Vizi, peccati e virtù. Il catechismo della nostra quarantena

Francesco Palmieri

L’accidia di stare chiusi in casa senza far niente; la pazienza delle file al supermercato; l’umiltà di chiedere sempre: “Chi è l’ultimo?”. Sarebbe un errore non avere appreso niente da questa malinconica primavera

Cenerentola dei peccati capitali, misconosciuta persino nel nome, l’accidia si è ripresa nel 2020 grosse soddisfazioni, rastrellando milioni di anime a rischio di perdizione. Se il feudo della lussuria è il letto, e la tavola quello dell’ingordigia, il conclamato regno dell’accidia è il divano. Qui le sono stati consegnati, in forza di legge per la quarantena da pandemia, milioni di volenti o nolenti peccatori. E se dal sofà, adesso che s’è fatta ora, molti si sono rialzati, altrettanti sono costretti a restarci per la perdita del lavoro o vi si sono talmente affezionati che là rimangono per scelta propria. L’Istat li classifica “inattivi”.

 

Principessa incoronata dal virus, signora del lockdown, l’accidia già indica nell’etimo greco akedía una sorta d’indifferenza, un tedio negligente (a-kédos) che può sprofondare in depressione improduttiva o compiaciuta malinconia, nel “fummo” che secondo Dante offusca la relazione con Dio ma che si maschera, talvolta, di un attivismo parossistico il cui scopo è soltanto la nevrotica distrazione dalla propria tristezza interiore.


Se il feudo della lussuria è il letto, e la tavola quello dell’ingordigia, il conclamato regno dell’accidia è il divano. Gli “inattivi” sul sofà


  

Insidiosa soprattutto nella “società signorile di massa”, dove s’insinua tramite i social simulando empatie e connessioni, operosità intellettuale o indignazioni, l’accidia conta sulla vaghezza del nome per rinfoltire gli adepti. Comparata ad altri vizi capitali, risulta avvantaggiata. Dire a qualcuno: sei avaro, invidioso o vanaglorioso di sicuro l’offende. Definirlo ingordo, lussurioso o iracondo già meno. Chiamarlo accidioso quasi per nulla: il vocabolo è troppo antiquato (nel lessico è spiaggiato dalle parti di “infingardo” e “malmostoso”). Susciterà un’occhiata perplessa e uno “spiegati meglio” prima di essere derubricata come indolenza, depressione o apatia che sono – ciascuna – tre cose diverse. E nessuna da sola è l’accidia.

  


Dire a qualcuno: sei avaro o invidioso di sicuro l’offende. Lussurioso o iracondo già meno. Chiamarlo accidioso quasi per nulla


  

Forse meglio di paludati teologi la descrisse un poeta, Libero Bovio, e su quei versi fu composta una canzone intitolata Estate però più conosciuta come Nun voglio fa’ niente, che descrive l’influsso inibitore del “sole cocente” in una giornata d’ozio di un accidioso. Un semplice pigro, sentendo provenire dalla strada la melodia prediletta, se la godrebbe come una fortuna: l’accidioso invece che fa? “’Nzerra ‘o balcone pe’ nun ‘a sentì”. Non chiude le finestre al fastidio, ma al piacere che parimenti turberebbe la sua indifferenza. Poi fa lo stesso con una “bella figliola ca passa p’ ‘o vico”, mentre s’accresce la tentazione di spogliarsi e stendersi sul letto con sigaretta e giornale: “Ma ‘a cammera ‘e lietto sta troppo luntano… / Cchiù meglio ‘o divano: / Nu passo e stò llà!”. E’ il sofà dove trionfa l’accidia ed è là che si rosola il peccato in tutta la sua lenta scansione, lasciando che si sbricioli anche un eventuale sprazzo di creatività: “Che bella canzone/ tenevo p’ ‘e mmane… / mo veco, dimmane, / si ‘a pozzo fernì”. Domani, sì, è sempre meglio.

