La riscoperta di Mazzarri nel Torino che vede l'Europa

Un Torino a 44 punti, otto in più della passata stagione, non si era mai registrato dal 2012/13. Il merito è del tecnico livornese

Leo Lombardi

Vedere la Juventus al primo posto, in questo momento della stagione, è un'abitudine pressoché consolidata: non è capitato appena due volte nella serie dei sette scudetti consecutivi. Ma trovare il Torino così in alto, in piena bagarre per conquistare un piazzamento in Europa League e con la zona Champions a soli sei punti, occorre ammettere che faccia un certo effetto. Anche perché si tratta di uno sviluppo totalmente inaspettato, ancora inimmaginabile a dicembre, quando la squadra viaggiava oltre la decima posizione. Gennaio ha fatto da propellente, con 17 punti in sette partite, esattamente come il Milan, e due appena in meno della Juventus. Un Torino a 44 punti, otto in più della passata stagione, non si era mai registrato dal 2012/13, annata del ritorno in serie A. E il merito è di Walter Mazzarri, allenatore che il nostro campionato sta riscoprendo.

 

Curiosamente Juventus e Torino sono così in alto grazie a due livornesi: di Livorno città è Massimiliano Allegri, di Livorno provincia (San Vincenzo) è Mazzarri. Radici comuni e modi opposti di vivere il mestiere. Quanto è disincantato il bianconero, tanto è totalmente preso il granata. Colleghi che si detestano amabilmente perché, secondo Allegri, hanno avuto padri professionali agli antipodi, come lo sono i loro allievi: Giovanni Galeone per lo juventino e Renzo Ulivieri per il torinista. Oltre ai maestri, li accomuna una seria gavetta in panchina. La carriera di Mazzarri svolta nell'ultima delle tre annate della Reggina, quando nel 2007 conquista la salvezza partendo da un clamoroso -15 in classifica, frutto della penalizzazione post Calciopoli.

 

 

Lo chiama la Sampdoria, in due anni la porta in Coppa Uefa e alla finale di Coppa Italia persa ai rigori con la Lazio. Nel 2009 va al Napoli, cui fa ritrovare una partecipazione alla Champions League che mancava da ventuno anni e una Coppa Italia che non si vedeva dal 1987. La vince battendo in finale la Juventus, con una squadra che sfruttava i gol di Edinson Cavani, il talento di Ezequiel Lavezzi e il dinamismo di Marek Hamsik. Nel 2013 la chiamata dell'Inter che, per molti allenatori emergenti, spesso corrisponde alla fine. Mazzarri non fa eccezione, licenziato dopo un anno e mezzo per accogliere il figliol prodigo Roberto Mancini.

 

Il tecnico se ne fa una ragione. Vola in Inghilterra, per una stagione in cui lo ricordano più per l'improbabile inglese che per la salvezza, e se ne torna in Italia, in attesa di una chiamata. Che, puntualmente, arriva, ingaggiato in corsa a gennaio dal Torino per risollevare una squadra abbacchiata prima nell'autostima e poi in classifica dalla gestione di Sinisa Mihajlovic. Non che Mazzarri faccia faville, visto che non è abituato a prendere squadre in corsa. Gli era capitato solo a Napoli, ma era un inizio ottobre che permetteva di lavorare in profondità come piace al tecnico. È il marchio di fabbrica: perché una sua squadra renda, ci deve essere un solido lavoro estivo, di quelli all'antica.

 

Un lavoro che è stato fatto prima di questo campionato e che oggi sta dando i suoi frutti. Il Torino è ostico da affrontare. Soprattutto ha una sua personalità, che gli consente di riemergere anche da situazioni complicate in cui capita da cadere, come si è visto nell'ultima vittoria di Frosinone, arrivata in rimonta. Un gruppo che Gianluca Petrachi ha costruito con l'abilità che gli riconoscono i colleghi, ma poche volte i giornalisti. Soprattutto gliela riconosce Urbano Cairo, abituato in tutte le sue attività a lavorare in gruppi snelli, in cui si circonda di poche persone fidate. Come il direttore sportivo è. Il resto lo ha fatto Mazzarri, plasmando sorprese come Ola Aina, giunto in prestito dal Chelsea, o Souhilo Meité, acquistato dal Monaco. O, ancora, trovando qualità inattese in Tomas Rincon o sfruttando il talento di Iago Falque. Nelle ultime partite sono finalmente tornati anche i gol di Andrea Belotti, a lungo rimasto prigioniero della clausola da 100 milioni inserita nel contratto. A Frosinone ha realizzato una doppietta che lo ha fatto salire a quota dieci reti, tante quante in tutto lo scorso campionato. E se anche il capitano si risveglia, ogni traguardo può essere possibile.

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