Ansa
Editoriali
Contro il paternalismo di stato sui social per gli adolescenti
Ha ragione l’Economist: i divieti faranno più danni che benefici, creano un’illusione di protezione e rinviano il nodo vero, cioè come rendere gli strumenti più sicuri e più trasparenti. E’ un invito alla prudenza, non all’indifferenza
Ogni volta che esplode un allarme sui social e sugli adolescenti, la politica reagisce allo stesso modo: alza l’età, chiude le porte, promette divieti. È una risposta che rassicura e raccoglie consenso. Ma è anche una risposta sbagliata. L’ultimo numero dell’Economist lo dice con chiarezza: “bans will do more harm than good”. I divieti faranno più danni che benefici. Il settimanale inglese non minimizza tragedie, abusi, angosce dei genitori, né il ruolo degli algoritmi. Invita però a distinguere tra casi drammatici e diagnosi generali. L’idea che i social stiano distruggendo la salute mentale di un’intera generazione ha “only limited evidence”. Prove limitate. E’ un invito alla prudenza, non all’indifferenza: l’ansia è comprensibile, ma non può diventare scorciatoia normativa.
L’Economist ricorda un punto ovvio: i divieti sono difficili da far rispettare, facilmente aggirabili, capaci di spingere i ragazzi verso piattaforme meno controllate. Creano un’illusione di protezione e rinviano il nodo vero: come rendere gli strumenti più sicuri, più trasparenti, meno progettati per catturare l’attenzione in modo compulsivo. Sono argomenti familiari. A dicembre 2025 su questo giornale si scriveva che vietare i social ai minori è “come voler vietare la scuola perché nella scuola avviene il bullismo” e si parlava di “goffo paternalismo di stato che confonde un problema reale con il mezzo che lo veicola”. E’ la stessa impostazione: colpire lo strumento invece degli abusi, sollevare gli adulti dalle responsabilità educative, trasformare la complessità in slogan. La strada indicata è diversa: più dati sull’uso, moderazione più severa, verifiche dell’età per costruire ambienti protetti, non per espellere. Regolare meglio, non proibire. Se non sappiamo domare piattaforme che esistono da vent’anni, con quale credibilità affronteremo l’intelligenza artificiale? Il divieto piace ai sondaggi; la responsabilità costruisce cittadini. E quando la politica sceglie il paternalismo al posto dell’educazione, non protegge i giovani: protegge se stessa dalla fatica di fare le riforme giuste.