  

 

Comunque Bovio la canzone la finì ed è appunto questa. La maggioranza degli accidiosi d’oggi, stante la quarantena, se l’è cavata con qualche post su Facebook dimenticato – appunto – all’indomani. E’ che pochissimi ormai fanno i poeti o li leggono (ancora meno quelli che lo sono o sanno di esserlo).

  


Il laicizzato scivolamento dei salotti, con meno poetica e nessuna estetica, nella palude di Netflix e del reddito di cittadinanza


 

L’accidia in realtà già covava sotto i cuscini dei sofà, più o meno confinata nei weekend trascorsi a casa dove faceva capolino come un demone meridiano (la tradizione dei primi monaci cristiani le attribuisce imperio su quest’ora del giorno). Oppure, decorata di socialità, rappresentava “l’unico vero peccato capitale del Salotto” secondo la scrittrice Fabrizia Ramondino che l’assegnò – avendo evocato Bovio si può crederlo agevolmente – soprattutto al salotto napoletano. Qui emergeva senza necessità di lockdown, ma per germinazione spontanea favorita dal “culto della triade”: ossia un divano (centrale) e due poltrone, un quadro grande e due piccoli ai lati, insomma “una pomposa simmetria bilaterale” che registrava un ordine del mondo, dove il salotto era “al centro dell’universo, non dell’Uomo, ma della Famiglia”. Il laicizzato scivolamento dei salotti, con meno poetica e nessuna estetica, nella palude di Netflix e del reddito di cittadinanza, condivide l’accidia col passato ma per il resto usurperebbe quell’antico mondo – che difatti non c’è più e serve giusto a spiegare l’attuale.

 


Come l’Iva, che apre le porte alle altre imposte, l’accidia le spalanca ad altri vizi capitali: si tramuta in superbia, oppure in collera


 

Ora che dal sofà bisogna levarsi, il rischio paventato sin dai padri della Chiesa è rovesciare l’accidia nell’altra faccia della sua moneta: l’iperattivismo. E che una volta usciti il suo demone muti dall’atonìa del bradipo allo sterile galoppo del criceto nella ruota. È la maschera indossata da coloro che Seneca nel De brevitate vitae definiva occupatos, cioè gli affaccendati per compulsività, non solo sul lavoro e nei rapporti sociali, ma nel tempo libero (in villa aut in lecto suo, in media solitudine). Persino quando sono appartati da tutto e tutti, sibi ipsi molesti sunt: sono fastidiosi per se stessi. Il “fummo” dell’accidia estroversa, nell’imminenza dell’estate 2020, è lì che esala tanto dall’ossessione di riconquistare le spiagge quanto dall’ormai rodata routine dello smartworking, ammesso che non si viva con l’ansia opposta di chi attende una cassa integrazione.

 

Come l’Iva, che apre le porte alle altre imposte, l’accidia le spalanca ad altri vizi capitali: si tramuta in superbia, può trasformarsi in collera ovvero indirizzare il peccatore verso la gola o la lussuria. Peccati, questi, che la pandemia ha di volta in volta esaltato e attenuato. Per esempio la superbia: “Chi è l’ultimo?”. E’ la domanda più frequente di chi si mette in coda per entrare in un negozio, in banca o alle poste o per sottoporsi al test sierologico com’è accaduto di recente a molti romani, riassaporando o assaporando per la prima volta il disgusto della fila e il tedio dell’attesa. Il superbo occidentale, nato prima che cadesse il Muro di Berlino, aveva idea per sentito dire delle file per i generi alimentari oltre la Cortina di Ferro, o di quelle con le tessere annonarie nella Seconda guerra mondiale, collocata ormai tra imprecisate nebbie della storia. Adesso invece scopre in prima persona che si può stare in coda non solo al gate, per un concerto o allo stadio, ma per comprare il pane. “L’ultimo sono io” (e magari ti misurano la febbre) funge da calmiere alla superbia, come gli scappellotti che i preti d’una volta schioccavano in collegio.

  


Ben più mortificato, si suppone, è risultato nel corso della pandemia il peccato di lussuria. Esaltato invece il vizio della gola


 

Come la nota messa a completare un accordo, dall’ultimo della fila dipende la giustezza dell’armonia a differenza della folla che è chiasso indistinto, massa dove l’ultimo non si sa mai chi sia. Non c’è. L’ultimità fa bene ai superbi: la fila è un actus contritionis, penitenza temporanea purché non degeneri nella trappola dell’ultimismo, cioè il vittimismo che si fa lagna insopportabile per il prossimo: anche perché la condizione d’ultimo prelude – se non altro nella circostanza di una fila – a quella di penultimo e prima o poi all’eccellente status di primo, confermando l’arcinota massima evangelica. Si dà ancora un terzo caso, quello dell’ultimevolezza, ossia della dolce affezione morale all’estremità della coda, che all’opposto dell’ultimismo non esprime rammarico ma il compiacimento di una condizione che l’avversità del destino, la mano di Dio, la cieca sfiga o il Caso venerato dagli atei avrebbero disposto apposta per noi. Si tratta di atteggiamenti che rischiano, dopo la pandemia, di cronicizzarsi e di pregiudicare la tenuta morale, pertanto è consigliabile stroncarli appena insorti. E’ vero che ultimità, ultimismo e ultimevolezza suscitano forti dubbi circa la loro appartenenza ai dizionari. Nulla vieta però che vi si possano infilare, se è passata la puerile parola petaloso e se è vero, com’è vero, che il premio Nobel per la letteratura Camilo José Cela legittimò la figura dell’inventore di parole nel suo romanzo più famoso: La Colmena. Anzi, quando fu traposto al cinema volle lui stesso impersonare – e bene – il personaggio di Matías Martí, somministratore di parole per “el léxico patrio”. Ma è evidente come dall’aspirazione al vocabolario di ogni ultimologo riemerga, sotto i dimessi panni dell’osservatore di file, un animo superbo (che sovente si camuffa oltreché nel becco proprio nella coda, come insegna il pavone dispiegando la ruota).

 

Ben più mortificato, si suppone, è risultato nel corso della pandemia il peccato di lussuria, di cui a seconda dei casi e della lontananza di compagni o amanti si è constatata l’impellenza o l’ormai recessiva interferenza: vuoi per mancanza di possibilità vuoi per l’angoscia del contagio estesa a tutti i cinque sensi, vuoi infine per un naturale assopimento di facoltà già smussate dalla routine, dalle offese del tempo o dalle inevitabili complicazioni richieste da un genere peccaminoso che necessita di almeno due persone per spandere rotonda felicità. Esaltato, all’opposto, è stato il vizio della gola, favorito non solo dall’inerzia e dall’accidiosa sindrome di Oblomov, il personaggio quintessenza del languore tracimato dalla letteratura russa all’ozio senza confini o redenzione. L’ingordigia è stata pure fomentata dal nervosismo del prolungato isolamento, salvo i casi di chi persino a palestre chiuse ha perseverato nell’attività ginnica con i corsi online – anzi abolendo la condizione più ostativa dello sport, quella di arrivare puntuali a lezione – o sfidando la riprovazione sociale e talvolta la caccia delle forze dell’ordine. (Si ricordino per tutti la brillante cattura di un runner operata dalla sindaca di Roma con i droni e l’eccitante battuta di caccia con l’elicottero in diretta tv di Barbara D’Urso). E qui sì che s’è consumato un altro peccato capitale, l’invidia, cui alcuni hanno dato sfogo scorgendo il placido podista dai balconi occasionalmente assembrato con altri compagni di goduria sportiva, e l’hanno apostrofato o denunciato: è verità nota che il benessere altrui suscita spesso irritazione. Pertanto, se si può impedirlo per legge o invocando una regola morale qualcuno sempre gioiosamente ne approfitta. Vano è l’ammonimento del saggio taoista Yang Zhu: “Benefici che escono, frutti che rientrano; rancori che vanno, danni che vengono”. Perché poi finita la quarantena, e calate in un futuro prossimo le mascherine, l’uomo del balcone rincontrerà l’uomo che correva. E la memoria del secondo, c’è da giurarlo, tra i due sarà la migliore.

