Il Mondo si è fermato. Addio a un allenatore che non fu solo “pane e salame”

Morto a 71 anni Emiliano Mondonico. Fece grandi Toro e Atalanta

Piero Vietti

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29 Marzo 2018 alle 19:06

Il Mondo si è fermato. Addio a un allenatore che non fu solo “pane e salame”

Emiliano Mondonico (foto LaPresse)

Non aveva bisogno di consulenti d’immagine, né di social media manager, Emiliano Mondonico. Diventò virale la sera del 13 maggio 1992, sotto il cielo di Amsterdam. Il suo Torino giocava la finale di ritorno di Coppa Uefa contro l’Ajax allenato da Van Gaal. Quindici giorni prima, a Torino, la partita era finita 2-2. Il Toro doveva vincere per conquistare la coppa, ma ovviamente non ci riuscì. I granata colpirono due pali e una traversa, e per tutti quella partita diventò quella della sedia alzata da Mondonico a bordo campo dopo un rigore non dato alla sua squadra. Un gesto antico, tipico dei contadini delle sue parti – era lumbard, Emiliano – che protestavano così contro le ingiustizie dei potenti, rovesciando la cadrega su cui chi comandava era solito poggiare il culo.

  

La finale di Coppa Uefa persa senza perdere (e dopo avere eliminato il Real Madrid), la Coppa Italia vinta, sempre con il Toro, l’anno dopo, sono stati i punti più alti della carriera di un allenatore che da giovedì tutti ricordano con l’immagine banale del calcio pane e salame. Troppo poco, per descrivere un tecnico che riportò la Cremonese in serie A dopo mezzo secolo, e l’Atalanta in semifinale di Coppa delle Coppe giocando in serie B. Proponeva un gioco tosto, efficace, vincente tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta. Lo sfregio più grande che si può fare alla sua memoria è ridurlo a figurina da Operazione Nostalgia, per ricordare un calcio che non c’è più.

 

  

Mondonico c’è stato fino alla fine, invece, raccontando a tutti della sua battaglia contro “la bestia”, il tumore che lo ha tormentato negli ultimi anni, allenando ovunque, e sempre tornando là dove aveva lasciato un pezzo di cuore: Atalanta, Torino, Cremonese e Albinoleffe. Pochi giorni dopo la coppa persa ad Amsterdam, il suo Torino andò a giocare proprio a Bergamo, contro l’Atalanta. A fine partita i tifosi nerazzurri fecero invasione di campo per portarlo in trionfo. Quel giorno segnò il suo unico gol in maglia granata Pasquale Bruno, difensore tra i più duri che la storia del calcio italiano ricordi. Se la ricorda bene quella scena: “Una cosa impensabile oggi – dice a Foglio – ma possibile perché lui era uno vero, che si faceva volere bene da tutti. Ma non le mandava a dire”. Il rapporto con lui era diretto, sempre. Una volta, racconta Bruno, “sbagliai una chiusura proprio davanti alla sua panchina. Lui subito mi punzecchiò, sapendo del mio rapporto d’amore con i tifosi: ‘dai, saluta la curva adesso’. Io gli risposi di salutarmi sua sorella”. Comandante, condottiero: tanti suoi ex giocatori lo hanno definito così, ricordandolo giovedì sui social. “Per me era un padre – dice Bruno – uno che sapeva sgridare il bambino rompiscatole che ero ma anche perdonarlo e farlo rigare dritto”.

 

Lo stesso faceva con gli altri giocatori, gestendo alla perfezione uno spogliatoio esplosivo, si direbbe oggi, con la fermezza dolce che lo ha sempre contraddistinto, anche negli ultimi anni in cui commentava il calcio in tv. In quasi tutte le immagini che da giovedì circolano per celebrarlo non si può non notare quel suo sorriso malinconico, di chi sa che la vita è una lotta continua, e va presa seriamente con ironia. Da bambino Mondonico giocava a dribblare gli alberi nel bosco dietro casa sua, sognando la serie A. Quando in serie A ci arrivò per davvero, da giocatore, nel Torino, fu per prendere il posto di Gigi Meroni, morto l’anno prima in un incidente. Si sentì arrivato, sbagliando. Pensava alla musica, ai Rolling Stones, a divertirsi. Come in una storia sentita mille volte, raccolse meno di quello che prometteva. Ha allenato negli anni più belli della storia del calcio italiano, accarezzando la grandezza senza stringerla davvero. Ma per chi lo ha conosciuto o ha avuto la fortuna di vederlo allenare la propria squadra del cuore è e resta uno dei più grandi. Quando tornò al Toro la seconda volta, prima di un derby disse che “noi siamo gli indiani contro i cowboy. Chissà che una volta gli indiani non vincano la loro battaglia”. Da giovedì mattina il Mondo ha smesso di tenere alzata quella sedia di Amsterdam. E dove è adesso sa che gli indiani prima o poi vinceranno. E’ solo questione di tempo.

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