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Fine dei rinoceronti romani

L’ultimo s’è ribaltato, dev’essere il vento del cambiamento. Resistevano di più gli elefanti, un tempo

5 Novembre 2018 alle 08:31

Fine dei rinoceronti romani

Il Rhinoceros della Fondazione Alda Fendi vicino all’Arco di Giano, a Roma, prima di essere travolto dal forte vento che ha spazzato la Capitale nei giorni scorsi (foto LaPresse)

Giaceva lì, ribaltato, con le zampe all’insù, e il corpaccione che sembrava vero, sotto l’arco di Giano. Rhinoceros, perché il rinoceronte porta bene, ha detto la mecenatessa Alda Fendi, dell’augusta casa di moda romana, e il Rhinoceros, o rinoceronte, animalone a grandezza reale, ma di vetroresina, era stato messo, ma dritto, sulle sue gambe, sotto l’arco di Giano, ai Fori imperiali, a presidiare a un “palazzo Rhinoceros”, una fondazione, un immobile di 3.500 metri quadri, sei piani “dedicati all’arte”, tutto disegnato e ristrutturato dalla massima archistar Jean Nouvel, ma col guizzo della star più locale Raffaele Curi, che per la Fendi da sempre organizza spettacoli e performance. Sei piani di design, arte contemporanea, e sul tetto addirittura un Caviar Kaspia, ristorante di caviali affluenti, fondale perfetto per stories e selfies. Questo rinoceronte di vetroresina simboleggiava insomma una delle eterne rinascite improbabili romane: nella capitale sfilacciata e smandrappata, ecco arrivare il caviale e l’arte contemporanea, insieme! Prada ha la sua fondazione con la sua Torre e relativo ristorante? Roma risponde con lo spago al caviale e vista sulla splendida cornice, quel “rustico ma tirato al fino”, come diceva Franca Valeri, tra l’altro proprio da queste parti, in “Parigi o cara”. Insomma c’era speranza nell’aria. Ma poi, accorrendo all’inaugurazione, ecco qua: un po’ si scopriva che il clou della fondazione eran soprattutto gli appartamenti, appartamenti pur di lusso, da affittare, con certe cucine, tutte inox, che si chiudono e aprono elettricamente come caveaux di zio Paperone; ma soprattutto qualche giorno dopo, a confermare il presagio, ecco che il Rhinoceros, o rinoceronte, giaceva capottato, con le zampacce per aria, in mezzo al vento del cambiamento. “Il vento sta cambiando signori!” sembrava di udire la sindaca con la sua voce impiegatizia, presente a quell’inaugurazione, forse presaga di disgrazie, nelle raffiche che falciavano Roma, e buttavano giù il Rhinoceros. Era stato il suo creatore, il Curi medesimo, a lanciare l’appello su Facebook: “Aiuto! Il mio rinoceronte è caduto”, era il giorno primo dello Tsunami che aveva spazzato Roma, divelto alberi e terrazzi, e anche il Rhinoceros: cappottato in una pozzanghera. Il vento sta cambiando!

 

L’animalone a grandezza reale, ma di vetroresina, era stato messo a presidiare il “palazzo Rhinoceros”, sei piani “dedicati all’arte”

Ai rinoceronti del resto non è mai andata molto bene a Roma. Nel 1515 il primo esemplare di quella razza arrivò a Roma, dono del re Manuele del Portogallo a Papa Leone X; a sua volta il re del Portogallo l’aveva ricevuto in dono da un sovrano indiano. Il secondo viaggio del rinoceronte, quello in cui fu riciclato, fu inizialmente tranquillo, fino a Marsiglia; ma all’altezza di Porto Venere la nave, sopraffatta da una tempesta, fece naufragio, e il suo prezioso carico elefantiaco non sopravvisse. La carcassa del rinoceronte, ripescata sulla spiaggia di Villafranca, fu sottoposta a imbalsamazione e nuovamente imbarcata alla volta di Roma. Il rinoceronte, o Rhinoceros, arrivò dunque a Roma impagliato, e il Papa non seppe che farsene. Se ne perdono infatti le tracce: forse finisce distrutto durante il Sacco di Roma del 1527, o forse viene rifilato alla collezione di scienze naturali dei Medici a Firenze. Il rinoceronte portoghese divenne però leggendario: Albrecht Dürer venne a conoscenza della sua storia e ne fece una famosa incisione che poi verrà replicata molte volte, diventando l’unica immagine “ufficiale” del rinoceronte, una specie di “master”, di rinocerontitudine.

