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Il Foglio del weekend

La memoria condivisa non esiste

Adriano Sofri

Foibe, pulizia etnica, genocidio. Le lingue del ricordo. Quando a Basovizza l’Italia e la Slovenia si tennero per mano

Non so quando l’espressione di “memoria condivisa” abbia fatto ingresso nella pubblica conversazione. Credo che, a parte precedenti non pregnanti di uso comune, sia avvenuto recentemente, nello scorcio del Novecento. E non è stato un ingresso, ma una vera irruzione. (Trieste fece da sfondo a una parte più spettacolare del confronto sul tema). 
La memoria singhiozza. La memoria della Shoah passava sotto silenzio fino agli anni Sessanta, prima di riaffiorare e dispiegarsi nelle testimonianze, e poi diventare il fondamento comune dell’identità europea.

La memoria ha i suoi cicli. Ci sono periodi in cui la guardia è stanca e si abbassa, o è semplicemente annoiata. Trova che la memoria, anche la propria, zavorri il futuro, e che si possa chiuderle un occhio. Sembrava che fossimo in un tempo così, in un presente esuberante fino alla smemoratezza. Ed ecco che negli Stati Uniti è insorto il richiamo a una memoria disseppellita e di parte, opposta alle memorie dominanti: patriarcali, colonialiste, razziste. L’epoca dell’abbattimento dei monumenti, con buone ragioni e un colossale eccesso di zelo. I monumenti, la gran parte, meriterebbero di restare, tutt’al più traslocando: hanno sempre qualcosa cui ammonire. Un giorno uno si alzò e chiese: Le grandi piramidi egiziane, chi le costruì? La risposta non era più: Cheope, Chefren, Micerino, ma la miriade di lavoratori, schiavi o no. E Tebe dalle Sette Porte? “Sono stati i re a strascicarli, quei blocchi di pietra?” Ma non saranno i muratori a distruggerle, le piramidi: sono il loro monumento, il monumento a loro.

 

Gli “studi sulla memoria” hanno preso uno spazio florido, fornendo un complemento e non di rado un contraltare alla ricostruzione storica, la quale aveva già il suo daffare a farsi condivisa. Nel linguaggio solenne delle autorità la memoria condivisa, che segue il trauma di una contrapposizione drammatica, come la guerra, viene evocata e per così dire promossa come un risultato via via conseguito. Si compiono gesti destinati a sancirla. Il biennio 2020-2021 ha voluto rappresentare una condivisione di memorie a Trieste e a Gorizia, con cerimonie suggestive: la “restituzione” del Narodni Dom alla comunità slovena, cent’anni dopo, la conduzione congiunta di Nova Gorica e Gorizia quale capitale europea della cultura nel 2025. Soprattutto, la più imprevedibile, la visita dei due presidenti, Borut Pahor e Sergio Mattarella, a Basovizza, e l’omaggio successivo al monumento alla Foiba e a quello ai Quattro militanti della Borba condannati e giustiziati dal Tribunale Speciale fascista nel 1930. Episodio magnanimo, esemplare non di una memoria condivisa, ma piuttosto del riconoscimento, del rispetto per la reciproca e diversa memoria. Si immagina il negoziato diplomatico dietro a un simile evento: il presidente sloveno non può rendere omaggio alla Foiba se il suo collega italiano non accetti di rendere omaggio ai Quattro ricordati come eroi martiri e condannati dal regime fascista come terroristi. Tuttavia nei gesti simbolici può esserci qualcosa di più di ciò che è stato calcolato dal cerimoniale, e quel qualcosa si incide più a fondo nell’immaginazione.

 

A volte sono gesti che sembrano, o effettivamente sono, improvvisati così da andar oltre, come quello del cancelliere Willy Brandt che si inginocchia, il 7 dicembre 1970, davanti al monumento alla Rivolta del Ghetto di Varsavia. Il 13 luglio del 1920 i due presidenti, lo sloveno e l’italiano, l’avessero premeditato o no, si sono tenuti per mano davanti ai rispettivi monumenti. Si sono tenuti per mano, in tempo di pandemia e di distanza: gran colpo. E gran sconfessione delle pose maschie.

Nel nuovo incontro a Gorizia e Nova Gorica, 21 ottobre 2021, Mattarella ha detto: “Costruire una memoria condivisa vuol dire accettare le responsabilità, ripercorrere la storia affrontando con rispetto, approccio rigoroso e scientifico le vicende dolorose patite dalle popolazioni di queste terre. Grazie Presidente Pahor, grazie caro amico Borut”. Il quale, a sua volta, ha detto: “Oggi volgiamo lo sguardo a un avvenire glorioso, dopo i dolori di Basovizza”.

