati senesi sarà il ritrovo di ripartenza del World Tour. Un calendario rivoluzionato tra regole incerte e una gran voglia di correre

1 Agosto 2020 alle 06:19

Il ciclismo riparte dalla polvere delle Strade Bianche

Foto LaPresse

A quelle latitudini e in questa stagione basta poco perché tutto si confonda, i colori sfumino e con loro i profili. Una bava di vento soltanto e le tonalità pastello di gialli, di verdi e di ocra, che assecondano il su e giù dolce delle colline, si confondono con tutte le tonalità del grigio. Il senese è concentrato di lentezza, di campi che formicolano e di città deserte di abitanti e animate, ma blandamente, dai turisti e dai viandanti. Per un giorno si scoprirà veloce, senza perdere la sua vocazione antica, la polverosità. Le campagne attraversate da strade dimenticate dall’asfalto sono un luogo distante, lontano dal centro dell’attenzione. Per un giorno diventeranno capitale, bersaglio per occhi curiosi di vedere l’effetto che fa il ritrovare e il ritrovarsi.

  

Davanti alla Fortezza Medicea di Siena, sabato primo agosto, da mezzogiorno, il ritrovo di partenza della Strade Bianche 2020 – la corsa ciclistica che scorre tra gli sterrati senesi – sarà il ritrovo di ripartenza del ciclismo, o almeno delle classiche di questo sport. Perché se nelle scorse settimane le biciclette hanno già iniziato a muoversi e a gareggiare altrove, dalla Transilvania alla Castiglia e León, è dalla Toscana che il calendario del World Tour – l’insieme delle più prestigiose, salvo alcune economicamente importanti eccezioni, gare del ciclismo mondiale –, riparte dopo la sospensione resa necessaria dalla pandemia di Covid-19.

  

E forse non poteva essere altrimenti, almeno per suggestione.

  

Perché dopo la paura pandemica, dopo l’incertezza, dopo che tutto aveva rischiato di saltare, non poteva esserci nulla di meglio che attraversare la polvere dopo essere stati immersi per mesi nel polverone del coronavirus. E, forse, perché servivano colori e forme sfumate per non subire troppo il cambio di atmosfera, per abituarci di nuovo a rapportarci con il futile dopo mesi di serietà. E per tornare a capire che non c’è nulla di più importante di questo per andare avanti.

  

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Il ciclismo si era fermato il 14 marzo in cima alla Colmiane con la ruota posteriore di José Manuel Díaz che superava il traguardo della settima tappa della Parigi-Nizza. Ha atteso quasi quattro mesi immobile su rulli o su divani a rivedere il già visto, il meglio di ciò che il ciclismo televisivo poteva offrire. Ripartirà frenetico.

  

Da sabato 1 agosto a mercoledì 11 novembre, ultima tappa della Vuelta di Spagna, si concentrerà ciò che solitamente era spalmato in sette mesi. In uno stravolgimento temporale e paesaggistico di quello a cui eravamo abituati. Perché non si erano mai viste una Milano-Sanremo estiva (si corre l’8 agosto e quasi senza Liguria dopo la scelta di diversi sindaci del savonese di non concedere il transito alla corsa), un Giro di Lombardia senza le foglie morte (15 agosto), un Tour de France settembrino (dal 29 agosto al 20 settembre), un Giro d’Italia autunnale (dal 3 al 25 ottobre) e una campagna del Nord non pasquale che inizia con la Freccia Vallone (30 settembre) e finisce con la Parigi-Roubaix (il 25 ottobre). Poco male perché tra il niente e il piuttosto la scelta è facile.

  

Un affollamento benedetto in un’epoca di distanziamento sociale, ma fragile e slegato da ciò che accadrà in corsa. Perché mai come in questo periodo il ciclismo, e lo sport in generale, è appeso all’andamento dei contagi. L’Union Cycliste Internationale ha deciso di non decidere: “La gestione di casi clinici verrà attuata in accordo con il servizio sanitario locale e seguendo le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità”. In pratica: speriamo vada tutto bene e qualora tutto bene non andasse, la responsabilità sarà delle amministrazioni locali. O degli organizzatori che dovranno darsi delle regole, speriamo di buon senso, e farle rispettare.

 

Un’assenza di certezze che il pubblico si augura di vedere in corsa – forse non a bordo strada, certamente dal divano, visto che non tutte le gare concederanno agli spettatori di recarsi lungo il percorso –, sperando che la logica del risparmio sia sostituita dalla volontà di stupire, di non dare nulla per perso. D’altra parte ciò che si pensava perduto è stato ritrovato. A partire dalla Strade Bianche.

 

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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