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Le Guardie rosse sono tornate. Non in Cina, ma all’Università di Cambridge

Professori cacciati, curricula riscritti, monumenti rimossi. Trevor Phillips, ex presidente della Commissione per l’uguaglianza invita l'ateneo a “cambiare il futuro piuttosto che tentare di riscrivere il passato”

Giulio Meotti

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meotti@ilfoglio.it

12 Maggio 2019 alle 06:00

Le Guardie rosse sono tornate. Non in Cina, ma all’Università di Cambridge

Immagine aerea del campus di Cambridge (foto LaPresse)

Roma. Mercoledì una famosa campana esposta al St Catharine’s College di Cambridge è stata rimossa dopo i dubbi che fosse stata utilizzata in una piantagione di schiavi. “Mentre facciamo delle indagini più dettagliate sulla provenienza della campana, è stata presa la decisione di eliminarla”, hanno detto dal college. La settimana scorsa, Cambridge aveva avviato un’inchiesta senza precedenti della durata di due anni sui suoi legami con la tratta degli schiavi. Alcuni studiosi hanno sostenuto che l’iniziativa non è altro che un omaggio al politicamente corretto. Ha scritto sul Times il docente di Oxford Nigel Biggar: “Cambridge ha stabilito nuovi standard del politicamente corretto con l’annuncio di un’inchiesta sul modo in cui ha tratto beneficio dal commercio degli schiavi”. Forse gli accademici di Cambridge potevano prestare più attenzione a cosa ne pensa uno come Trevor Phillips, ex presidente della Commissione per l’uguaglianza e i diritti umani, i cui antenati sono stati trasportati dall’Africa alla Guiana e alle Barbados britanniche, e che ha invitato Cambridge a “cambiare il futuro piuttosto che tentare di riscrivere il passato”.

  

Ma cose pazze stanno accadendo a Cambridge da qualche settimana. L’università ha sospeso il ciclo di lezioni di un famoso professore canadese, Jordan Peterson, 48 ore dopo che gli era stato offerto. Alcuni accademici e l’unione studentesca avevano protestato pubblicamente per l’invito rivolto a Peterson, reo di “islamofobia”. Priyamvada Gopal aveva twittato: “Jordan Peterson sarà il mio collega? Niente di meglio per dimostrare il nostro impegno per la diversità e la decolonizzazione”. Gli studenti avevano affisso una lista di “peccati” commessi da Peterson, come credere che “il privilegio bianco è una ‘menzogna marxista’”. Poi Cambridge ha ritirato l’incarico a Noah Carl. Trecento professori e accademici di tutto il mondo avevano firmato una lettera aperta che denunciava la sua nomina e ne richiedeva l’immediata cacciata dal celebre ateneo. La “colpa” di Carl è quella di fare ricerca sulla razionalità delle paure dell’immigrazione. Erano intervenuti in sua difesa numerosi docenti americani. Come Cass R. Sunstein di Harvard: “La libertà accademica è sempre una buona idea. Firmare lettere congiunte che accusano accademici di cose terribili in connessione con il loro lavoro accademico e che richiedono indagini di solito è una cattiva idea”. E Tyler Cowen, economista alla George Mason University dice che: “Questo è un caso classico di caccia alle streghe politicamente motivato”.

 

Un anno fa, Cambridge aveva anche annunciato l’intenzione dei professori di letteratura inglese di sostituire gli autori bianchi con gli scrittori neri, via gli occidentali e dentro i multikulti, facendo seguito alle proposte avanzate dal personale accademico in risposta alle richieste degli studenti di “decolonizzare” il curriculum. Poi la campagna di “decolonizzazione” degli studi di Cambridge si è estesa alle facoltà di Fisica, Chimica e Ingegneria. Più di trenta dipartimenti universitari sono stati presi di mira dagli studenti. La facoltà di Geografia si è detta “abbastanza in avanti” nei suoi sforzi per decolonizzare il curriculum, mentre le facoltà di Legge, Sociologia e Architettura hanno creato gruppi di lavoro a favore della decolonizzazione.

  

Come le Guardie rosse in Cina, che devastarono università e musei, che cacciarono la “cricca reazionaria” dei professori cui fecero fare “autocritica”, che eliminarono i libri occidentali, definiti il “prodotto della civiltà capitalista”. Non pochi a Cambridge sarebbero oggi d’accordo.

Giulio Meotti

Giulio Meotti

Lavora al Foglio dal 2003. Si è laureato in Filosofia. Ha scritto per il Wall Street Journal. È autore di quattro libri su Israele, alcuni tradotti in più lingue. È sposato. Ha due figli.

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  • iksamagreb@gmail.com

    iksamagreb

    12 Maggio 2019 - 15:03

    Prendiamola seriamente: la sacra scrittura della Civiltà Cristiana ossia la nostra, profetizza la fine dei tempi segnalata dalla grande apostasia, e dal 68' circa è in corso! Ma la Civiltà Cristiana comprende trascendenza ed immanenza, una condivisa concezione antropologica di persona libera e responsabile creata ad immagine e somiglianza del Creatore, dai diritti umani, dalla libera ragione a comprendere la realtà del creato (Università) perciò dalla scienza esatta, dalla tecnologia produttiva con forze motrici tratte da risorse naturali, dalle arti, dalla libera imprenditoria e libero commercio, dalla Democrazia e dallo Stato sussidiario incentrato sul Cittadino. Perciò è ovvio che il rigetto ed il rinnegamento di Dio comporti anche quello di tutti i princìpi e valori basilari della nostra Civiltà. Stiamo arrivando al confronto diretto delle diverse concezioni antropologiche delle varie religioni e culture. Questioni di Fede. Ma per noi Cristiani e solo per noi, di Fede&Ragione.

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