 

In realtà la memoria condivisa non esiste e non può esistere, tutt’al più se ne può apprezzare l’auspicio. Si può infatti auspicare qualcosa sapendo che non si realizzerà, e che però potrà avvicinare distanze che furono sanguinose. Claudio Pavone (1920-2016) aveva preso parte alla guerra partigiana e poi ne fu storico primario. Il suo libro capitale, uscito solo nel 1991, si intitolava “Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza”. A qualcuno quella definizione di “guerra civile” sembrò un cedimento revisionista. Al contrario, Pavone spiegava la concomitanza di tre guerre, una guerra civile, fra italiani, una guerra di liberazione nazionale e una guerra di classe. Nella guerra civile correva il confine fra due concezioni opposte della libertà e della vita: da una, vittoriosa, sarebbe venuto con la Costituzione il fondamento di una memoria pubblica. E Pavone dichiarava illogico il mito della memoria condivisa, che ha la pretesa di coinvolgere proprio quella parte contro la quale è stata scritta la Costituzione.

Sul cosiddetto “confine orientale” – che era tale per gli italiani, non per la gran minoranza slovena e per le minoranze minori – coincisero per un tempo quelle tre guerre, con l’esasperazione che viene da un territorio fitto di frontiere. Da un territorio in cui si parlavano lingue diverse, e in cui dopo la Prima guerra lo Stato italiano aveva preteso violentemente di cancellare la lingua d’altri. Li chiamò “alloglotti”, ne distorse e corresse nomi e cognomi – violazione oltraggiosa all’intimità delle persone – e “italianizzò” i toponimi, vietò che imparassero nella loro lingua a scuola e pregassero in chiesa, e perfino che la parlassero in famiglia, spiando fin dentro le cucine. Fece, contro di loro, le prove precoci del razzismo che ne costituì l’essenza e non un impianto esteriore e tardo. E ancora, contro di loro, slavi dunque barbari e primitivi, slavi dunque sospetti comunisti, si sforzò di sbarazzarsi della qualifica di “brava gente” – del “pietismo”, antenato del buonismo odierno – che offendeva il suo virilismo romano.

 

Nel 2005, il “Giorno del ricordo” ha consacrato il ricordo non condiviso. Lo scambio osceno fra “foibe” e Shoah, sottolineato dalla prossimità fra le due date (27 febbraio-10 gennaio), e da innumerevoli espliciti rimandi nelle commemorazioni. Bisogna che il ricordo della persecuzione di italiani, anche non fascisti o collaborazionisti, e dell’esodo dall’Istria e dalla Dalmazia, appartenga a tutti e non venga disputato fino a contraffarlo. Ci fu a lungo una censura della memoria pubblica di quegli eventi, e una rimozione. Non è stata tanto degli storici: a Trieste e nel Friuli-Venezia Giulia gli studi sono stati tempestivi e aperti, e ignorati sul piano nazionale. Quando il risentimento degli esuli e dei loro discendenti si è scontrato con la falsa coscienza delle autorità pubbliche (democristiane e comuniste, ambedue a lungo interessate al quieto vivere con quella rimozione) ne sono venuti fuori eccessi di zelo, cifre iperboliche e, complementarmente, minimizzazioni. Soprattutto, travisamenti involontari, a volte più dannosi che le distorsioni in malafede. 
Da quando si parla di genocidio – la parola l’ha coniata Raphael Lemkin, giurista ebreo polacco, nel 1944, avendo davanti la Shoah e la memoria dello sterminio armeno – molti programmi di annientamento del nemico si sono realizzati meritando quel nome. In apparenza, l’“unicità” della Shoah sembra contraddirlo, ma quella “unicità” non può essere intesa alla lettera, bensì come un modo, poetico forse?, di esprimere la terribilità di quello che è avvenuto. Dall’altra parte, succede che avvenimenti a loro volta terribili per ferocia, ma estranei alle caratteristiche che contrassegnano un genocidio, facciano sì che le vittime si sentano derubate di quel riconoscimento. Come ricevere un voto alto, ma non il massimo dei voti. Soprattutto dopo la tragedia della ex Jugoslavia, un’altra espressione è invalsa, quella di “pulizia etnica”. Sono due le ragioni del suo successo: di suonare come un sinonimo di genocidio, e di attenuarne la portata con una sfumatura di discrezione. (Nell’ex Jugoslavia il genocidio è stato bensì sanzionato formalmente dal Tribunale internazionale nel caso di Srebrenica). La persecuzione degli italiani non fascisti a Trieste e poi in Croazia e Dalmazia da parte dei vincitori titini, nelle cui file militavano peraltro in numero ingente comunisti e antifascisti italiani, è stata nominata come “pulizia etnica” da molti, compresi un paio di presidenti della Repubblica italiana, senza considerarne le implicazioni. Ma la storiografia sulle foibe (nome allargato a comprendere, ben oltre le naturali cavità carsiche – quella di Basovizza non lo è, è un pozzo di miniera – l’intero complesso delle violenze) si è incentrata su questo punto cruciale: se vendette e violenze jugoslave intendessero attuare un programma genocida, di cancellazione della nazionalità italiana, o se fossero un capitolo delle vendette, dei saccheggi e della brutalità che la fine di una simile guerra si portava con sé attraverso tutta l’Europa. La migliore storiografia, compresa la più indisposta alle minimizzazioni, concorda nel negare il connotato della “pulizia etnica”. Rilutta ad ammetterlo chi voglia spingersi fino a figurare una bilancia a due piatti, in equilibrio fra la Shoah e “le foibe”. Qui, in realtà, sia una ricostruzione documentaria dei fatti che una decente misura consentirebbero, se non una memoria, una storia condivisa. E metterebbero fine a una temperie polemica che impedisce di badare, più che ai torti altrui, al proprio dolore e alla propria pietas per le vittime e la storia che le ha travolte. La memoria può essere specialmente preziosa per dirci quel che non siamo più, quel che non vogliamo più. 

