cerca

La Juventus continua a vincere. Tutti i meriti di Sarri

Gli davano dell'integralista, l'allenatore dei bianconeri si è comportato come a Empoli e a Napoli: ha adeguato le sue convinzioni alla squadra, esaltando Cristiano Ronaldo

27 Luglio 2020 alle 10:31

Nove scudetti consecutivi, ad allargare ulteriormente il solco tra la Juventus e il resto d'Italia. Nove scudetti e tre allenatori differenti: i primi tre con Antonio Conte, il più amato dalla piazza bianconera; poi la serie di cinque con Massimiliano Allegri, il più sopportato e il meno supportato; l'ultimo con Maurizio Sarri, arrivato in alcuni frangenti della stagione a far addirittura rimpiangere Allegri ma, alla fine, vincente. Con il primo scudetto conquistato a 61 anni, da affiancare al campionato di Eccellenza e alla Coppa Italia di serie D messe in bacheca alla Sansovino e sempre rivendicate quando gli facevano notare che da noi non era mai giunto davanti agli altri.

  

E in effetti lo definivano uno bravissimo a far giocare le sue squadre e a giungere secondo, come gli era capitato negli anni belli di Napoli. Una fama che non era riuscito a scrollarsi di dosso neppure la passata stagione, quando aveva fatto trionfare il Chelsea in Europa League. Per questo, quando aveva cominciato a circolare il suo nome per la panchina della Juventus, nessuno ci credeva. “Sarri? Quello sempre con la tuta indosso e il filtro della sigaretta in bocca? Quello che aveva fatto il dito medio ai tifosi bianconeri prima di entrare all'Allianz Stadium? Ma dai...”, era il ritornello di gran parte della stampa sportiva, e non. Meglio abbinare la panchina ad altri nomi più cool, a cominciare da Pep Guardiola, con tesi supportate da fantomatici contratti di leasing automobilistici attivati in Italia dalla moglie. E poi Mauricio Pochettino, il sempre presente Antonio Conte, qualcuno parlava addirittura di Jurgen Klopp, fino a giungere a Simone Inzaghi, unico nome in fondo vero, ma come riserva di Sarri.

 

Perché l'obiettivo della società (del direttore sportivo Fabio Paratici e del vicepresidente Pavel Nevded più che di Andrea Agnelli, in verità) è sempre stato chi, con il Napoli, avevo reso la vita dura alla Juventus allegriana: bello da vedere il primo, troppo pragmatico - anche se vincente - il secondo. Una rivoluzione copernicana nella persona e nella gestione tecnica, visto che Sarri è l'esatto opposto di Allegri: poco ricercato nel vestire, più greve nelle battute, a volte volgare nell'eloquio. E poi dedito al pallone ventiquattr'ore su ventiquattro, pronto a chiudersi in sala video per studiare la sua squadra e quelle avversarie, mentre Max si concedeva ai rotocalchi per le foto con Ambra e alle cene con gli amici di sempre.

  

Per questo Sarri era aspettato al varco, un varco che ha attraversato con intelligenza, coma ha ricordato nelle prime dichiarazioni post-scudetto: “Sono entrato in punto di piedi, senza imporre: sarebbe poco intelligente. Si comincia a cambiare ciò che ti piace di meno, senza esagerare”. Gli davano dell'integralista, si è esattamente comportato come a Empoli e a Napoli: il 4-2-3-1 in Toscana e il 4-3-3 in maglia azzurra erano figli definitivi di sperimentazioni precedenti, nel sistema di gioco e negli uomini, senza pregiudizi o schemi prefissati. La stessa cosa ha fatto a Torino, partendo dal 4-3-3, passando al 4-3-2-1 e tornando al 4-3-3, a seconda delle circostanze e degli uomini a disposizione. Gli uomini, per l'appunto. Dopo il mercato estivo si è ritrovato con gente come Paulo Dybala e Gonzalo Higuain, che avrebbe dovuto essere ceduta: il primo è tornato a segnare e a decidere le partite, mentre il secondo è stato gregario utile. Poi Sarri ha creduto fino in fondo in Adrien Rabiot, facendolo giocare contro tutti e riportandolo a livelli che si pensavano perduti. Ha dato spazio a Sami Khedira e Blaise Matuidi, quando erano ritenuti bolliti. Ha creduto in maniera testarda in Federico Bernardeschi, che lo ha ripagato con il gol ritrovato alla Sampdoria, nella partita scudetto. E a carenze (l'inadeguatezza dei vari terzini) e infortuni (Giorgio Chiellini e Merih Demiral su tutti) ha risposto utilizzando chi era abile e arruolato, senza guardare in faccia a nessuno.

 

Un atteggiamento di attenzione al materiale umano che è stata trasformata in debolezza dagli anti-sarriani in servizio permanente effettivo. Hanno sostenuto che gli imponevano la formazione, come al Chelsea raccontavano che a decidere erano Eden Hazard e Willian. Ovviamente tale scuola di pensiero vedeva Cristiano Ronaldo come il burattinaio di casa Juventus, l'uomo che imponeva le sue idee (un ritornello ascoltato già con Allegri), dimenticando la furia del portoghese al cambio inaspettato nella partita contro il Milan. Cambio fatto da Sarri. Gestire CR7 non è semplice per nessuno, il tecnico bianconero si è comportato come si era comportato con Higuain al suo approdo al Napoli: per tutti l'argentino si sarebbe imposto sul tecnico neofita arrivato da Empoli, chiuse con il record di 36 gol in campionato. Sarri usò il dialogo e il confronto, come ha fatto con Ronaldo: il risultato sono stati 31 gol, un livello realizzativo come ai tempi del Real Madrid.

 

Certo, non tutto è stato lineare. Sono arrivate le sconfitte in Supercoppa italiana con la Lazio e in Coppa Italia con il Napoli, ci sono state tante partite in cui il bel gioco è stata più ipotesi di scuola che realtà, ci sono state situazioni in cui il singolo ha fatto la differenza (e ci mancherebbe, visti quelli della Juventus). Ma, alla fine, Sarri ha realizzato quanto la Juventus chiede sempre ai suoi dipendenti: vincere. Lo ha fatto in un campionato mai visto, che ha assegnato lo scudetto in una notte fonda di domenica 26 luglio. Lo ha fatto senza tifosi sugli spalti, per una emergenza Covid-19 che ha cambiato le nostre abitudini. Ma è bello comunque, se è una prima volta che giunge a premiarti a una età in cui Matteo Salvini vorrebbe mandarti in pensione e dopo aver sacrificato un posto sicuro in banca per inseguire un sogno da allenatore. Come un cervello in fuga. Sarri era già contento quando poteva sedersi ogni santa domenica su una panchina tra i dilettanti, figurarsi ora che è il numero uno in Italia. E c'è ancora una Champions League da inseguire in questa lunga estate calda.

Leo Lombardi

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi