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Quando a Togliatti "fabbricavano" campioni

Ascesa e declino dell'Akademija Togliatti, la scuola calcio voluta da Yury Konoplev divenuta modello per il calcio giovanile della Russia

19 Giugno 2018 alle 17:11

Quando a Togliatti "fabbricavano" campioni

La Svizzera mentre si allena nel centro di allenamento della Akademija Togliatti (foto LaPresse)

Novecentottantanove chilometri da Mosca, millesettecentodieci da San Pietroburgo, milleottocentotre da Soči. Togliatti (e non Togliattigrad come erroneamente è chiamata in Italia) è una città russa dell’oblast di Samara, dove oblast sta per regione o provincia nella suddivisione territoriale slava, che si affaccia sul Volga. Qui una volta la AvtoVAZ produceva macchine in collaborazione con la Fiat, oggi lo stabilimento è di proprietà della Renault-Nissan-Mitsubishi, che continua a sfornare automobili ma non più come un tempo. La Detroit russa, come quella statunitense, ha conosciuto tempi migliori e in questi giorni il Mondiale la sfiora appena, con lo sguardo del mondo che distrattamente si affaccia su Samara (la quale dista appena 90 chilometri), dove è stata giocata Costa Rica-Serbia (0-1) e dove si giocheranno Danimarca-Australia e Senegal-Colombia. Nell’ideologia comunista Togliatti doveva rappresentare la perfezione sovietica. Una perfezione che doveva coinvolgere tutto, pure lo sport. Per questo per gli operai sono sorte diverse strutture sportive. L'idea era quella di trasformarli in cittadini efficienti sotto ogni punto di vista. Qui è cresciuto il ginnasta Aleksej Jur’evič Nemov, oro ad Atlanta e a Sidney, e sempre qui ha sede la squadra di hockey su ghiaccio Lada Togliatti, vincitrice della Coppa dei Campioni nel 1997.

 

Primorsky è un sobborgo di Togliatti, dove sorge lo stadio della squadra di calcio, l’FC Lada, che si chiama Torpedo. Il luogo dove Yury Konoplev (originario di Rostov sul Don, città natale di Viktor Vladimirovič Ponedel’nik, campione d’Europa con l’Urss nel 1960), magnate della logistica locale che aveva fatto soldi nella confusione istituzionale post sovietica, ha avuto una visione, quella di edificare un’accademia sportiva che potesse sfornare calciatori capaci di vincere Europeo e Mondiale, una versione nuova del calcio elaborato da Valery Lobanovsky. Ma quando comprò un grande appezzamento di terra e disse ciò che voleva costruire né i cittadini né le autorità gli credettero, tutti pensavano che volesse erigere la propria dacia, per sé e la famiglia. Alla fine ha speso 30 milioni di dollari costruendo dieci campi in erba artificiale e naturale, una palestra, piscine, vasche idromassaggio, saune turche e russe. Insieme al calcio i bambini sarebbero stati allenati alle arti marziali, alla ginnastica e alla danza, per farne degli atleti completi e calcisticamente imbattibili. Aperta nel 2003, l’Akademija Togliatti iniziò a reclutare ragazzi dei dintorni, ma per Konoplev non era abbastanza, così ingaggiò istruttori da tutta la Russia e investì per fare partecipare le proprie squadre ai tornei in giro per il Paese, fino a organizzare manifestazioni su invito. L’obiettivo era raggiunto: adesso erano i bambini che chiedevano di entrare nell’accademia, che arrivò a ospitare giocatori da trenta diverse regioni russe.

 

Quando nel 2006 la Russia ha vinto l’Europeo Under 17 in Lussemburgo – ai rigori contro la Repubblica Ceca – una prima meta era stata raggiunta, visto che in quella squadra giocavano sei giocatori cresciuti nell’accademia di Togliatti. Alcune settimane dopo, a 39 anni, però Yury Konoplev moriva a causa di un attacco cardiaco. In un primo momento Roman Abramovich, insieme con altri investitori, ha sostenuto economicamente quella che era diventata la National Football Academy, con il progetto di standardizzare il metodo Konoplev in tutta la Russia, ingaggiando allenatori olandesi e portando le squadre a confrontarsi con i pari età più forti d’Europa, dal Manchester United al Barcellona, dal Chelsea al Real Madrid. Nel 2012, abbastanza improvvisamente e senza spiegazioni, Abramovich e i suoi soci hanno smesso di finanziarla.

 

Il governo regionale di Samara ha deciso di prendersi in carico la gestione dell'accademia, trasformandola in una società giovanile satellite del Krylya Sovetov, club di secondo piano del panorama calcistico russo. I campi sono diventati quattro, non ci sono più viaggi all’estero e le strutture non sono più all'avanguardia come una volta. Qualche ex allievo, per riconoscenza, ha deciso di contribuire alla causa. L’orizzonte sul Volga, senza la visione di Konoplev, è più grigio, come accaduto per l’industria automobilistica.

 

Attualmente sono venti i calciatori cresciuti a Primorsky che militano nella Prem’er Liga e addirittura tre che con la Russia stanno giocando il Mondiale. Roman Zobnin, centrocampista dello Spartak Mosca, ha giocato pure nella Dinamo ma è cresciuto nell’Akademija Togliatti. Nato a Irkutsk, sul lago Baikal, lo convinse la madre, appassionata di calcio, e lui affascinato dalla fama della fabbrica di calciatori rimase colpito dalla competenza degli allenatori. Alan Elizbarovič Dzagoev (centrocampista del CSKA Mosca), che deve saltare la partita contro l’Egitto per infortunio, è di Beslan, Ossezia Settentrionale-Alania, oltre millecinquecento chilometri da Togliatti, arrivò a Primorsky insieme col suo allenatore, anche se risulterebbe cresciuto nelle giovanili del Krylya Sovetov. Il terzo è Ilya Kutepov, difensore dello Spartak e compagno di club di Zobnin, giunto sulle rive del Volga, come centinaia di altri ragazzi russi, da oltre mille chilometri di distanza, quasi da un altro mondo, rispetto a Konoplev, la sua visione e l’amore per il calcio.

 

Oggi nessuno sembra ricordare il lavoro dell’Akademija Togliatti, che è stato il modello al quale si sono ispirati Spartak Mosca, Zenit San Pietroburgo e F.K. Krasnodar, considerato attualmente il migliore settore giovanile del Paese. Nel 2016, però, tre squadre hanno raggiunto la finale nei vari tornei giovanili russi, dimostrando che possono ancora competere con i più forti e che il sogno di Konoplev non era un’utopia, il capriccio di un ricco signore venuto dal nulla, ma l’unica vera idea che, nel calcio globalizzato, può ancora produrre giocatori autoctoni da lanciare nelle rappresentative nazionali.

 

Dzagoev, Kutepov e Zobnin molto probabilmente non porteranno la Russia a vincere la Coppa del Mondo, ma sono la dimostrazione che quando fai le cose per bene i risultati arrivano. Una volta ci provavano con le macchine, oggi con i calciatori. Una volta era l’Unione Sovietica, oggi la Russia, la federazione con il peggiore ranking Fifa a ospitare una fase finale del Mondiale, e le cattive relazioni con l’Occidente non aiutano a crescere.

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