  


Quando i grandi temi erano la guerra in Vietnam, lo sbarco sulla Luna, la rivoluzione sessuale e le proteste studentesche


 

Le mascherine tuttavia s’indossano per ora, se vige l’obbligo e spesso anche se non vige, in ossequio alla prudenza dettata da qualsiasi esemplare di nonna (cui è assurta dopo alcune incertezze anche l’Organizzazione mondiale della sanità) e dal catechismo della Chiesa cattolica. Che colloca tale virtù tra le quattro cardinali. Ma non si tratta di mera prudenza sanitaria o religiosa, quanto di una sorta di tatto – o se si preferisce, di quieto vivere sociale. In un catechismo eterodosso come questo, s’è veduto, trovano spazio anche i taoisti, non solo perché la Cina qualcosa col Covid ha avuto a che fare, ma per l’ineliminabile ironia che si sprigiona dalle loro massime. Perciò in tema di mascherine conviene addivenire al precetto di Zhuang-zi: “L’uomo comune ama chi gli assomiglia e detesta chi è diverso da lui. Colui che ama la somiglianza e detesta la differenza vuole, a sua insaputa, essere al di sopra degli altri uomini del mondo”. E’ preferibile, al buon cristiano come al buon taoista, conformarsi ai comportamenti della maggioranza. Vi vogliono con la mascherina? E sia: prudenza raccomanda di evitare noiose discussioni e di mettersi l’animo in pace (le nonne, tra cui c’è indubbiamente un’inconsapevole maggioranza di taoiste, consigliano questo). Spiega inoltre Zhuang-zi, che come molti uomini del IV secolo a. C. è più attuale di alcuni viventi: “Bisogna accettare le cose, anche se sono senza valore. Bisogna tenere conto del popolo, per vile che sia. Bisogna eseguire il proprio compito, anche se non si è sorvegliati”.

 

E’ questione, oltre che di prudenza, anche di temperanza, virtù cardinale di cui – come per il vizio dell’accidia – si rileva sempre meno la presenza per uno sbiadimento della parola, i cui confini sembrano relegati ormai a chi non beve un bicchiere di troppo o è alquanto morigerato negli acquisti online. E’ invece nello spirito conciliatorio e nella rinuncia alla caparbietà che la temperanza – in funzione di politica spicciola – ci assiste maggiormente nell’uscita dalla pandemia. La circostanza che faccia difetto a parecchi esponenti politici non dovrebbe legittimarne l’assenza tra i galantuomini comuni. La temperanza smorza la fretta e riconduce alla misura, è la dote che rende sopportabile agli orchestrali il carcere della battuta musicale, la durata delle note e delle pause, la legge del metronomo amministrata dal direttore col suo gesto. Non c’è musica senza pazienza né scrittura senza un tempo: fase 1, fase 2, fase 3… Occorre temperare la velocità e valutare se quella esercitata prima, compulsivamente, sia meritevole d’essere ripristinata dopo una primavera che ha costretto alla lentezza. Viene il sospetto che avesse ragione Milan Kundera, che La lentezza intitolò un libro, osservando che “il grado di velocità è direttamente proporzionale all’intensità dell’oblio”. Aggiunse un corollario all’equazione: “La nostra epoca si abbandona al demone della velocità, ed è per questo motivo che dimentica tanto facilmente se stessa. Ma io preferisco rovesciare questa affermazione: la nostra epoca è ossessionata dal desiderio di dimenticare, ed è per realizzare tale desiderio che si abbandona alla velocità; se accelera il passo è perché vuol farci capire che ormai non aspira più a essere ricordata; che è stanca di se stessa, disgustata di se stessa; che vuole spegnere la tremula fiammella della memoria”. Sarà così? Sarà davvero, tra un paio di mesi, dimenticabile o dimenticata la pandemia, salvo per coloro che hanno perduto con il coronavirus un affetto, un negozio o un’impresa?

