Perché Spalletti, Boateng e Immobile devono stare attenti alla "depressione da ritorno"

Il ghanese al Milan, l'attaccante al Torino, il tecnico alla Roma non hanno resistito al "ritorno a casa". Il loro successo o fallimento però potrebbe essere causato da un eccesso di noradrenalina e potassio nel corpo, come è stato studiato dalla facoltà di psicologia di Johannesburg.

13 Gennaio 2016 alle 15:13

Perché Spalletti, Boateng e Immobile devono stare attenti alla "depressione da ritorno"

Luciano Spalletti ritorna sulla panchina della Roma (foto LaPresse)

Milano, Torino, Roma. Ecco il viaggio dei ritornanti al calcio italiano. Ritorno sportivo, certo, ma anche di affetto, almeno a sentire i protagonisti. Ha iniziato Kevin-Prince Boateng mesi fa, ufficiosamente, il 2 gennaio ufficialmente. Risoluzione del contratto con lo Schalke 04, Germania, e ritorno a Milano, sponda rossonera, Milan. "Ritorno a casa, voglio dimostrare di essere ancora utile e di poter essere di nuovo protagonista". Praticamente lo stesso concetto espresso martedì da Ciro Immobile, che dopo i pochi gol e le tante panchine a Dortmund, l'anonimato spagnolo al Siviglia, è ritornato a Torino, sponda Toro, per tentare di tornare l'attaccante da 22 gol in 33 partite di due anni fa. E poi c'è Luciano Spalletti, che sostituirà il non più amato Rudi Garcia sulla panchina della Roma. E già proclama: "Finirò quello che ho iniziato", che vuol dire Scudetto, ma meglio non urlarlo troppo in una piazza come Roma, soprattutto dopo le parole del francese cacciato che un anno fa parlava esplicitamente di vittoria finale per poi finire seconda, staccata di 17 punti dalla Juventus e depressa.

 

Milano, Torino, Roma. Viaggio che chi l'ha intrapreso spera possa essere ancora positivo, fruttuoso, vincente. Ritorni, che quando si tratta di calcio, in particolare, e sport, in generale, non sempre però soddisfano le ambizioni, le suggestioni, i ricordi della prima esperienza. Lippi in Nazionale dopo il Mondiale 2006 in Sud Africa, Zeman alla seconda esperienza romana, Mourinho al Chelsea, Sacchi e Capello al Milan: panchine deluse e abbandonate in fretta. E poi il campo: Kak e Shevchenko su tutti, andata straordinaria in rossonero, ritorno da scordare. E poi Toni e Gilardino a Firenze, Cannavaro alla Juventus, Bobo Vieri all'Atalanta. Perché non tutti sono Michael Jordan, non tutti sono capaci andarsene, tornare, riprendere da dove avevano interrotto e rivincere tre anelli Nba consecutivi, esattamente come era successo prima del suo momentaneo ritiro per tentare la fortuna nel baseball.

 

Problema di sopportazione della tensione, di ansia da prestazione, si è sempre detto. Vero, forse, ma solo in parte. Perché c'è altro e non poco ha a che fare con la capacità di trovare motivazione.

 

I ricercatori della facoltà di psicologia dell'Università "Rand Afrikaans" di Johannesburg, Sud Africa, lavorando sulla cosiddetta ansia da ritorno delle vacanze, e sui casi di leggera depressione che subisce un buon numero di persone al ritorno da lunghi viaggi, hanno scoperto che questa è causata da un aumento della secrezione di noradrenalina, un neurotrasmettitore che agisce sul controllo dell'attenzione e delle reazioni, connesso a un aumento del livello di potassio a livello delle ghiandole surrenali. I livelli di questi dell'ormone e dell'elemento sono alti nei casi di pazienti affetti da "depressione da ritorno" e calano in quelli afflitti da semplice stress. Sono invece minimi, ma non trascurabili, in quei soggetti che dopo un allontanamento, più o meno lungo, da un posto di lavoro rientrano in questo.

 

[**Video_box_2**]Variazioni minime, ma non trascurabili, ossia qualcosa c'è ma non inficia il rendimento dei lavoratori – la ricerca ha studiato un centinaio di casi di impiegati rientrati in azienda dopo un periodo lavorativo all'estero o in altre aziende affini (in Sud Africa non è insolito come in Europa che i lavoratori effettuino periodi lavorativi e di formazione fuori dalle società. Questo è però vero per soggetti in situazioni normali di lavoro, caso che non riguarda lo sport. "Se il soggetto in questione pratica un mestiere altamente logorante fisicamente e che prevede un intensivo utilizzo della propria resistenza fisica", ed è il caso del calcio, "allora variazioni minime dei livelli di queste due sostanze possono creare una situazione di sollecitazioni latenti che inficiano sulla sua capacità di esprimersi ad alti livelli".

 

Colpa quindi di ormoni e potassio se molti ritorni nel calcio e nello sport si trasformano in flop? Forse sì. "Non tutti i soggetti sono però soggetti a questi mutamenti di secrezione", continua la ricerca. A contare è la cosiddetta capacità di obliare, ossia alla capacità dell'uomo di non ripetere percorsi mentali pregresse in situazioni nuove in un luogo conosciuto. In pratica, parafrasando L'ex allenatore della Roma Carlo Mazzone "quando torni a casa – alla Roma (nda) – ci vuole l'ignoranza di dimenticare da dove si è venuti".

 

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