 

L’anno prima però un altro dono del re Manuele era stato più gradito (ed era arrivato vivo a destinazione): un gigantesco elefante albino, chiamato Annone. Il candido elefante, così chiamato in onore del generale cartaginese, arrivò a Roma il 12 marzo 1514. Aveva quattro anni. Venne portato in processione per le strade della capitale, tra due ali di folla entusiasta, insieme a due leopardi, una pantera, pappagalli, tacchini rari e cavalli indiani. Il pachiderma aveva sulla groppa un palanchino, fatto d’argento, a forma di castello, contenente un cofano con dei doni reali, tra cui paramenti ricamati in perle e pietre preziose e monete d’oro coniate per l’occasione.

 

Come si cominciò a dire “fare il portoghese”. Il Seicento, l’epoca dei pachidermi. La tensione con Parigi risolta con l’elefantino della Minerva

Il Papa attendeva l’arrivo del corteo a Castel Sant’Angelo; una volta giunto al suo cospetto, Annone si inginocchiò per tre volte in segno di omaggio, strofinandogli la proboscide sulle pantofole; poi, obbedendo a un cenno del suo custode indiano, aspirò l’acqua con la proboscide da un secchio e la spruzzò non solo contro i cardinali, ma anche contro la folla. I cronisti dell’epoca parlarono di lui come di un animale straordinariamente intelligente, che spesso si prestava a balli, spruzzi d’acqua con la proboscide e scherzi vari. Annone divenne il fulcro della corte papale e il protagonista della vita mondana in città.

 

L’elefante del resto, rispetto al rinoceronte, non solo reggeva meglio il mare, ma era animale assai comune a Roma fin dai tempi antichi: Adriano utilizzava elefanti per spostare grossi monumenti o come doni per altri sovrani; Eliogabalo ne faceva esibire in quadrighe: erano considerati avere proprietà magiche, col fiato capace di far passare il mal di testa. Si stima che intorno al 200 avanti cristo a Roma circolassero ben 32 elefanti. E poi c’erano gli elefanti in effigie: vi era un grande elefante di bronzo al Foro Boario, l’elephas herbarius, che dominava il mercato delle erbe; ma anche tanti, sempre di bronzo, sparsi per le vie principali, come la via Sacra, che ne era ornata, narra Cassiodoro.

 

Ma da quelle glorie erano passati ormai più di mille anni, e soprattutto nessuno aveva visto mai un elefante bianco. Così Annone divenne una celebrità. Venne dato in custodia al protonotario Giovanni Battista Branconio dell’Aquila, e veniva portato spesso in giro per le strade di Roma, suscitando curiosità e ammirazione al suo passaggio. Il suo mantenimento costava cento ducati l’anno e il suo baby sitter era Raffaello. All’elefante sarebbe legata anche una delle tante versioni sull’origine dell’espressione “fare il portoghese”. Il Papa, per mostrare tutta la sua riconoscenza circa l’insolito dono, concesse all’ambasciatore di Lisbona e al suo seguito il privilegio di essere ospite della città di Roma, ossia di potersi recare in qualunque teatro, osteria, albergo, senza pagare, palesando solo la propria nazionalità. Molti romani cominciarono allora a proclamarsi portoghesi e a entrare all’Opera, nelle osterie, nei musei (quando poi arrivarono i conti il Papa poi si infuriò).

 

Nel 1515 il rinoceronte dono del re del Portogallo a Papa Leone X finì nel Tevere. Dürer però lo immortalò in un’incisione

Anche il regno di Annone durò poco: due anni dopo il suo arrivo a Roma, l’elefante albino si ammalò improvvisamente: i veterinari papali cercarono di curarlo, ma il 16 giugno 1516 spirò di un’angina all’età di soli sette anni, stroncato dall’umidità romana, col Papa al suo capezzale. Venne sepolto nel Cortile del Belvedere ma diventò subito “iconico”: apparve in un affresco commemorativo che è andato perduto, probabilmente opera di Raffaello, e diventò subito una celebrità social: finì nella Fontana dell’Elefante del Giardino Pensile di Palazzo Madama a Roma. Finì anche, cent’anni dopo, in uno dei monumenti più curiosi della città, l’obelisco della Minerva, fatto dal Bernini.

 

Il Seicento a Roma non era solo l’epoca del barocco, ma anche degli elefanti. Nel 1655 era arrivata pure la prima elefantessa femmina, ammaestrata, che veniva tenuta in un grande capannone vicino a Campo de’ fiori, si pagava “un giulio” per assistere allo spettacolo. Sono anche gli anni in cui Papa Alessandro VII Chigi vuol far costruire un monumentino. Una cosa piccola, nulla di grandioso. Come racconta Cesare D’Onofrio in “Gli obelischi di Roma” (Bulzoni, 1967), si era appena scoperto nell’orto del convento domenicano di Santa Maria sopra Minerva, vicino al Pantheon, un vecchio obelisco egizio, e si decise come usava allora di farne un monumento “montandolo” su un gruppo scultoreo. Il Papa dà un doppio incarico, all’archistar Gianlorenzo Bernini, e insieme all’architetto domenicano fra’ Giuseppe Paglia. Il Papa tiene molto a questo monumentino molto “micro”, lui che pure aveva commissionato cose ben più “macro”, come il colonnato e la cattedra di San Pietro: vuole lasciare quest’ultima opera, e dev’essere piccola e veloce, perché è ormai anziano e sa che gli manca poco da vivere. Papa Alessandro è una specie di Paolo VI secentesco, è uomo coltissimo e non ama la grandezza inutile. Però soprattutto adesso vuole lasciare un segnale anche politico, contro un’offesa gravissima che ha dovuto subire da parte dei francesi, una pagliacciata di cinque anni prima.

 

Un regalo più gradito era stato l’elefante albino. Chiamato Annone, diventò il fulcro della corte papale e della vita mondana

Già da tempo non correva buon sangue tra Parigi, che voleva la supremazia europea, e Roma. Ma le cose peggiorano. Il ventiquattrenne Luigi XVI manda come ambasciatore a palazzo Farnese l’arrogantissimo duca di Créqui, con l’incarico di fare da agent provocateur. La tensione già è alta, ed è un periodo, il barocco, in cui la politica si fa con i monumenti. I francesi vogliono erigere in cima a Trinità dei Monti, dove non c’è ancora la scalinata ma una salita di terra battuta, una enorme statua del Re Luigi a cavallo. Una vera provocazione poiché non esisteva all’epoca una statua di un Papa all’aperto e in un luogo pubblico. In questo clima il nuovo ambasciatore francese cerca l’incidente e lo trova. Comincia a pretendere assurdi privilegi diplomatici; poi, che le truppe corse – che da secoli servivano il Papa – transitino lontano da palazzo Farnese. Una sera l’ambasciatrice mentre torna verso casa subisce un piccolo attentato, innocuo. Scoppia un caso di stato. Il Re lascia Roma e schiera le truppe ai confini dello Stato della Chiesa; minaccia rappresaglie territoriali. Dopo due anni di trattative si arriva addirittura a un trattato di pace, che prevede l’umiliazione di casa Chigi con visita del cardinal nipote a Parigi, la scomunica dei Corsi, e la costruzione di una piramide di travertino di trenta metri nel centro di Roma, in gloria della casa francese.

 

Alessandro VII reagisce con l’obelisco della Minerva: i vari progetti prevedono un Ercole che sorregge l’obelisco; oppure un elefantino. Viene scelto l’elefante, anche memori della storia di Annone. Ma con che struttura? Bernini e Paglia si scannano subito: il primo è abituato a strutture aeree e virtuose, come la sua fontana di piazza Navona, con l’obelisco che come in un gioco di prestigio è conficcato in una roccia col vuoto sotto; Paglia invece è un geometra, vuole una roba classica e solida, e fa un disegno preso da un altro domenicano, fra’ Francesco Colonna che nella sua delirante HypnerotomachiaPoliphili, il mitologico libro stampato a Venezia nel 1499 narrava il sogno di un certo Polifilo il quale si imbatteva in un altro elefante, con un blocco di marmo sotto la pancia a sorreggere il soprastante obelisco. Un elefante rinforzato, mentre Bernini voleva un elefante autoportante. Paglia, direttore dei lavori, tiene duro, e così Papa Alessandro VII committente. Bernini furibondo acconsente, ma disconoscerà per sempre quell’opera. E così si prende una piccola vendetta. Fa quest’elefante rinforzato. Che però gira il culo al convento dei Domenicani, e con la coda di lato, a simboleggiare la fuoriuscita di qualche gas invisibile. Papa Alessandro VII muore per fortuna prima di aver visto quel risultato.

 

Dopo la morte del Papa viene abbattuta anche la stupida piramide francese. E però solo lo scontro con i francesi può spiegare le altrimenti criptiche parole scolpite alla base dell’elefantino: “Sapientis Aegypti / insculptas obelisco figuras / ab elephanto / belluarum fortissima / gestari quisquis hic vides / documentum intellige / robustae mentis esse / solidam sapientiam sustinere”; chiunque qui vede i segni della Sapienza d’Egitto scolpiti sull’obelisco, sorretto dall’elefante, la più forte delle bestie, intenda questo come prova che è necessaria una mente robusta per sostenere una solida sapienza. “Una mente robusta per sostenere una solida sapienza” era la trasversale risposta del Papa minimalista, che col piccolo elefante rispondeva all’arrogante grandezza francese.

Michele Masneri

Michele Masneri è bresciano e vive prevalentemente a Roma. È editor at large di Rivista Studio, e scrive schizofrenicamente di economia, cultura e società oltre che sul Foglio, su IL del Sole-24 Ore, su Style del Corriere della Sera. Come molti italiani ha scritto un romanzo, si chiama "Addio, monti", non c'entra con l'ex premier, ed è edito da minimum fax.

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