Foto Olycom

Quando l'Italia impazziva per Marisa Maresca

Gino Cervi

La diva che aveva turbato gli italiani avrebbe compiuto oggi cento anni. Da Walter Chiari a Enzo Bearzot e Benito Lorenzi, storia di un'icona italiana

Marisa Maresca era così bella che toglieva il sonno a tutta Milano. Lo toglieva agli uomini che sognavano banane o teste di volpe; lo toglieva alle loro mogli e alle loro fidanzate che non dormivano pensando i loro uomini che sognavano banane e teste di volpe.

 

Era l’inverno del 1948 e i testi della rivista Allegro con, scritti da Marcello Marchesi, erano molto divertenti. Ma se gli attori della rivista avessero recitato in alfabeto muto, il teatro si sarebbe riempito lo stesso. Bastava la Marisa. Bastavano le sue gambe. Un giorno un critico recensendo in maniera non troppo lusinghiera la rivista …E il cielo si coprì di stelle aveva scritto: «Tre cose sole si salvavano nello spettacolo: due di queste sono le cosce di Marisa Maresca, opulente come un teatro esaurito; la terza la comicità nuova di Walter Chiari».

 

Già, perché in quei primissimi anni del secondo dopoguerra, Marisa Maresca andava a braccetto con Walter Chiari, e mica solo sul palcoscenico. Si erano conosciuti una sera al Teatro Olimpia di piazza Cairoli. Gli impresari dovevano risolvere un incidente dell’ultimo momento. L’attor comico che doveva recitare nello spettacolo era in ritardo e allora, per intrattenere il pubblico, s’inventarono il “quarto d’ora del dilettante”. Chi, tra gli spettatori se la sentiva, poteva salire sul palco ed esibirsi. Tra il pubblico c’era un gruppo di amici che convinse uno di loro, Walter Chiari, a fare vedere a tutti quanto era bravo. Walter non se lo fece dire due volte: salì sul palco e fece l’imitazione di Hitler. Si aggiustò il ciuffo, qualcuno gli procurò il baffetto posticcio, e cominciò il monologo in cui il Führer che urla, sbraita, martella le parole in un improbabile tedesco-meneghino.

 

 

Il teatro scese giù dalle risate e il Walter non scese più dal palco. La Marisa Maresca s’innamorò di quell’irresistibile faccia da schiaffi, se lo portò via e lo fece debuttare nella compagnia che aveva appena messo su in proprio: primo spettacolo dal titolo Simpatia. A cui seguirono altri di grande successo: Donne in tutte le salse, Se vi bacia Lola, Chi vuole una donna?

 

Sì, ma cosa c’entrano le volpi e le banane con l’avanspettacolo, il Walter e la Marisa? Già. In quegli anni la buoncostume avrebbe dovuto controllare minuziosamente la regolarità in centimetri quadrati dei costumi di scena che indossavano le soubrette. Ma per la Marisa, evidentemente, si chiudeva spesso un occhio, o forse tutti e due. Una volta era capitato che, a imitazione della celeberrima Josephine Baker, fosse uscita sul palco vestita, si fa per dire, solo con bikini fatto di banane. Un’altra volta, addirittura, soltanto con tre teste di volpi nere messe proprio lì, nei posti più opportuni. Raccontano addirittura che a qualcuno venne un mezzo infarto quando in un’occasione, non si sa se fortuita o maliziosamente studiata, nella passerella finale le saltò via il reggipetto.

 

Tra quelli che non dormivano la notte pensando alla Marisa, c’era anche Benito Lorenzi, giovane campione dell’Internazionale. Era arrivato a Milano nel 1947, che non aveva ancora ventidue anni. L’Inter era andata a prenderlo in serie B, dall’Empoli. C’era voluto poco ad ambientarsi nella città: già dalla prima stagione aveva fatto vedere a tutti di che pasta fosse fatto: 29 partite e 14 gol, e si era conquistato il soprannome che gli sarebbe restato attaccato per tutta la vita, “Veleno”. Anche se c’è chi dice che già la su’ mamma – Lorenzi era di Borgo a Buggiano, vicino a Pistoia – lo chiamasse così fin da bambino per il suo caratteraccio di sulfureo provocatore. Il Benito, come molti altri giovani dell’Inter, era stato messo a pensione in una camera dell’Albergo Amedei. “Tumela” Della Casa, il massaggiatore dell’Inter, ma soprattutto factotum della società, lo aveva accoppiato con un altro giovane di belle speranze, un tronco di furlano lungo e silenzioso, ventun’anni ancora da compiere, che era arrivato giusto nell’estate del ’48: si chiamava Enzo Bearzot.

