Se sei bianco, non resta che nasconderti

Manuel Peruzzo

La copertina di Esquire dedicata a un adolescente conservatore ha scatenato l'inferno. Come siamo arrivati al punto in cui pubblicare un maschio bianco su un magazine maschile è considerato provocatorio?

È difficile spiegare al lettore italiano la polemica nata dall’edizione americana di marzo di Esquire. La sola foto in copertina di un diciassettenne bianco del Wisconsin, “An American Boy”, è stata giudicata inappropriata, offensiva, oltraggiosa. La scrittrice Jennifer Percy ha raccontato un adolescente conservatore, Ryan Morgan, nei suoi rapporti con la fidanzata, le donne, i compagni, la scuola. Nelle intenzioni del direttore, Jay Fielden, è il tentativo di capire come si forma un’identità politica e morale; prima parte di una serie di profili che indagano com’è crescere nell’America trumpiana (anche in quanto neri, gay, donne), dove la politica identitaria prevale sui principi liberali, in un’era post #MeToo in cui il maschio è tossico, i media sono il campo di battaglia dei Social justice warrior. Nell’editoriale che apre il numero, Fielden scrive che, prima delle ultime elezioni, sostenere posizioni puritane era considerato sintomo d’arretratezza e chiusura culturale (quella sulla chiusura delle mente americana è invero una battaglia che Allan Bloom perde da oltre vent’anni) mentre oggi è sempre più una posizione condivisa in alcuni ambiti (fatevi un giro tra i programmi di Yale o Stanford e scorrete i corsi di studio). Si litiga su tutto e solo su una cosa tutti sono d’accordo: “La vita privata è diventata un inferno”.

   

I lettori, e soprattutto i giornalisti e chi lavora nei media, hanno reagito confermando completamente il timore di Fielden: scatenando l’inferno. Hanno contestato la scelta di dar voce a un ragazzino bianco in copertina poiché già sovra rappresentato, privilegiato, politicamente dominante. Inoltre, questo è Black History Month, quel mese in cui Beyoncé pubblica un collage con personalità attive nei diritti civili e Whoopi Goldberg racconta di bambini neri prodigio in “The View”, talk show che un tempo fu di Barbara Walters, il tutto per celebrare i successi degli afro americani e commemorare la diaspora africana. In questo contesto, che a rigore possiamo definire tutt’altro che l’Alabama degli anni cinquanta, in che modo la copertina con la storia di un diciassettenne repubblicano moderato è in contrapposizione con la lotta per l’emancipazione e la rievocazione dei diritti delle minoranze?

  

   


Viviamo nell’era della suscettibilità, della vittimizzazione e della polarizzazione. Più acquisiamo diritti e più diventiamo ipersensibili. Così, questa polemica riflette i tempi in cui la politica identitaria si unisce ai giustizieri della rete. Come siamo arrivati al punto in cui pubblicare un maschio bianco in copertina di un magazine maschile è considerato provocatorio?

    

       
“Il nostro obiettivo non dovrà mai essere quello di sconfiggere o umiliare l’uomo bianco. Non dobbiamo diventare vittime di una filosofia di supremazia nera”. Lo dice Martin Luther King il diciassette maggio del 1957 in uno dei suoi sermoni. King tentava di influenzare culturalmente il movimento dei diritti civili in una direzione universalista: contro l’oppressione e non contro l’oppressore. Scrittori come Nikki Giovanni e James Baldwin sostenevano la necessità di riaffermare l’esistenza dell’individuo, che è alla base del liberalismo e dell’auto determinazione: ognuno può superare le circostanze. Martin Luther King non si sarebbe sentito intimidito dalla copertina di un ragazzino bianco su Esquire. Ma la sinistra americana è molto fragile, e quello che chiede non è l’equità nei diritti ma protezioni speciali per singoli gruppi (quello che in “The Coddling of the American Mind” Greg Lukianoff e Jonathan Haidt descrivono come uno degli effetti negativi del progresso: fare del male con buone intenzioni).

   

   

La morte dell’individualismo ha delle conseguenze. Il maschio bianco occidentale non è solo se stesso ma rappresenta l’oppressione, la tossicità, il maschilismo, il sessismo, l’imperialismo, lo schiavismo. L’unico odio socialmente accettabile è quello verso il maschio bianco (in crisi). Tra i progressisti non c’è piacere più sottile di auto accusarsi per segnalare il proprio elevato status sociale: auto flagellarsi per colpe commesse in quanto caucasici. Il fardello dell’uomo bianco contemporaneo è pieno di sensi di colpa e chi non lo capisce o non lo accetta è smarrito. “So cosa non posso fare ma non so cosa mi è permesso fare”, dice a un certo punto del profilo, Ryan Morgan, quel ragazzo qualunque trovatosi nel mezzo d’una lotta tra tribù. Quel che può fare è semplice e glielo ripetono in molti: nascondersi.

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