Quando voglio consolarmi della convinzione che non esista la “memoria condivisa”, e che la sua invocazione sia spesso il pretesto per offuscare le scelte che decidono della dignità della vita, mi viene in mente la questione delle traduzioni. La traduzione è per eccellenza un modo di rispettare e amare la differenza. Lungi dal desiderare di prevalere su un’altra lingua fino a mortificarla, mira ad amarla e trasferirne il pregio a chi non possa conoscerla direttamente. La traduzione dà per scontata una premessa: che per attenta, premurosa, esatta che sia, resterà sempre lontana dall’originale. Traducendo si rende disponibile all’altro, allo straniero, una parte – sommaria, ampia, o anche magnifica – di una lingua che non è la sua: dunque di una memoria che non è la sua. Possibilità e limite della partecipazione alla memoria ne sono esemplificati nel modo migliore. Tanto più quando la traduzione investe lingue e memorie che sono state accanitamente ostili.

 

La guerra civile è la più feroce perché vi si parla una sola lingua. Lo è a tal punto che si vuole rifiutare al nemico la qualifica di combattente e di connazionale. Riluttando anche lui a chiamare guerra civile il conflitto fra antifascisti e repubblichini, Pietro Nenni li chiamò “fascisti stranieri di lingua italiana”. Era il ripudio morale di gente che militava fanaticamente dalla parte dei nazisti, destituita del titolo alla lingua comune. L’invenzione dello straniero di casa, questione antica, in Italia quanto nei Balcani. 

Non ho citato a caso il tema della traduzione. Il tentativo di una storia comune è possibile ed è avvenuto. L’episodio più importante risale al 1993. Si costituì allora, sotto l’egida dei rispettivi ministeri degli Esteri, una prestigiosa Commissione storico-culturale italo-slovena. Finì i suoi lavori nel 2000 e votò all’unanimità un “Rapporto congiunto sulle relazioni italo-slovene 1880-1956”. L’idea era stata promossa nel 1990 (l’anno prima era crollato il Muro) dal Consiglio comunale triestino, e fatta propria dal governo italiano e, dopo la dissoluzione della Jugoslavia, dai governi sloveno e croato. La Commissione italo-croata non ebbe seguito. Quella italo-slovena, conclusi i lavori, auspicò che se ne desse notizia ufficialmente almeno in un ambito universitario, e che se ne promuovesse una circolazione nelle scuole superiori. Non avvenne niente di tutto questo. Il testo è comunque consultabile in rete. 

Di una traduzione, appunto, disponiamo ora: quella del libro di Milan Pahor sull’organizzazione “Borba” (Lotta) triestina, una peculiare affiliazione del “TIGR” (iniziali di Trst/Trieste, Istra/Istria, Gorica/Gorizia e Rijeka/Fiume), l’associazione antifascista clandestina slovena e croata operante dal 1927. Il libro era uscito nel 2020 così da coincidere con i 90 anni dal processo fascista di Trieste e dalla fucilazione dei Quattro militanti. La versione italiana, “L’organizzazione antifascista Borba, 1927-1930” (ed.ZTT-EST, pp.284) permette ora a lettrici e lettori di lingua italiana di ricevere un’informazione su un momento fondante dell’opposizione antifascista slovena e slava. Di imparare che cosa stava dietro quel secondo monumento davanti al quale i due presidenti stettero in omaggio, e di cui al pubblico italiano arrivò poco o niente.