 

Succedeva tutto questo in quel dopoguerra che sapeva ancora di guerra, e di polvere e di stracci, e dove a Milano s’incontrava l’Italia. La città aveva ancora ben in vista le grandi ferite dei bombardamenti, ma la voglia di tornare a vivere una vita normale era più forte di tutto il resto. E quella febbre di fare la si vedeva in faccia, ai milanesi: lavorare, salire sui tram, andare in bicicletta, riempire le piazze e i teatri, ballare e suonare, giocare e andare allo stadio.

 

La città tornava a salire, come l’aveva vista salire quarant’anni prima Boccioni e gli altri futuristi. Salivano le case. Proprio dietro via Amedei, in piazza Missori, le macerie della chiesa bombardata di San Giovanni in Conca e dei vecchi palazzi intorno lasciavano il posto al liscio isolato dei Cavalieri; poco lontano, il palazzo che stava crescendo di fianco a via Rugabella, sembrava la prua di una nave incagliata in corso Italia. Per la prima volta i grattacieli guardavano negli occhi la Madonnina del Duomo.

 

Ma in città cresceva anche la voglia di fare fortuna, come quella commessa del Galli, la Lucia Borlani, che sarebbe diventata Miss Italia e poi Lucia Bosè, diva del cinema e del bel mondo. Saliva la febbre del ballo e si aprivano dancing a ogni angolo: la Taverna Ferrario, la Sirenella, il Giardino dell’Odeon, il Maximum. Non era più musica da negri, musica vietata, e si tornava a suonare e ad ascoltare il jazz, il dixieland, all’Arethusa, dietro piazza Diaz.

 

E poi imperversava la rivista: il varietà, musica, comici e soubrette. Carlo Dapporto, il maliardo, ed Erminio Macario, Renato Rascel e Gino Bramieri; la Wanda Osiris e il tutto esaurito al Lirico. E appunto Walter Chiari e Marisa Maresca.

 

Quello che saliva al Benito era soprattutto la pressione, quando pensava a Marisa Maresca. Sul comodino della camera della pensione, è vero, teneva una foto di una ragazza ritratta con un fiore in bocca: era del suo paese e aveva detto al compagno di camera che era la sua fidanzata e che si chiamava Volga. Mentre per togliersi la nostalgia di Toscana, a Benito scendeva nella via di sotto, a mangiare alla Trattoria Le Colline Pistoiesi, Enzo scacciava via il ricordo della campagna friulana, fatta di rogge e filari di gelsi e di montagne violette in lontananza, girando per la città, a piedi, in tram. Quella città che gli veniva incontro, gli piaceva e a poco a poco riusciva ad addolcirgli la scorza, a sciogliergli la timidezza in parole e sorrisi.

 

Benito in quei mesi giocava e segnava: Veleno era ormai l’idolo della Milano nerazzurra e la rogna di quella rossonera. Enzo invece stava tra le riserve: poche apparizioni, diciannove in tre anni, qualche brivido – marcare il vecchio irriducibile Silvio Piola a Novara – e un naso rotto in allenamento. Difficile sentirsi parte della squadra. Più facile invece sentirsi parte della città. Forse perché un giorno, sul tram numero 3 che scendeva per Corso Italia, incontrò gli occhi di una bella ragazza, la Luisa. Che non molto tempo dopo sarebbe diventata la signora Bearzot.

