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Mosca, la Scala del calcio

Gli attentati ceceni di allora, i teatri, i musei e il Mondiale di questi giorni. Nevio Scala racconta com'è cambiata la Russia e la sua esperienza allo Spartak

16 Giugno 2018 alle 05:30

Mosca, la Scala del calcio

Foto LaPresse

Il ventennio da allenatore di Nevio Scala si chiude a Mosca, con lo Spartak, precisamente il 15 settembre 2004, punto d'arrivo di una carriera iniziata nel 1985 dalle giovanili del Lanerossi Vicenza. Un'avventura, quella moscovita, che non comincia nel migliore dei modi. Appena mette piede in città c'è un attentato davanti al suo albergo: l'Hotel National, in via Tverskaya, a pochi passi dalla Duma, il Parlamento russo. Due donne kamikaze si fanno esplodere uccidendo sei persone e ferendone una ventina, all'indomani delle elezioni federali che certificano il successo di Vladimir Putin e del suo partito alla guida del Paese.

 

“Il 9 dicembre 2003 ero arrivato da poco, ero uscito dall'albergo per fare un giro e ci fu quell’esplosione terribile”, dichiara Scala “la società mi contattò subito, mi proposero anche di tornare a casa, ma accettai di restare a tutti i costi perché volevo mantenere la parola data”. In quel periodo la tensione è tesissima in tutta la Nazione, le forze cecene più estremiste colpiscono a ripetizione, tra quelle tappe del terrore rientrano anche le stragi del teatro di Dubrovka, il treno fatto saltare in aria al confine di Piatigorsk e la terribile incursione in una scuola di Beslan, nell’Ossezia del Nord. “L'impatto non fu semplice“, continua l'ex allenatore “però sono riuscito a vivere la città intensamente, sono stato più volte al Bolshoi, in musei favolosi e soprattutto a godermi le zone periferiche, lontano dal centro. Non me l'aspettavo e invece sono piene di antichi monasteri, di posti ricchi di cultura che ti sei restano dentro per sempre”.

 

L'esperienza in panchina del tecnico padovano si lega soprattutto ai successi di Parma. La provincia che incanta prima e trionfa poi: con lui i ducali vengono promossi in A nel 1990, poi vincono la Coppa Italia, la Coppa delle Coppe (più un'altra persa in finale), la Supercoppa Europea e la Coppa Uefa, oltre a due terzi posti in campionato. E con gli ottimi risultati in campo internazionale arrivano i corteggiamenti dall'estero. Porta il Borussia Dortmund alla vittoria della Coppa Intercontinentale e fino alla semifinale di Champions, passa per il Besiktas, prima di vincere tutto quello che c'era da vincere in Ucraina con lo Shakhtar Donetsk. Infine Mosca, lo Spartak, storicamente la squadra del popolo, perché nasce dal basso e non ha nessun legame con le istituzioni rispetto a Dinamo, Cska, Lokomotiv o Torpedo. Nasce come società sportiva nel 1935 sotto la spinta di Nikolay Starostin, che ne scelse anche il nome, si dice ispirandosi al romanzo storico “Spartaco” dell'italiano Raffaello Giovagnoli.

 

“Lo Spartak di oggi è una realtà in crescita costante, proprio come tutto il calcio russo” ammette Scala. “Quando arrivai io era in una fase di transizione, il club cambiò tre presidenti e quattro direttori sportivi, con ripercussioni inevitabili sulla mia gestione che durò dal dicembre 2003 al settembre 2004. Poi è arrivato Leonid Fedun a prendere in mano la situazione, io sono andato via, ma lui ha inciso nel modo giusto liberandosi delle persone incapaci che c'erano in quel periodo. È una persona ricca, corretta, i risultati stanno certificando la bontà della sua gestione. Un evento come i Mondiali non possono fare altro che spingere la scalata del calcio a quelle latitudini”.

 

Dall’agosto 2016 alla guida dello Spartak c'è un altro italiano, ossia Massimo Carrera, capace di riportare i rossobianchi al titolo dopo 16 anni di astinenza. A proposito di trofei, alcuni indicano lo Spartak di Scala come vincitore di una Coppa di Russia, ma quel trofeo risale a prima della sua gestione, quando in panchina c'era ancora Romantsev e il successo arrivò in finale contro il Rostov nel giugno 2003. L'ex tecnico veneto non si è perso il match inaugurale e sottolinea: “Nel primo tempo contro l’Arabia Saudita è stato protagonista Aleksandr Samedov, che feci debuttare io a 18 anni appena arrivato a Mosca. Il Mondiale mi sta facendo rivivere con piacere quell'esperienza, la capitale mi ha lasciato ottimi ricordi. A parte il traffico che a tutte le ore è davvero infernale. Con la lingua invece mi aiutò molto un collaboratore che aveva giocato a Treviso a fine anni Novanta, ossia Andrey Talalaev. Tutti mi sono stati sempre molto vicini, il popolo russo non è come viene dipinto. Il loro mondo è tutto da scoprire”.

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