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Dopo il fritto di baccalà, la serie A

Il Boxing Day mette a dura prova la nostra resistenza a cene e pranzi natalizi. Meno male che c'è

23 Dicembre 2018 alle 10:02

Dopo il fritto di baccalà, la serie A

Elaborazione grafica Il Foglio

Più che l’ambiguo Var o il robotico CR7, la novità più significativa di questa serie A è l’introduzione del Boxing day. Avrebbero potuto dire semplicemente “si gioca anche a Santo Stefano”, ma fa molto provinciale, tipo torneo del Csi, vuoi mettere a dirlo nella lingua dei big data e degli algoritmi, sorry algorithm!? Il problema però è il solito: se tu tenti di fare il parmigiano Reggiano a Bournemouth, bene che ti vada vien fuori una crescenza che sa di bitter: l’acqua che bevono le mucche non è la stessa, il fieno pure e alla fine, qualcuno deve pur dirlo, l’aria di Parma non assomiglia a quella inglese neanche nel Pm10!

 

Il fatto è che noi italiani siamo sempre stati invidiosi di quella lingua lì, fin da quando abbiamo scoperto che impiegato lo puoi chiamare account, o aperitivo happy hour, per non parlare di “buttare un sacco di soldi” che lo puoi attenuare con shopping. Da quando il Boxing day è diventato ufficiale anche da noi, la Protezione civile si è allertata, le direzioni sanitarie degli ospedali hanno bloccato le ferie e i permessi per il personale medico e paramedico. Ma abbiamo idea cosa succede nelle nostre case il giorno di Santo Stefano?

Nel Regno Unito è tutto diverso: quelli ci mettono poco a consumare il pasto, anche perché quando la moglie mette in tavola l’haggis (insaccato di interiora di pecora) o una tazza di porridge, la tavolata si alza cantando in coro “It’s enough, oh baby it's enough”, e poi tutti di corsa allo stadio. Pare che il Boxing day, oltre che per ragioni filantropiche, sia stato inventato con l’intento di dare avvio a una grande riforma della cucina anglosassone.

 

Nella penisola dai tramonti gialloverdi è tutto diverso. Gran parte degli italiani si mette a tavola la sera della Vigilia, si mangia ininterrottamente per 19 ore, poi viene fischiato un time out per una leggera pausa la sera del 25 intorno alle ore 21, quando la nonna porta in tavola le clementine con la frutta secca, ma poi verso mezzanotte lo stomaco riprende a triturare cotechini, melanzane ripiene e richiami di tortellini in brodo, che sgrassano. Se le autorità federali e calcistiche pensano che il 26 dicembre sia ingombro da cibo non conoscono il loro paese.

 

Riassumiamo. L’Italia, si sa, è spezzata in due. Gastronomicamente parlando sia chiaro. I festeggiamenti partono dal centrosud e isole che, compatti, si siedono a tavola per il cenone del 24: antipasti di terra e di mare, dove spiccano il polpo all’insalata, alici marinate, e la ’nduja spalmata su crostoni all’aglio, si passa poi ai primi: vermicelli con le vongole, fusilli, maccheroni, linguine, bucatini, spaghetti, paste e fagioli, baccalà fritto o zeppole di baccalà, spigola all’acqua pazza, capitone fritto e/o in umido, paste di mandorla, mostaccioli, cicerata al miele, gli struffoli così tanto per cominciare giusto per tirare mezzanotte. Si interrompe verso le 2 del mattino per poi riprendere il giorno dopo verso le 14 dove si attaccano i secondi di terra. Il nord si differenzia nettamente e la sera della Vigilia lo trascorre impacchettando gli ultimi regali e sorseggiando un consommè, si rifarà abbondantemente a Natale con il pranzo. Non volendo essere da meno in termini di qualità e soprattutto quantità questa parte del paese recupera il tempo perduto cibandosi ininterrottamente dalle ore 14 di Natale fino a mezzanotte, concedendosi una pausa defaticante verso le 18 per un pandoro al mascarpone e caffè con panna, con un resentino di grappa.

 

In entrambi i casi la cena della Vigilia e il pranzo di Natale prevedono obbligatoriamente la partecipazione de: la famiglia che mette a disposizione la casa, i nonni e i suoceri, i fratelli e/o le sorelle, con relative famiglie annesse, che dichiarano di non avere un salotto adeguato o che non abbiano capacità culinarie conclamate.

 

Alle ore 23,58 del giorno di Natale il paese è allineato sullo stesso tipo di indigestioni, coliche addominali e ricoveri per lavanda gastrica, quelli più fortunati se la cavano con 2 bustine di Gaviscon e una notte insonne. Al risveglio del 26 dicembre la nazione è in ginocchio. Nessun italiano sano di mente ha desiderio di toccare cibo quel giorno, ma tutti sanno che quello è il giorno degli avanzi: il Leftovers day. Tutti si dirigono a tavola con passo lento e timoroso, come se li aspettasse il patibolo e nessuno osa contraddire, supplicare o implorare, il boia, la suocera, che ha cominciato a cucinare dall’8 dicembre, giorno dell’Immacolata, la quale se ne sta in piedi con la pentola in mano e nell’altra un mestolo a distribuire ad ogni condannato la crespella riscaldata.

 

Come sarà possibile vedere Frosinone–Milan alle ore 12,30 di Santo Stefano? In quali condizioni psico digestive il pubblico si sederà sugli spalti del Benito Stirpe detto il Casaleno? Avranno tutti invece del cuscinetto una boule d’acqua calda? E il Pipita, sarà ancor più appesantito?

Questo angoscioso interrogativo ne spalanca altri: ma i giocatori, il giorno di Natale mangiano come tutti gli altri? Oppure stanno a stecchetto e rinunciano alla crespella e al cappone ripieno? E gli addetti al Var per rimanere lucidi, è meglio che mangino il capitone o i tortellini in brodo?

 

Forse andrà meglio per Inter–Napoli in programma alle alle 20,30: io spero che Insigne non abbia potuto dire di no alla suocera che aveva il fritto riscaldato da terminare, e che Maurito si sia cibato solo del suo pasticcino preferito, la Wanda. L’unica cosa positiva di questo Boxing day è che forse sarà possibile fermare la Juve, in campo alle 15 contro l’Atalanta, se in albergo dovessero servire solo ed esclusivamente casoncelli al triplo burro e toma delle valli; sarei curioso di vedere all’opera Cristiano con in corpo una bella polenta concia anziché le polpette di quinoa.

Comunque l’invidia per ogni inglesismo e il fascino della modernità non ce la faranno a sconfiggere le nostre tradizioni e soprattutto le nostre suocere: al ritorno da Frosinone–Milan, se la tua squadra ha vinto, crespelle ai funghi, se la tua squadra ha perso crespelle ai funghi e caponata di melanzana. E se ha pareggiato? Lo stesso, in più devi sparecchiare.

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