 

La camera dell’albergo Amedei era un posto tranquillo. La sede dell’Inter era a due passi, in via Olmetto, e il Tumela, il massaggiatore-factotum, pensava a tutto. O a quasi tutto. Non poteva farci niente, ad esempio, quando la mattina prestissimo, all’alba che ancora era buio, il sacrosanto sonno dei due ventenni, stanchi di allenamenti e partite, veniva turbato dai rumori della camera accanto. Erano rumori inequivocabili. In quei momenti la corrente che percorreva abitualmente Veleno aumentava d’intensità, facendo temere il corto circuito. In piedi sul letto, Benito smaniava con l’orecchio appoggiato alla parete e, da quella posizione, faceva la radiocronaca della partita che intuiva si stesse giocando dall’altra parte del muro. Enzo, sdraiato con le mani dietro la testa, seguiva divertito lo spettacolino. Solo verso le otto di mattina quella colonna sonora di ansimi e gridolini si affievoliva fino ad assopirsi in un placido, meritato silenzio. Già, ma per i due boys, era ormai il tempo di cominciare la loro giornata di atleti di altro atletismo.

 

Le performances della coppia della camera accanto si ripetevano spesso in quell’inizio inverno del ’48. Benito fantasticava su chi fossero i protagonisti di quell’appassionato derby tra le lenzuola e avrebbe dato chissà cosa per scoprirne l’identità. Ma non capitava mai che si incontrassero. Il “concerto amoroso” iniziava sempre a notte fonda e i concertisti si abbandonavano a lunghe mattinate di recupero che però ai due calciatori non erano concesse. Una mattina accadde l’imprevisto. Verso le 8.30 del mattino, mentre Enzo e Benito si trovavano sul pianerottolo, pronti con i loro borsoni in spalla a recarsi all’allenamento, videro aprirsi la porta della stanza accanto. E rimasero tutti e due a bocca aperta, storditi come se avessero preso un gol in contropiede dalla Pro Patria.

  

Walter Chiari e Marisa Maresca invece non li degnarono neppure di uno sguardo e scesero le scale abbracciati con l’aria beata anche se non proprio riposata degli innamorati. Enzo e Benito, sul pianerottolo del secondo piano dell’albergo Amedei, restarono lì come gatti di marmo.

 

"Enzo, Diobonino, dammi ‘n pizzicotto! Te t'ha' visto anche tu quello c’ho visto io?”. Benito non ci poteva credere di aver trascorso notti e notti con quel bruno paradiso della Marisa a pochi centimetri di là dalla parete, un pensiero così forte che gli sembrava di poter allungare una mano per toccarla.

 

Quel giorno Benito fece l’allenamento svogliato e senza nerbo. John Astley, il mister inglese dei nerazzurri di quella stagione, che non sapeva una parola d’italiano, pregò a gesti il Tumela di accompagnarlo fuori dal campo. Il massaggiatore lo prese sotto braccio e lo portò negli spogliatoi: “Ma, Benito, per la madona! Cosa l’è che c’hai oggi? Cosa l’è ‘sta sloffia? Cià dài, ven chì che te fo un bel masagg…”. Il Benito mogio si stese sul lettino e, mentre il Tumela cominciava a lavorare su quadricipiti e polpacci, si addormentò e sognò banane e teste di volpe.

 

Ad un tratto, nel silenzio canforato dello spogliatoio, rimbombò la voce del Tumela che, sentendosi improvvisamente abbracciare con inedita passione, gridava: «Uèi, uèi, ma che Marisa e Marisa! Ten giò i man, ostiassa d’un Veleno!».

 

  


   

Marisa Maresca nacque cento anni fa, il 3 gennaio 1923, a San Giovanni Rotondo, nel Gargano. Era figlia d’arte: suo padre era un’impresario di riviste e suo zio un cantante di operetta. A soli quindici anni, iniziò la sua carriera di soubrette nella compagnia di Erminio Macario. Quindi passò a lavorare con Carlo Dapporto, ma fu nei primi anni del secondo dopoguerra a spopolare in numerose spettacoli di varietà. Lasciò per sempre le scene a soli 27 anni, andando in sposa al conte Corrado Agusta, industriale dell’omonima azienda di motociclette ed elicotteri, da cui ebbe un figlio. Marisa Maresca e da cui divorziò nel 1968. Di lei Walter Chiari, con cui ebbe una relazione durata alcuni anni, diceva che era una “donna monumentalmente bella”. Alcuni sostengono che i versi della canzone di Paolo Conte Sotto le stelle del jazz che dicono «Marisa svegliami, abbracciami / è stato un sogno fortissimo» siano ispirati alla conturbante soubrette.

Di più su questi argomenti: