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Violenza economica sulle donne

Come sottrarre le donne a un altro tipo di minaccia: quella dei soldi. Buone idee e buone pratiche

2 Dicembre 2018 alle 06:00

Violenza economica sulle donne

(Foto Pixabay)

Basterà mettere un braccialetto elettronico al polso delle donne per difenderle dalle aggressioni di mariti, compagni e stalker? L’Arma dei carabinieri ha scelto la provincia di Napoli per sperimentare il “mobile angel” che con un semplice strattonamento consente di geolocalizzare la persona in pericolo. E presto l’uso di questo strumento potrebbe arrivare a Milano, dove l’idea è stata concepita due anni fa dall’associazione Woman Care Trust, di cui è fondatore Maurizio Bernardo insieme con un gruppo di professionisti, imprenditori e accademici in prevalenza milanesi, tra i quali figurano Enrico Falck, Regina De Albertis, Marcella Caradonna, Annarosa Racca, Massimo Achini.

 

Grazie alla collaborazione con la Fondazione Vodafone – che si è occupata prevalentemente degli aspetti tecnologici – il progetto del braccialetto elettronico è stato messo a punto e adottato-perfezionato dalle forze dell’ordine che si preparano a diffonderlo in tutta Italia. L’iniziativa è senza dubbio rilevante – i femminicidi commessi nel nostro paese dal primo gennaio al 31 ottobre di quest’anno sono pari al 37,6 per cento del totale degli omicidi contro il 34,8 per cento dello stesso periodo del 2017 – e nessuno si sogna di negare l’utilità di uno smartwatch salvavita.

 

Ma è anche lecito domandarsi se sarà sufficiente per arginare un fenomeno dietro il quale si celano dinamiche complesse. Secondo la Global Thinking Foundation, nel 90 per cento dei casi la violenza fisica è accompagnata dalla violenza economica, anzi è preceduta da questa quasi come se fosse un avvertimento silenzioso. Molto spesso, però, le donne non se ne rendono conto. Anche quando producono reddito in modo autonomo, grazie a un lavoro o a beni di proprietà, non sono consapevoli di sottostare a regole non scritte ma secolari che conferiscono all’uomo di casa il ruolo di “tesoriere”.

 

A Milano, la Casa delle donne maltrattate, con l’aiuto della Gt Foundation, ha realizzato una guida contro la violenza economica, come strumento di prevenzione di casi di maltrattamento. Questa guida ha sia l’obiettivo di fornire informazioni pratiche – come quella di evitare il conto corrente cointestato con il coniuge – sia di diffondere la consapevolezza su un tipo di violenza subdola che la Convenzione di Istanbul definisce come una violazione dei diritti umani (“atti di controllo e monitoraggio nei confronti di una donna in termini di uso e distribuzione di denaro”).

 

Per metterla su un piano pratico, se si avverte che l’escalation aggressiva sta per cominciare, quello è il momento di scappare, usando magari come arma di protezione un tesoretto di risparmi “azionabile” in modo autonomo. Questo tema è stato affrontato anche dall’Ordine degli Psicologi della Lombardia che martedì 27 novembre ha chiamato a raccolta tutti gli ordini provinciali della regione per una “lezione” di educazione finanziaria, con l’obiettivo di fornire uno strumento in più ai professionisti sul territorio che seguono casi di violenza. Secondo Gimede Gigante, professore della Bocconi che ha approfondito il rapporto tra mondo femminile e uso del denaro, “una recente analisi condotta a livello globale da Standard&Poor’s rivela che il livello di alfabetizzazione finanziaria delle donne è inferiore a quello degli uomini anche nei paesi più avanzati. In Italia, le indagini del Museo del Risparmio ci dicono che le donne hanno una propensione ad investimenti più conservativi come libretti di risparmio e di tipo immobiliare, rispetto a quelli più rischiosi come pere esempio il mercato azionario”.

 

Ma cosa c’è di male in tutto questo? Il punto è che questo approccio mentale, unito a remunerazioni mediamente inferiori a quelle maschili, a più frequenti interruzioni di carriera ed a una più alta aspettativa di vita, rende le donne più esposte al rischio povertà. Situazione che si aggrava quando si parla di donne divorziate, vedove oppure esposte a situazioni di conflitto di coppia (un dato: in Italia il 21 per cento delle donne non ha un conto corrente personale, percentuale che sale al 30-40 per cento in alcune zone del Sud Italia). “C’è da dire che la scarsa alfabetizzazione finanziaria è in netta contraddizione con le performance realizzate dalle donne negli studi, anche di tipo economico, e con la loro capacità di creare valore nelle aziende in cui rivestono ruoli di responsabilità, come dimostra un’ampia letteratura sul tema”, prosegue Gigante, per il quale i programmi di educazione finanziaria dovrebbero sempre proporre esercitazioni pratiche accanto alle lezioni teoriche.

 

Da tutto questo emerge un aspetto dell’evoluzione femminile sottovalutato – a vantaggio del dibattito sulla diversity e quote di genere – che è quello dell’emancipazione finanziaria. Concetto che è ben diverso dalla crescita professionale e lavorativa. Giulia Cipollini, avvocato internazionale (studio legale Whiters), spiega: “Un certo atteggiamento rinunciatario nei confronti del denaro è diffuso anche nelle classi più agiate. Molte donne decidono di seguire i mariti in carriera e poi sono costrette ad affrontare contenziosi in paesi esteri per l’affidamento dei figli o per il mantenimento. Eppure, in tempi recenti stiamo assistendo a un trasferimento di ricchezza in mani femminili perché un numero crescente di donne eredita aziende e proprietà di famiglia. Credo che il cambio di passo non sia così lontano”.  

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Commenti all'articolo

  • Stefano schiavon

    02 Dicembre 2018 - 22:10

    Anch’io non ho un conto corrente personale. E neppure mia moglie. Infatti ne abbiamo uno di famiglia. Chi di noi due riceve violenza? Mia moglie?

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