Tre spagnole in finale? Coraggio, la stagione è quasi finita

Il cupio dissolvi di una stagione moscia e ispanocentrica avrà il suo degno finale col derby di Madrid nel tempio della decadenza. Alla festa del Leicester si va a un passo dal luogo comune sugli italians. Sono già ubriaco al pensiero di Guardiola fuori dalla Champions.

9 Maggio 2016 alle 20:40

Tre spagnole in finale? Coraggio, la stagione è quasi finita

Il Tottenham è il nuovo Arsenal. Quando sembra che possa vincere qualcosa, perde (foto LaPresse)

Londra. Figurarsi se non apprezzo Andrea Bocelli, intendiamoci. Il maestro è il maestro, non si discute. Confesso però che vederlo cantare “Nessun dorma” con la maglia del Leicester al King Power Stadium durante la festa di Ranieri & Co. mi ha lasciato – come dire? – interdetto. Il tormento non è tecnico, non gli rimprovero certo l’interpretazione, ma culturale. Per un attimo ho temuto che dopo il “vinceròòòòò” partisse la società dei magnaccioni con le caciotte e i carciofi alla giudia, seguito dalla gara dei piazzaioli, uno spettacolo di Pulcinella, un cucchiaio di Totti, un paio di santi portati in processione, la notte della taranta, Fazio che presenta un libro del mio affezionato lettore Severgnini sugli italiani all’estero e altri luoghi comuni dell’italianità cacio e pepe. Fortunatamente non è successo nulla di tutto questo, la sobrietà ha prevalso nonostante la scelta del brano un po’ troppo eroico per questa vittoria austera.

 


Malena Costa pensa che la vittoria del Leicester sia stata una bella pagina di sport in un mondo, quello del calcio, spesso disumanizzato


 

Avrei voluto commentare con la mia proverbiale sagacia la penultima giornata di serie A. Mi è però francamente difficile dire qualcosa di sensato su una domenica più finta di un magistrato italiano che non fa politica. La Juventus che perde in casa del retrocesso Verona con gol di Toni, il Torino che schiera undici figuranti contro il Napoli che aveva bisogno di vincere, il Chievo che fa lo stesso contro la Roma perpetrando l’illusione che basti segnare un paio di gol o fare qualche assist contro squadre di metà classifica per guadagnarsi un prolungamento di contratto a quarant’anni. Persino in quel grande tendone da circo che è la Liga spagnola c’è più tensione in questo periodo. E ho detto tutto. Per capire il livello di noia a cui il calcio continentale è giunto quest’anno, basta guardare la finale di Champions League che ci attende: due spagnole reduci da una stagione che non resterà negli annali del calcio per gioco e spettacolo offerti che si affrontano – non poteva che essere così – nel tempio della decadenza del calcio italiano, quel San Siro che oramai si riempie solo ai derby o quando gioca la Juventus. Giovedì scorso ho stappato duro gran parte del brandy che avevo in casa: per un attimo abbiamo rischiato di avere due spagnole finaliste anche in Europa League. Ho tremato alla sola idea di dovermi leggere un mese di editoriali sulla superiorità del calcio iberico rispetto a quello degli altri. E pensare che a inizio anno sembrava che potesse essere la stagione delle italiane, con gli esperti delle mie palle che scrivevano di come il calcio inglese fosse ormai in crisi e la Premier League sfigata e noiosa. Il Manchester City è stato eliminato in semifinale dal Real per colpa di un allenatore cileno più impaurito di Mbakogu sul dischetto del rigore, e il Liverpool ha fatto a pezzi il Villareal ricordando a tutti che Anfield è un posto sacro e che la Kop sa compiere miracoli. Sono pronto a dare fondo alle scorte di alcol che ho in casa se i Reds guidati da Klopp batteranno il Siviglia, ma se così non sarà potrei rifarmi grazie al Manchester City: aspetto trepidante la sfida di martedì a Londra tra West Ham e Manchester United: se i Red Devils vinceranno, supereranno i cugini in classifica, e a meno di cataclismi all’ultima giornata andranno in Champions League. La sola idea che Pep Guardiola venga ad allenare una squadra che giocherà l’Europa League mi fa già sentire ubriaco.

 


Malena Costa fa vedere al suo fidanzato Mario Suárez come fare stretching onde evitare strappi in partita


 

Che siamo tutti Alex Schwazer è appena ovvio. Lo era anche prima della vittoria ai Mondiali, ma vedere i moralisti a bocca asciutta rinfocola il mio entusiasmo. L’avversario Yohann Diniz dice che “è una brutta notizia per la marcia”, perché lui è “un uomo cattivo”, e si trasforma automaticamente in uno scagliatore di prime pietre, roba da dichiarare sold out il Giubileo della Misericordia. Tutto questo spettacolo è una goduria definitiva, e adesso speriamo che la strada verso Rio sia spianata: si va a passo di marcia, altro che samba. Attenzione tuttavia all’errore opposto: Schwazer non è una favola su cui fare un film da botteghino e opere teatrali, non c’è un “morality play” sotto le sue imprese, non c’è alcun bisogno che l’Esopo che c’è dentro di noi concluda la vicenda con: “La favola insegna che…”. Schwazer corre, gli altri parlano, questa è l’unica storia, oggi. Il resto è passato, futuro e invidia da moralisti che puntano il dito contro l’uomo cattivo. E se questo è cattivo, meglio stare con i cattivi.

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