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facce da mondiali

Yussuf Poulsen e la corsa come destino

L'attaccante della Danimarca è uno che segna poco e fa tanto lavoro sporco. Tutta colpa di una promessa fatta alla madre

26 Giugno 2018 alle 10:58

Yussuf Poulsen e la corsa come destino

foto LaPresse

Passare dalla seconda divisione danese alla terza serie tedesca, può essere un passo avanti. La qualità è più o meno la stessa, sicuramente però il blasone è maggiore. Farlo e sostenere che quella è la grande occasione della carriera, dopo aver rifiutato squadre nella Superligaen, la serie A danese, e del massimo campionato di Belgio e di Olanda, sembrava invece oltremodo ottimistico, una cavolata. Invece Yussuf Poulsen non aveva dubbi: "Era il club giusto al momento giusto. Ero giovanissimo e avevo bisogno di fare esperienza. E l'ho fatta in un grande club, anche se allora non lo era". Anche perché a Lipsia il calcio è sempre stato un passatempo e basta e il Fußballclub Lokomotive Leipzig (almeno in epoca DDR, prima si chiamava VfB Leipzig e vinse tre campionati tedeschi) un squadra che vederla o non vederla era uguale, tanto non vinceva.

 

Ora è diverso. Tutto completamente diverso, o meglio un'evoluzione finita bene delle valutazione fatte allora dal giocatore danese. Non era lui a sbagliarsi, lui aveva visto giusto, erano tutti quelli che gli dissero "sei pazzo" a non capire nulla. Ma quale pazzo, ché se dietro a una squadra c'è la Red Bull le cose non possono andare male, avrà pensato. Tre anni dopo ecco arrivare l'accesso in Bundesliga. Poi subito la Champions. "Un bel salto", ha detto, soprattutto per "un gruppo che gioca assieme da anni e che salvo qualche acquisto è sempre lo stesso dalla seconda divisione alla Champions".

 

All'RB Lipsia Poulsen dice di stare bene perché lo ha fatto arrivare dove voleva e oltre, sino in Nazionale. D'altra parte Paulsen e il RB Lipsia sono simili, parlano la stessa lingua, quella del campo e dei fatti: "Bisogna avere pochi fronzoli, lavorare e correre se si vuole avere risultati. Solo i grandi campioni possono permettersi di passeggiare in campo. Anzi, a volte neppure loro, guardate Cristiano Ronaldo che quando gioca corre più di un terzino". E Poulsen sa cosa vuol dire fare il terzino. L'avevano messo in quel ruolo nelle giovanili. Poi si erano accorti che era più efficace davanti e l'hanno trasformato in ala. "Ma anche centravanti so giocare". E se le statistiche dicono 5 gol in 41 partite, ossia pochino per un attaccante, quello che non dicono è tutto il resto, cioè tantissimo. Per Ralf Rangnick, direttore sportivo del RB Lipsia e allenatore della promozione in Bundesliga, "giudicare Poulsen solamente dalle reti realizzare sarebbe idiota", ha detto alla tv tedesca, perché "quello che fa meglio è essere sempre al centro dell'azione, la nostra e quella avversaria. E' l'attaccante che ha vinto più contrasti nell'ultima stagione, che ha recuperato più palloni e ne ha persi meno. Segna poco? Con il suo lavoro fa segnare gli altri e questo è ciò che conta".

 

Yussuf corre, si batte, non si limita mai al compitino. Nell'ottobre del 2016 contro il Werder Brema ne ha dato prova, una delle tante. Minuto 88, Werder che dopo aver segnato il 2-1 attacca alla disperata per pareggiare. Dominik Kaiser, sulla fascia destra tenta un dribbling, lo sbaglia, espone il Lipsia al contropiede. Poulsen capisce il pericolo e corre verso la sua area. Ottanta metri di scatto, contrasto con la spalla e palla recuperata. E già che c'è se ne fa altri novanta per portare la palla in attacco, crossarla e guardare Davie Selke spedirla a lato. "Lì feci segno alla panchina di sostituirmi. Non ce la facevo più, ero svuotato". E c'è da capirlo. Contro il Werder corse 14 chilometri, recuperò una decina di palloni, sbagliò solo tre passaggi.

 

"La sua miglior dote è l'ardore, la generosità", ha detto Ralph Hasenhüttl, l'ultimo allenatore che ha avuto a Lipsia. Lo fa per convenienza, "corro perché mi viene bene", lo fa per missione, "perché è quello che mi piace, il mio gioco", per necessità, "perché è quello che ho sempre fatto". Glielo ha insegnato sua mamma. Suo padre lo aveva iniziato al calcio. Era un grande appassionato, aveva giocato a livello dilettantistico, dicevano che era bravo. Suo padre però morì presto, quando aveva sei anni. Si chiamava Yurary, era di origine tanzanesi. Dopo il funerale la madre di Yussuf lo prese da parte, lo abbracciò e gli disse: "Ora bisogna correre". Youssuf la prese di parola. Scuola, atletica, poi accademia di calcio. Quando salì di categoria e arrivarono i numeri e i nomi sulla schiena scelse quello del padre: Yurary. Lo aveva al Lyngby, lo ha ancora in Nazionale. Al Lipsia no. "Quando sono arrivato qui ho chiesto se potevo avere scritto Yurary sulla maglia", ha raccontato a SportBild. "Ma quando ho firmato, mi avevano dato già la maglietta che avevano stampato prima e su questa c'era scritto Poulsen. Non mi sembrava il caso di far fare altro lavoro a chi le aveva stampate e così ho tenuto il cognome di mia madre".

 

Non ci fosse stata lei, probabilmente Poulsen non sarebbe al Mondiale. "Quando avevo sedici anni volevo smettere, non avevo stimoli. Lei mi disse 'corri Youssuf, era il tuo sogno, non abbatterti per un cambio d'umore momentaneo'. L'ascoltai. Poi mi diedero la maglia con il nome alla squadra e da allora ogni partita è un saluto al cielo di mio padre".

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