 

Fa già risentire il suo richiamo la fretta anteriore? Sarebbe un peccato non avere appreso niente da una malefica primavera di costrizione (e contrizione). Parola di santo, non uno dedito alla pura ascesi solitaria, ma colui che scrisse la regola guerriera dei cavalieri Templari: Bernardo di Chiaravalle. Ne diede la sintesi Papa Benedetto XVI nell’Angelus del 20 agosto 2006: “Occorre guardarsi, osserva il santo, dai pericoli di una attività eccessiva, qualunque sia la condizione e l’ufficio che si ricopre, perché le molte occupazioni conducono spesso alla ‘durezza del cuore’, non sono altro che sofferenza dello spirito, smarrimento dell’intelligenza, dispersione della grazia”. E’ il rischio di quell’accidia estroflessa in cui potrebbe travasare l’accidia del sofà. Rivolto al pontefice Eugenio III, che fu già suo discepolo, Bernardo ammoniva con asprezza: “Ecco dove ti possono trascinare queste maledette occupazioni, se continui a perderti in esse… nulla lasciando di te a te stesso”.

  


Finita la quarantena l’uomo del balcone rincontrerà l’uomo che correva. E la memoria del secondo tra i due sarà la migliore


 

Per annotare gli effetti a lungo termine della pandemia sugli animi bisognerà aspettare. Sperando intanto che non divenga subito materia di racconti o dei romanzi cui qualche scrittore malauguratamente starà pensando (più rapidi, i virologi hanno già pubblicato). Si tratterà piuttosto di vedere se, passati non i mesi ma qualche anno, ne faranno storia i ragazzi e i bambini d’adesso, trascorso il misterioso silenzio che ricopre tuttora questa parentesi della loro vita, la cui durata potrebbe essergli parsa assai più lunga o breve ma certamente segreta per gli adulti, poiché ancora priva d’accidia e popolata di pensieri più simili ai sogni. Nella speranza che non s’infligga a nessuno di loro l’ispirazione per nuovi capitoli con l’incubo di una classe sezionata dai plexiglass.

 

Intanto forse è sfuggita, nel chiasso e nello tsunami di informazioni, l’omelia di Papa Francesco nella Messa di Pentecoste del 31 maggio scorso, quando ha indicato i tre nemici “sempre accovacciati alla porta del cuore” durante la pandemia: narcisismo, vittimismo e pessimismo che danneggiano gli sforzi di chi ricomincia. L’assenza di carità del narcisista (“La vita è bella se io ci guadagno… Perché dovrei donarmi agli altri?”), l’assenza di fede del vittimista (“Nessuno mi capisce, nessuno mi aiuta, nessuno mi vuol bene, ce l’hanno tutti con me!”). Terzo e non ultimo l’atteggiamento del pessimista, cioè colui che distrugge la speranza: “Quanto è dannoso il pessimismo, il vedere tutto nero, il ripetere che nulla tornerà più come prima! Pensando così, quello che sicuramente non torna è la speranza”, ha detto il Papa. Sarà difficile, a chi ha ascoltato o legge queste parole, evitare il riferimento a quel “nulla sarà più come prima” scandito con apodittica o apocalittica certezza da alcuni virologi (o virologhe) e mandarini dell’upper class sanitaria: un superbo pessimismo che ha maltrattato il cuore di molti suscitando la reprimenda dall’Altare della Cattedra di San Pietro, da cui è stata pronunciata quell’omelia: “Ci troviamo nella carestia della speranza – ha aggiunto il Papa – e abbiamo bisogno di apprezzare il dono della vita, il dono che ciascuno di noi è”.

