La sede della Bce a Francoforte (Thomas Lohnes/Getty Images)

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Paura per i conti pubblici, ma non sarà la tempesta del 2011

Lorenzo Borga

L’economia è in crescita e l’inflazione che sta erodendo consumi e risparmi questa volta potrebbe rivelarsi un’alleata

Lo spread è tornato a ruggire, e così ha ricominciato a montare la paura per i conti pubblici. Chi ha buona memoria si ricorderà quanto era salita la pressione nei confronti dell’Italia e del suo bilancio nel 2011 e 2012 per via del rialzo degli interessi da pagare sul nostro enorme debito pubblico. Eppure questa volta le cose potrebbero andare diversamente e l’inflazione che sta erodendo consumi e risparmi potrebbe rivelarsi un’alleata.

  

Il rialzo globale dei tassi di interesse è destinato a rendere più costoso il nostro debito pubblico, mese dopo mese. I rendimenti dei buoni del tesoro a 10 anni passati in sei mesi da meno dell’1 per cento a più del 4 hanno spaventato molti. Si tratta di un balzo ancora più vertiginoso di quello avvenuto nel corso della crisi dei debiti sovrani. Allora aveva richiesto misure lacrime e sangue. Il rapporto degli interessi passivi sul pil aumentò dal 4,3 per cento del 2010 al 5,2 del 2012, sottraendo 15 miliardi alle disponibilità di spesa. D’altro canto il saldo primario (vale a dire la differenza tra entrate e uscite della pubblica amministrazione, al di fuori degli interessi) dovette raddoppiare dall’1,1 per cento del 2011 al 2,2 dell’anno seguente.

 

Ci si chiede dunque se dobbiamo attenderci la stessa tempesta: taglio della spesa pubblica, aumento record degli interessi da pagare sul debito, spread alle stelle. In una condizione peraltro in cui l’economia italiana non si è ancora ripresa dalla pandemia. I rischi ci sono: secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio un aumento duraturo dell’1 per cento del rendimento dei titoli di stato costerebbe alle casse pubbliche quasi 20 miliardi di euro in più in tre anni. Sebbene si tratti di rincari ipotetici per ora, le più recenti aste di titoli del Tesoro hanno mostrato quale possano essere le conseguenze: i recenti Btp a 3 e 7 anni collocati per un totale di 4,5 miliardi di euro a rendimenti record causeranno un esborso di circa 300 milioni in più fino alla fine del decennio per le casse pubbliche. Una stangata rispetto alle vacche grasse di cui il ministero dell’Economia ha potuto godere dal 2012 a oggi, grazie agli interventi della Banca centrale europea che per anni ha comprato quasi interamente i nuovi debiti italiani. Solo attraverso il programma creato per la pandemia (il Pepp) in due anni sono stati acquistati circa 280 miliardi di euro di titoli italiani. Prestiti che al più ora potranno essere rinnovati, perché la Bce ha terminato i nuovi acquisti netti per non soffiare sul braciere dell’inflazione.

 

Eppure oggi potrebbe esserci una differenza sostanziale con il 2011: l’inflazione che galoppa, come ben si sono accorti i consumatori. Il rialzo dei prezzi alleggerisce lo stato dal peso del debito, per diverse ragioni. Prima di tutto perché il rapporto debito/pil, così come quello relativo al deficit e pure il rapporto interessi passivi/pil, al denominatore trova il prodotto interno lordo nominale, non corretto cioè per l’inflazione. Inoltre il bilancio pubblico potrà godere anche di entrate fiscali maggiori del previsto, per esempio dall’Iva: non per un aumento delle aliquote, ma per il rialzo dei prezzi. L’effetto si è già visto nei primi quattro mesi dell’anno: lo stato ha incassato 148 miliardi di euro, quasi l’11 per cento in più che nel primo trimestre 2021. E guarda caso a segnare veri e propri boom è l’Iva, il cui gettito è salito di quasi 2 miliardi rispetto all’anno scorso grazie a un incremento del 21,5 per cento. Le uscite del bilancio pubblico invece, al di fuori di acquisti, investimenti e pensioni, non dovrebbero crescere allo stesso ritmo dell’inflazione. Elementi che hanno fatto dire a Francesco Giavazzi, consigliere economico di Draghi, al Financial Times che “la grande differenza tra oggi e 10 anni fa è che oggi l’economia sta crescendo e il rapporto debito/pil sta cadendo come un sasso”. Gli economisti sono ancora incerti sull’equilibrio che sarà determinato dalle due correnti contrapposte – aumento dei tassi e inflazione – ma ci sono ragioni per essere ottimisti.

 

Se fino all’anno scorso il governo Draghi ha potuto finanziare la spesa pubblica grazie alla ripresa economica più vigorosa del previsto, nel 2022 potrà calmierare bollette e aumenti redistribuendo le maggiori entrate fiscali dovute all’inflazione (come ha già fatto sul carburante). E la speranza è che l’inflazione basti all’Italia per far passare la tempesta del rialzo dei tassi di interesse, dando la possibilità di continuare ad abbattere il debito e normalizzare i conti pubblici ancora stravolti dalla pandemia.

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