Ma il libro è anche la testimonianza di una lunga fedeltà ai giovani che per primi inaugurarono la resistenza al fascismo, a metà fra la sfida avventata e la determinazione intrepida, in una enorme sproporzione di forze, e pagarono con la vita, alcuni, e con anni e anni di galera altre e altri. Milan Pahor è nato a Trieste nel 1948, ha diretto la Biblioteca Nazionale Slovena e ha dedicato tanta parte della fatica di studioso alla memoria della sua Basovizza. Ha preparato le celebrazioni annue, e medicato le troppe profanazioni.

I protagonisti sono prima di tutto Ferdo Bidovec, Fran Marušič, Zvonimir Miloš, Alojz Valenčič, fucilati al poligono di Basovizza all’alba del 6 settembre 1930. Uomini fra i venti e i trent’anni, amici, che mutarono le escursioni montane in fervide e ingenue congiure, si incontrarono mascherati nelle grotte del Carso, si giurarono di esser pronti a dare la vita. Volevano fare “qualcosa di più grande, di più deciso e radicale”. 

Si illudevano, com’è tipico, sulla vulnerabilità del regime. Il loro destino fu deciso da un attentato al quotidiano fascista Il Popolo di Trieste, che provocò, non deliberatamente, un morto. La loro carriera precedente era presto riassunta: preservavano il ricordo di canzoni e poesie in sloveno, contrabbandavano in bicicletta pubblicazioni nella lingua bandita, riuscirono a stampare qualche numero di un giornale, aiutavano a passare il confine, davano fuoco a scuole elementari vuote, dove si perpetrava l’italianizzazione forzata dei bambini, fece un po’ più di rumore un’esplosione al Faro della Vittoria. Un bilancio povero, ma che li rese ancora più sacri alla memoria dei loro. In quelli, che furono i primi passi della resistenza antifascista che negli anni della Seconda guerra e dell’occupazione nazista e fascista avrebbe avuto nella Jugoslavia il fronte più agguerrito, ci fu molto di temerario e ingenuo e addirittura adolescenziale e infantile: come nella vicenda drammatica dei Črni bratje, i “Fratelli neri” a Gorizia, scolari commossi e ispirati dai Quattro di Basovizza e dal loro compagno Vladimir Gortan giustiziato a Pola un anno prima. Si contavano sulle dita di due mani, si chiamarono “neri” in memoria dei Carbonari italiani (a proposito di nazionalismo), inventarono un cifrario rudimentale che non fecero in tempo a imparare. Una banda dello stucco, o poco più. Arrestati e torturati, uno di loro, Miroslav (Mirko) Brezavšček, il più puro, ne morì il 21 febbraio 1931. Aveva 13 anni.

Mussolini aveva deciso di fare del processo di Trieste una prova di forza. Aveva fatto male i conti. Gliene derivò il disgusto di gran parte della stampa internazionale. Dopo l’esecuzione di Basovizza, una lettera spedita al quotidiano “Slovenec” diceva: “Da quel giorno infelice ad oggi, nei nostri borghi non si canta più”.  

Attorno alla vicenda di Basovizza, Milan Pahor ha ricostruito le vite dei principali militanti sloveni antifascisti del Litorale, e le vicende drammatiche che attraversarono, fino al 1941 del Secondo processo di Trieste e ai suoi 60 imputati, intellettuali, militanti comunisti, membri del TIGR. E ai nuovi condannati a morte e fucilati alla schiena a Opicina, accanto a Basovizza: Viktor Bobek, Ivan Ivančič, Simon Kos, Pinko Tomažič, Ivan Vadnjal. Cinque, un comunista e quattro militanti del TIGR. Anche con loro, come coi Quattro del 1930, le autorità fasciste curarono di occultare i cadaveri. 

In totale, il Tribunale Speciale fascista emanò 47 condanne a morte. 36 furono pronunciate contro sloveni o croati. 26 furono eseguite. 

A Milan Pahor, venuto al mondo una generazione dopo che i quattro furono fucilati nella schiena e i loro compagni condannati a decenni di carcere, è toccato di diventare via via il loro fratello maggiore. Il custode orgoglioso della memoria dei morti, e di coloro che sopravvissero senza rinnegarsi.

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