 

Superbia asimmetrica quella di alcuni scienziati, che ahiloro sarà focalizzata dall’opinione pubblica sfumata la paura, quando terminerà il martellamento delle cifre e delle incerte precauzioni (l’Organizzazione mondiale della sanità, ancora protagonista, da ultimo ha sconsigliato i guanti monouso che intanto sono stati resi obbligatori in parecchi supermercati). Giustamente gelosi delle proprie competenze, i virologi hanno zittito chiunque sfiorasse i margini di quella dottrina, mentre loro all’inverso sono liberamente sconfinati nell’epidemiologia poi nella medicina generale, da qui nella sociologia, nell’ecologia, nell’economia politica terminando l’ardita parabola nelle vesti di filosofi della storia. Con quel “nulla sarà più come prima”. Un po’ di ultimità, finanche di ultimevolezza, non farebbe proprio male a nessuno. Le cose tuttavia, senza commettere altri peccati, riprenderanno da sole il proprio corso e nel giro di poche settimane si attaglierà agli scienziati l’asciutta parabola narrata nell’Hagakure, il classico breviario dei samurai: “Nel quartiere di Edo si usa una specie di cestino da pranzo intrecciato, che viene adoperato un solo giorno nelle passeggiate primaverili. Al ritorno lo si getta via calpestandolo. La fine è importante in tutte le cose”.

  


Per annotare gli effetti a lungo termine della pandemia bisognerà aspettare. Sperando intanto che non divenga subito materia di romanzi 


 

Ma come andrà a finire? Il problema è che l’oblio non è classificato fra i vizi capitali, per cui nel mondo lo si pratica piuttosto allegramente. Lo stesso giorno dell’omelia papale, sarà un caso di sincronicità pensando a Bergoglio, il quotidiano argentino Clarín, di prestigiosa tradizione, pubblicava un articolo titolato con un curioso “non è stato mai detto”. Nunca se dijo: el Festival de Woodstock se realizó en medio de una pandemia que mató a 2 millones de personas. Era il virus proveniente da Hong Kong, il terzo grande flagello influenzale del secolo scorso dopo la spagnola e l’asiatica, che avrebbe provocato nei soli Stati Uniti centomila vittime. “Il virus non era trattato dalla stampa con grandi coperture, ma in articoli di poche righe” notava il giornale. Allora i grandi temi erano la guerra in Vietnam, lo sbarco sulla Luna, la rivoluzione sessuale e le proteste studentesche. L’informazione confinò la pandemia nei vicoli: le strade principali erano tutte occupate. Nessuno pensò ad alcuna forma di lockdown: Locura total. Una pazzia totale, commentava il Clarín riprendendo un articolo dell’economista americano Jeffrey A. Tucker. E figurarsi poi il distanziamento: a Woodstock si radunò una massa brada e festosa di 750 mila persone (di cui solo 500 mila poterono entrare) fra il 15 e il 19 agosto del ‘69, nello Stato di New York, per il più grande festival musicale della storia (quelle occasioni da ripetere “io c’ero” per tutta la vita).

 

“Nulla sarà come prima” allora non fu detto. Piuttosto un nunca se dijo. Ora però le cose sono andate diversamente. Chiusura dappertutto e dovunque titoloni, altro che trafiletti a pie’ di pagina. Forse ne abbiamo parlato molto di più perché non c’è la conquista della Luna, neanche il Vietnam, o perché gli studenti sono rimasti online senza proteste e perché più che la rivoluzione c’è un’involuzione sessuale. Risultato, almeno per adesso, non esiste alcuna folla che s’ammassa come a Woodstock bensì quella che scende nelle piazze in preda al più violento dei peccati capitali: l’ira esplosa nelle città d’America e in Europa dopo l’assassinio poliziesco dell’afroamericano George Floyd a Minneapolis. Collera indiscriminata che saccheggia e devasta, che imbratta le statue e la storia e che sì – se i tentativi di ripresa non saranno realizzati, se il pessimismo paventato prevarrà – rischia di essere associata fra cinquant’anni all’anno 2020 come Woodstock lo è al 1969. Che visto da qua, malgrado la sua pandemia, a paragone dovette essere un anno bellissimo. Con quell’estate che consegnò al ricordo Santana e Jimi Hendrix, mentre la musica dell’estate nostra ancora tace e chissà come si ricorderà.